Il Triangolo del Caucaso, un forte attivismo online difficile da tradurre nella vita reale

| 20 luglio 2011 |

Caucaso

In una intervista a Lsdi Letizia Gambini racconta la sua esperienza con ”The Caucasus Triangle”, un documentario sul rapporto tra giovani, media e democrazia in Georgia, Armenia e Azerbaijan di cui abbiamo già parlato qualche giorno fa – Un lavoro che servirà anche per alimentare il dibattito sulla libertà di informazione e sul Caucaso

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”La rete è ancora una rete d’ élite, non di massa. Continuano a farla da padroni i mass media tradizionali, televisione e giornali, ma le nuove generazioni sempre più si stanno riversando online e questo è un fattore molto positivo. Internet è meno regolato e ha barriere di accesso minori per le giovani generazioni per entrare e per creare forum di opinione anche apertamente in contrasto con il governo”.

In una conversazione con Lsdi, Letizia Gambini racconta il senso di ‘‘The Caucasus Triangle”, un documentario sul rapporto tra giovani, media e democrazia in Georgia, Armenia e Azerbaijan di cui abbiamo già parlato qui e che è reperibile al link http://vimeo.com/23790146.

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Giovani, media e democrazia nel Triangolo del Caucaso

a cura di Valentina Barbieri

Buongiorno Letizia. Da dove nasce il progetto di “The Caucasus Triangle”?

GambiniIl progetto parte da un mio desiderio di approfondire delle tematiche che vanno ad intrecciare la libertà d’espressione con l’attivismo giovanile e la regione del Caucaso. L’interesse si lega anche al fatto che personalmente sono stata attiva a livello di volontariato in diverse organizzazioni che si occupano di giornalismo in Europa come European Youth Press, attivismo giovanile e cittadinanza attiva ed ero inoltre in contatto con delle persone vicine ai due ragazzi che sono stati arrestati in Azerbaijan, Emin e Adnan.

Tutto questo è confluito in questo progetto, per cui ho ottenuto il supporto finanziario dell’European Youth Forum da un lato e dell’European Youth Foundation del Consiglio d’Europa.

Si possono definire le realtà presentate nel documentario come blog e reti nazionali?

No, non si tratta sono realtà che nascono a livello nazionale, anzi. La maggior parte delle persone che abbiamo intervistato non mirano a raggiungere un audience nazionale ma a portare il problema all’esterno. La maggior parte dei blog che poi hanno avuto una visibilità maggiore hanno questa dimensione, presentano video sottotitolati in inglese o sono completamente in inglese.

Con l’arresto dei due ragazzi c’è stata per l’Azerbaijan una grande spinta per andare a toccare l’audience internazionale, per avere visibilità e per dare protezione ai ragazzi, per coinvolgere le ambasciate e i consolati stranieri. E infatti la questione ha raggiunto il dipartimento esteri degli Stati Uniti, si è arrivati a risoluzioni del consiglio d’Europa e degli Stati Uniti.

Quali sono le principali differenze che ha riscontrato tra Armenia, Azerbaijan e Georgia?

L’ Azerbaijan sta vivendo un momento in cui le libertà personali si sono ristrette, è un fenomeno più marcato rispetto agli altri due paesi e si sono verificati casi riconosciuti anche a livello internazionale di violazioni della libertà d’espressione sia in campo giornalistico (come gli editori arrestati sulla base di false accuse) sia nel segmento online e dell’attivismo giovanile come nel caso di Emin e Adnan.

Ci sono forme di collaborazione tra le reti giovanili dei tre paesi?

Armenia e Azerbaijan sono in guerra tra di loro quindi è molto difficile che comunichino. Questo vale anche per l’online, la comunicazione presenta anche un fattore di rischio, si rischia di essere accusati di tradimento. La Georgia rimane un ponte tra i tre paesi ma in generale la comunicazione tra i paesi non è così sviluppata. Proprio per questo il documentario aveva tra i suoi fini quello di considerarla una regione rispetto all’argomento. Secondo me, secondo noi all’attivismo giovanile di questi stati conviene sviluppare questa dimensione internazionale e regionale tra di loro per dare più forza ai loro messaggi.

Ci sono programmi che portano i giovani attivisti a conoscersi; sono soprattutto progetti pilota finanziati dall’estero, dagli USA in particolare, da varie organizzazioni non governative statunitense, che stanno aiutando a creare questi contatti.

In base a questa esperienza, può essere la rete strumento di partenza di una coscienza di massa più articolata?

La rete in questo senso e in questo momento è una rete d’élite, non una rete di massa. Continuano a farla da padrone i mass media tradizionali, televisione e giornali, ma le nuove generazioni sempre più si stanno riversando online e questo è un fattore molto positivo. Internet è meno regolato e ha barriere di accesso minori per le giovani generazioni per entrare e per creare forum di opinione anche apertamente in contrasto con il governo.

Quali sono i limiti di queste forme di attivismo?

Il punto è che Internet rimane uno strumento d’élite: la penetrazione di internet non è così forte in questi paesi (ad es. c’è una grande disparità tra le capitali ed il resto del paese) e ci sono problemi di altro tipo. Una delle difficoltà è di trasportare l’attivismo online nella vita reale, in quanto online ci sono molte protezioni (anonimato, nickname) che ovviamente offline sono più difficili da mantenere. Parliamo di rischi reali, come quello di essere espulsi dall’università, arrestati o interrogati, di far perdere il lavoro ai propri genitori. Parlando con molti dei ragazzi emergeva questo elemento, per cui molti sono stati scoraggiati dal rischio di avere ripercussioni in famiglia.

The Caucasus triangle avrà un seguito? In che termini?

L’idea è che il documentario sia un punto di partenza per essere utilizzato come strumento per dare visibilità alla regione, al tema e alle esperienze dei ragazzi.

Vorrei cercare di portarlo in giro in Europa, di creare una sorta di modulo in cui alla visione del documentario venga associata un introduzione, una serie di attività, un dibattito tematico. Questo anche per favorire da una parte il dialogo tra organizzazione giovanili europee e del Caucaso e dall’altra di aumentare anche il dibattito in generale sulle tematiche di libertà di informazione e sul Caucaso.

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