Giornalista: ma che bel mestiere!

| 1 luglio 2011 |

Journaliste

La retorica che ancora circola nel mondo della professione viene denunciata aspramente da un allievo della Scuola superiore di giornalismo di Lille, in Francia  – Che, citando esperienze personali, racconti di redazione e indicazioni di sociologi, denuncia che cosa si nasconde dietro le mitologie del mestiere – Le logiche del mercato, mediate e tradotte in eufemismi, e il desiderio di immedesimazione di parte del ceto giornalistico con gli strati sociali al potere- Mentre nelle redazioni continua a dominare la pedagogia della sottomissione

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Condizioni di lavoro a volte inaccettabili diventano un carattere essenziale, e a volte ”affascinante”, del mestiere di giornalista, indicato di volta in volta nei discorsi autocelebrativi ancora in voga nella professione come una‘’passione’’ o una ‘’vocazione’’. Un discorso che finisce per sostenere il funzionamento delle aziende editoriali, che hanno bisogno di gente bisognosa, pronta ad azzerare una parte della loro vita privata per la bellezza della loro ‘’vocazione’’.

Sono alcuni dei temi contenuti in un ampio articolo che Franz Durupt, uno studente francese di giornalismo ha realizzato per una rivista della Scuola superiore di giornalismo di Lille e che Acrimed ha appena ripreso.

Ne pubblichiamo qui di seguito la traduzione.

Journaliste: un si beau métier

di Franz Durupt
(Acrimed)


Ecco quello che si sente dire in giro continuamente…

‘’…ti spiego rapidamente, perché mi pare che fatichi ad afferrare il senso di questo mestiere. Vedi, come ha detto così bene France Info,giornalista  ‘è una vocazione’ e questa vocazione comporta dei sacrifici, come quella giornalista che hanno fotografato in una caverna in Argentina e che mangiava roba in scatola e dormiva non più di quattro ore. Insomma, dico, qui non siamo alla Posta. A mezzogiorno si mangia un panino e via, ci si rimette al lavoro perché le notizie non aspettano certo, per accadere, che tu abbia mangiato le tue patate dolci al gratin. Giornalista non è un mestiere come gli altri e questo vuol dire che le tue giornate cominciano alle sette del mattino e finiscono alle 22 e per sopravvivere c’ è una invenzione fantastica, che si chiama caffè, e che è il nostro miglior amico insieme alle sigarette. In questo mestiere, te lo dico come un consiglio, non c’ è il libro delle 36 ricette per riuscire: bisogna essere pronti a sacrificare il proprio tempo libero, se ti chiamano la domenica sera alle 23 per qualche affare, TU CI VAI e tanto peggio per i tuoi familiari. Ci sono degli imperativi di cui non mi pare che tua sia ben cosciente, ed è per questo che te lo dico, perché ti voglio bene; se non ti adatti non andrai molto lontano perché ci sarà sempre qualcuno pronto a farlo al posto tuo’’.

Ecco, di questi discorsi dobbiamo fare indigestione ogni giorno, dalla scuola di Giornalismo fino alle redazioni, passando per gli interventi mediatici dei ‘’vecchi tromboni’’ sempre tanto prolissi in materia di consigli. Ma quelli che fanno questi discorsi, ne sono coscienti? Essi illustrano bene la tesi del sociologo Alain Accardo : ‘’I membri della professione […] sono soggetti nelle scuole di giornalismo a un apprendistato dominato dalla credenza elitista, definitiva e indiscussa che ‘il giornalismo non è un mestiere come gli altri’ e che quelli che lo esercitano non hanno niente in  comune con  quei volgari ‘funzionari’ pubblici descritti come super puntigliosi sul rispetto degli orari, inclini all’ assenteismo e sempre pronti a reclamare il dovuto’’.

La manovra è tanto più bella quanto più è sottile: delle condizioni di lavoro a volte inaccettabili diventano un carattere essenziale, e a volte affascinante, del nostro mestiere, indicato nei discorsi autocelebrativi in voga nella professione come una ‘’passione’’ o una ‘’vocazione’’.

Essere sotto pressione, sentirsi strizzato, sfiorare un incidente bestiale per mancanza di sonno, avere quaranta cose da fare, fare la notte, fumare un bel po’ di paglie e bere caffè.. seh, ecco il nostro ‘’cazzo di lavoro’’. E torna bene: è anche quello che assicura il funzionamento delle aziende editoriali sottomesse alla legge del mercato. Che hanno bisogno di gente bisognosa, pronta ad azzerare una parte della loro vita privata per la bellezza della loro vocazione. Nessuna teoria del complotto dietro tutto questo. I padroni della stampa non si riuniscono ogni settimana per chiedersi come strizzare il limone un altro po’ di più.

Accardo precisa: ‘’La logica del mercato è presente costantemente nel funzionamento del campo giornalistico, ma in maniera mediata e spesso eufemizzata, per esempio attraverso le regole e lo stile di lavoro imposti dalle direzioni, bravissime esse stesse nell’ arte di tradurre trasfigurare, senza sforzo e senza un calcolo esplicito, gli imperativi economici in regole tecniche e morali specifiche della pratica professionale’’.

Il sociologo cita in particolare il presentatore di un Tg di France2, negli anni ’90: ‘’Vale di più un pezzo fatto male ma di attualità, che un servizio ben fatto due giorni dopo’’. O ancora, lo stesso redattore: ‘’Il servizio migliore è quello che passa prima degli altri.. Non deve andare prima in onda sulla concorrenza… Quando non si vuole essere il primo non si fa questo mestiere’’.


I forzati dell’ informazione

Un cliché contemporaneo vuole che Internet sia responsabile del flusso permanente di informazioni che ci arrivano e della mancanza di distacco dei media nei loro confronti. Basterà ricordare che nel 1989, giornali, tv e radio del mondo intero si precipitarono a corpo morto sulla ‘’carneficina’’ di Timisoara. O che il fiasco di Outreau (un clamoroso errore giudiziario in una vicenda di presunti abusi sessuali su minori, ndr), nel 2001, non fu solo quello della giustizia, ma anche quello dei grandi media. O, ancora, che la fibrillazione attorno alla cosiddetta ‘’affabulatrice du RER D’’ (una ragazzina di 13 anni che aveva inventato di essere stata vittima di una aggressione antisemita, ndr), nel 2004, era nata senza l’ aiuto di internet ma con quello della France Presse.

Ma Internet mette in luce molto bene, con i suoi siti di informazione a ciclo continuo, le condizioni di lavoro deplorevoli di un certo numero di precari. Nel maggio 2009, Le Monde diceva di questi ‘’forzati dell’ informazione’’ che essi ‘’hanno seguito il percorso obbligato: stage, contratto di apprendistato professionale, contratto a tempo determinato, prima di sperare in un ipotetico contratto a tempo indeterminato. Continuano a inanellare giornate di 12 ore, a lavorare di notte e nei week-end’’.

L’ inizio del 2011 è stato marcata da un movimento di protesta e di scioperi da parte dei dipendenti del Post.fr (filiale del Monde Interactif),che denunciavano la loro situazione di precarietà. I collaboratori di Lequipe.fr hanno minacciato di scioperare all’ inizio di marzo. Evidentemente non è internet il solo mezzo di informazione coinvolto. Qualcuno ha fatto rilevare che la situazione di questi ‘’forzati’’ non sarebbe una novità. Per esempio Éric Mettout, redattore capo di Lexpress.fr, la giustificava nell’ articolo sul Monde citato prima: ‘’Operai specializzati dell’ informazione ce ne sono sempre stati! Non è stato il Web a crearli. Anch’ io ho fatto le brevi e ho passato ore col culo attaccato alla sedia di una telescrivente…’’. E’ chiarissimo: se è sempre stato così, perché i nuovi venuti dovrebbero sfuggire?

Nessuna voglia di prostituirmi per 2,70 euro all’ ora

Uno studente mi ha raccontato un aneddoto rivelatore del ricatto praticato nei confronti di coloro che recalcitrano all’ idea di darsi interamente alla loro passione. Con un contratto di collaborazione con una stazione della rete radiofonica France Bleu, alla fine di una giornata di dieci ore di lavoro senza mangiare, la redattrice capo gli chiede se è disponibile a fare un servizio supplementare, e poi sparisce. Dopo aver aspettato un’ ora senza averla rivista, il giornalista decide di andarsene. Ma la redattrice capo lo riafferra e gli chiede dov’ è il suo servizio. ‘’Tu mi lasci nella merda, ho detto che sarebbe stato pronto domani’’ si inalbera lei. Lo studente osserva che, a 2,70 euro all’ ora (60 euro per il lavoro di un week-end), ‘’non lavorerà più’’. E lei si incazza ancora di più. ‘’Ma chi ti credi di essere? Tutti siamo passati per queste situazioni, anch’ io sono stata ‘pigista’, e quando si è pigisti non si contano le ore’’. Il giorno dopo è la presentatrice che lo affronta:  ‘’Se fai questo tipo di sparate, ti bruci. Io posso prenderla bene, ma i tre quarti delle persone non l’ accettano’’. Lo studente alla fine si scuserà, anche se ‘’umanamente questo mi fa cagare’’ dice, ma non ha ‘’nessuna voglia di prostituirsi per 2,70 euro l’ ora’’.

‘’Se, dopo sette ore di lavoro, dici ‘ho finito e me ne vado’ non so se ci sarà qualche redazione in cui non ti diranno di toglierti dai piedi’’, conferma Pierre Savary, direttore della Scuola di Lille.  L’ obbiettivo di fondo della nostra formazione, osserva, è di ‘’spiegarci che cos’ è il mondo reale una volta usciti dalla scuola’’ (…), ma anche di ‘’armarci per non lasciarci divorare’’. Perché ‘’certo, alcuni capi giocano sul lato ‘passione’ del giornalismo per tenere la pressione ai  massimi livelli’’.

Un abuso che riconosce anche Cédric Faiche, redattore capo aggiunto a BFM TV, catena di informazione a ciclo continuo. Insistendo però sul fatto che, dipendendo dall’ attualità, il giornalista non può avere un orario di lavoro fisso. ‘’Con quello che accade in Giappone, questa week-end dovremo lavorare tutti e in redazioni tutti lo trovano normale’’, dice. ‘’E’ come per i medici, se c’ è una epidemia di influenza è ovvio ched c’ è più lavoro’’.

Da parte sua, Luc Folliet, che attualmente lavora per la Reuters, sostiene di non aver ‘’mai avuto l’ impressione di lavorare più del normale’’; gli orari di lavoro di un giornalista, soprattutto quelli che lavorano per un telegiornale della sera, sono necessariamente sfalsati rispetto a quelli del pubblico:  ‘’il giornalista lavora quando gli altri non lavorano’’.

Non fraintendiamo comunque: il mestiere di giornalista non è il solo a produrre di sé una visione idealizzata. Come precisa Accardo (in uno scambio di email avuto con me) ‘’non ci sono mestieri che non si preoccupino, più o meno, di ottimizzare l’ immagine della corporazione, non solo agli occhi del pubblico all’ esterno ma anche ai suoi stessi occhi’’. Ma, scrive, i giornalisti, più ancora degli altri membri della classe media, sono particolarmente affascinanti dalla ‘’componente più dinamica, più ricca e più influente delle classi dominanti (e possidenti)’’. Che è ’’la frazione imprenditoriale e manageriale, cioè uomini e donne che sono l’ incarnazione esemplare della logica del potere, di questo mondo degli affari che impone la sua legge al resto della società’’.

E la volontà di rassomigliare a questa frazione ‘’implica una adesione totale a uno degli articoli di fede della borghesia dominante, che essa è riuscita a far inculcare fino alla base della piramide sociale: la credenza tipicamente repubblicana e meritocratica che solo il lavoro accanito è coronato dal successo, che non bisogna piangersi addosso, che bisogna ‘ivestire a fondo’ per vincere’’. Una credenza a cui ognuno è pregato di aderire ogni giorno.

In una recente trasmissione di ‘’Vie privée, vie publique’’, su France 3, il buon vecchio Michel Drucker, raccontando l’ inizio della sua carriera, dava questo prezioso consiglio ai giovani che, come lui, vorrebbero avere una poltrona rossa: ‘’arrivare il mattino prima di tutti, andar via la sera dopo di tutti’’. Una banale manifestazione della pedagogia della sottomissione.

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