Giornalismo online: l’insostenibile arretratezza degli editori italiani

| 13 febbraio 2011 |

Online

Mentre gli editori “veri”non riescono ancora a mettersi per bene alla ricerca di nuove fonti di ricavo in grado di assicurare una base economica solida all’ informazione online, le soluzioni adoperate dai “minori” ricordano più le truffe alla Totò che reali strategie imprenditoriali – Qualche riflessione sull’ anomalia italiana  – Una serie di video sui problemi del giornalismo digitale girati al Congresso della Fnsi

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di Marco Renzi

Se a livello internazionale il mondo dell’editoria cerca, anche se un po’ affannosamente, strade sempre più efficaci per finanziare il mondo dell’ informazione formato 2.0, in Italia il grosso del comparto editoriale (salvo poche luminose eccezioni) nicchia, in attesa che arrivi una non meglio precisata    “manna dal cielo”.

Le questioni di fondo, nella ricerca di nuove fonti di ricavo in grado di assicurare una base economica solida alla nuova editoria elettronica, al momento nel nostro paese non vengono nemmeno minimamente considerate dagli editori “veri”, e le soluzioni adoperate dai “minori” ricordano più le truffe alla Totò che reali strategie imprenditoriali.

A questo proposito vorrei segnalare un annuncio scoperto on line un paio di giorni fa, nel quale si ricercava una giornalista (solo di sesso femminile!!!), si richiedevano lauree, conoscenze, master, esperienze e molto altro; in cambio ecco che tipo di trattamento si offriva: riporto testualmente dall’annuncio:

Tipo di contratto : La retribuzione sarà commisurata in base alla mansione svolta per quell’evento,comunicato etc… ( comunque il tutto verrà discusso insieme con la giornalista )

Questo è il mondo del lavoro, in campo giornalistico oggi! Certo, non tutto, ma se navigate on line alla ricerca di un posto nell’ editoria del Bel Paese, purtroppo non meno del 90% degli annunci, sono a dir poco “fumosi”…

Dall’estero, le ultime indagini scientifiche mettono l’ accento sulla pubblicità come fonte di introito plausibile e non meglio sfruttata per finanziare i progetti di informazione in rete.

La differenza di attenzione prestata al messaggio pubblicitario, riscontrata nelle analisi fra media tradizionali  (stampa-radio e tv) e media on line, sta a nostro avviso nella difficoltà dei creativi dell’ advertising ( e questo è ancora, e davvero, un problema planetario!!!) nell’individuare forme adeguate per diffondere il messaggio pubblicitario on line.

Si continua a fare pubblicità con gli spot che si caricano e si auto avviano, prima di poter avere accesso alla pagina richiesta, oppure ammorbando i siti con pagine pop up che nessuno legge e che tutti si affrettano a chiudere prima ancora che abbiano terminato di caricarsi per paura di scaricare assieme al messaggio pubblicitario anche qualche pericolosissimo virus.

La differenza, a nostro avviso, soprattutto quando si tratta di contenuti originali e di altissimo valore (quali ad esempio le inchieste giornalistiche) non può, (e, forse, non deve?), farla la pubblicità.

La quota di advertising arriverà, in automatico, attraverso i meccanismi, anch’ essi automatici, messi in campo in modo eccellente e conforme alle reali logiche dell’intero sistema dell’ on line da vettori specifici quali Google (vedi Adsense) o altre aziende specializzate nella gestione dei flussi sulla rete.

La differenza invece possono e devono farla gli editori: non ci sono, a nostro avviso, al momento,  altre risposte.

Certo non i “nostri” editori: nessuno di essi al momento sembra essere attrezzato a farlo. Lo dimostrano, fra le altre cose, vicende fortemente penalizzanti per il settore come quella accaduta a Libero.it.

Portale di informazione on line, all’avanguardia fra i nuovi media, che ha licenziato in tronco tutti i propri giornalisti alcune settimane fa e ha trasferito in blocco la competenza di tutta la parte “news” del portale
ad un service esterno.

Ma anche all’estero, e nonostante la diversa attenzione ai media digitali riservata dal comparto, se il massimo della sperimentazione in campo editoriale viene dall’ analisi del consumo della pubblicità, mi pare non siano messi benissimo nemmeno loro.

Medium nuovo, strategie nuove. Non è un caso che chi ha fatto realmente girare denaro attraverso la rete l’ abbia fatto solo grazie a idee fortemente innovative o quanto meno profondamente adattate alle nuove dinamiche imposte dalla rete: facebook, e-bay, google. E, per venire alla nostre latitudini, Robin Good, uno dei pochissimi che ammette di non essere un editore puro, ma che fa l’editore o almeno ci prova, cercando di insegnare i meccanismi della rete, così come sono, a tutti, senza “fregare o sfruttare” nessuno. Ma anzi producendo reddito che non solo divide con i suoi collaboratori diretti ma, secondo i principi della condivisione che dovrebbero permeare internet, cerca di reinvestire sulla rete, perché tali investimenti possano servire da base per nuovi business, magari messi in piedi da utenti del suo sito, e che utilizzano i suoi stessi insegnamenti.

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Sui temi dell’ editoria e del giornalismo digitale abbiamo realizzato alcuni video in occasione del recente Congresso della Fnsi a Bergamo.

Qui sotto i relativi link:

http://www.youtube.com/watch?v=eKMEGV1RN7o

http://www.youtube.com/watch?v=zsjIwS5WmIY&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=GcUiGOzTuiI&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=z1JLVABhvWM&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=zofER6ztO-I&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=v0mnVfZ63JU&feature=related

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