Data journalism/1: dal Guardian una guida in 10 punti

| 6 agosto 2011 |

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Simon Rogers, direttore del data Blog del quotidiano inglese, spiega come il data-j non solo si stia modificando ma stia modificando il giornalismo stesso

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Il data journalism sta entrando a far parte dell’establishment. Non nel senso elitario e Oxbridgiano del termine (sebbene vi siano dei dati anche su questo), ma nel senso che sta diventando uno standard del settore.

Due anni fa, quando abbiamo lanciato il Datablog, il giornalismo dei dati era un fenomeno nuovo. Ancora ci si chiedeva se gli articoli tratti dai dati fossero effettivamente giornalismo, e non tutti avevano letto le risposte fornite in tal senso da Adrian Holovaty. Ma dopo l’inchiesta sulle spese dei parlamentari inglesi e il clamore di Wikileaks, la cosa sorprendente è che nessuno fa più domande del genere. Piuttosto, ci si chiede “come posso farlo anch’io”?

Intanto, ogni giorno giornalisti nuovi e sempre più innovativi si affacciano alla professione, portando con sé nuove tecniche e competenze. Con la conseguenza che non solo il data journalism si sta modificando, ma sta trasformando anche il giornalismo stesso.

Qual è, dunque, questa evoluzione? E come la stanno gestendo dalla redazione del Guardian? Ce lo spiega il decalogo del direttore del Data Blog, Simon Rogers.

Data journalism at the Guardian: what is it and how do we do it?

di Simon Rogers
(Guardian.co.uk)

(a cura di Andrea Fama)

1. Magari è di moda, ma non è nuovo

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Il data journalism esiste da quando esistono i dati, o almeno da quando Florence Nightingale ha elaborato una grafica ed un report sulle condizioni dei soldati inglesi nel 1858. Sulla prima edizione del Guardian campeggiava una grande tabella (frutto di una fuga di notizie) che riportava tutte le scuole di Manchester, il loro costo e il numero di studenti.

2. Open data significa open data journalism

Oggi le statistiche sono state democraticizzate: non sono più riservate a pochi, bensì a tutti coloro che hanno un foglio di calcolo sul proprio computer portatile o fisso, su mobile o su tablet. Oggi tutti possono accedere a un data base e dargli la forma desiderata.

Tuttavia, moltissimi giornalisti fanno un uso erroneo dei dati, come conferma Straight Statistics. Fortunatamente, sono compensati da molti gruppi, prevalentemente indipendenti (vedi ProPublica, Wheredoesmymoneygo? e la Sunlight Foundation), che si muovono agilmente nel mondo dei dati. sfruttando al meglio il principio delle fonti diversificate che è alla base del data journalism.

Al Guardian fare parte del processo delle notizie significa sedere nella redazione (le testate sono ossessionate dalla geografia interna), partecipare agi incontri e assicurarsi che i dati entrino nel dibattito editoriale.

3. Il data journalism è diventata una vetrina?

A volte. Oggi vi sono così tanti dati a disposizione che noi proviamo a fornire ai nostri lettori i fatti cruciali di ogni vicenda – e la ricerca dell’informazione giusta è un’attività giornalistica che può essere tanto dispendiosa in termini di tempo quanto la ricerca della persona giusta da intervistare per un articolo. Al Guardian, per ovviare a ciò, abbiamo iniziato a fornire i dati di tutti i governi che li hanno liberati unitamente ai dati sullo svilupo internazionale.

4. Dataset più grandi per vicende più specifiche

I dataset sono sempre più ampi – basti pensare ai 391.000 file resi noti da Wikileaks in merito alla guerra in Iraq. Gli indici di misurazione della povertà adottati dal governo inglese contano 32.482 file. I dati dei governi sono sempre più ampi, e riguardano vicende specifiche. Far sì che tali dati siano più accessibili e facili da utilizzare fa oggi parte del processo di data journalism.

5. Il data journalism è per l’80% sudore, il 10% grandi idee, e il 10% risultati

Si passano delle ore a far funzionare i dataset, formattare i file PDF e mashare le fonti di dati. La redazione del Guardian funge prevalentemente da ponte tra i dati e il pubblico del mondo reale che vuole comprendere la vera natura di determinate vicende.

6.Lungo e breve termine

È tradizione che alcuni dei peggiori prodotti di data journalism abbiano comportato settimane trascorse su un singolo dataset, elaborandolo e, infine, estrapolandone qualcosa di moderatamente deviante. Lo stesso vale per i migliori lavori: settimane di indagini che precedono un incredibile scoop. Tuttavia, va affermandosi sempre di più una forma “a breve termine” di data journalism, che consiste nell’ individuare rapidamente i dati chiave e analizzarli, accompagnando i lettori mentre la notizia è ancora in circolo.

7.Tutti possono farlo …

Soprattutto con gli strumenti gratuiti che utilizziamo in redazione, come Google Fusion Tables, Many Eyes, Google Charts o Timetric – su un post pubblicato su Flickr group, inoltre, sono disponibili gli strumenti prodotti dagli utenti del Guardian.

8. …  ma la resa grafica è tutto

Un buon design è ancora importante. La guida sul servizio civile (elaborata dal grafico del Guardian Jenny Ridley), o l’intreccio dei protagonisti delle interecettazioni telefoniche di News of the World (prodotto dal giornalista James Ball e dal designer Paul Scruton) funzionano perché non sono stati elaborati da macchine, ma da esseri umani in grado di comprendere le vicende rappresentate.

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9. Non c’è bisogno di essere un programmatore

Volendo si può diventare programmatori esperti, ma ciò che conta è pensare ai dati con la mente da giornalista, piuttosto che da analista. Cosa c’è di interessante in questi numeri? Cos’è nuovo? Cosa succeed se li incrocio con altri dati? Rispondere a queste domande è l’aspetto più importante.

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Il data journalist funziona meglio quando è una combinazione delle due cose. La guida alle operazioni Nato in Libia (vedi immagine)è alimentata dinamicamente da un foglio di calcolo, che si aggiorna tramite i briefing quotidiani della Nato. È bello a vedersi perché è stato disegnato bene; e funziona perché è facile da aggiornare ogni giorno.

10. Tutto ruota (ancora) attorno alla storia

Il data journalism non è grafica né visualizzazione. il punto è raccontare una storia nel miglior modo possibile. A volte la soluzione migliore è una visualizzazione o una mappa (vedi il lavoro di David McCandless o di Jonathan Stray), ma a volte è semplicemente un nuovo articolo. Altre volte, poi, è sufficiente finanche pubblicare i numeri.

Se il data journalism riguarda qualcosa, è la flessibilità nel ricercare nuove modalità di narrazione. Sempre più giornalisti se ne stanno rendendo conto. All’improvviso abbiamo compagnia, e competizione. Essere un giornalista dei dati non è più insolito. È semplicemente giornalismo.

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