‘’Arrestiamo i social network’’, a Londra incontro governo-web companies

| 31 agosto 2011 |

LondraOsannate durante la cosiddetta primavera araba e demonizzate in occasione degli scontri che hanno recentemente infiammato l’Inghilterra, le maggiori piattaforme social (Facebook e Twitter in testa) sono state convocate dal ministro degli interni Theresa May – Al centro della consultazione le proposte di chiusura in caso di nuove rivolte avanzate dal primo ministro Cameron – Fenomenologia di un strumento (è solo  di questo che si tratta?)  policromo che si nutre di contrasti e contraddizioni, sfugge ad una definizione univoca e non può essere ingabbiato in un giudizio onnicomprensivo

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(Rettifica: per errore è stata indicata come data dell’ incontro quella del 1° settembre; in realtà la consultazione si è tenuta il 25 agosto, e le posizioni delle web companies sono state quelle riportate nell’ articolo, ndr)

di Andrea Fama

Domani a Londra i rappresentanti dei maggiori social network (Facebook e Twitter in testa) si incontreranno con il segretario agli affari interni, Theresa May, per discutere la proposta avanzata dal Primo Ministro inglese David Cameron di bandire i sospetti rivoltosi dai siti social o, in alternativa, di chiudere i siti durante altre eventuali rivolte.

Ma dai dirigenti dei siti web non dovrebbe venire nessuna concessione in merito alle ipotesi paventate dall’esecutivo inglese.

Anche se verranno proposte delle misure alternative che i social network dovrebbero adottare per coadiuvare il contenimento dei disordini (incluso un utilizzo più efficace dei siti da  parte delle forze dell’ordine), escludendo invece apriori l’opportunità di chiudere i siti  – così com’era stato paventato da diverse autorità.

Le web company coinvolte porranno l’accento sul rischio di introdurre misure di emergenza che potrebbero scaturire in nuove forme di censura online. Al contrario, se utilizzati correttamente, i social network costituiscono una fonte preziosa di intelligence e di informazioni utili a prevenire disordini – come nel caso degli attacchi al complesso Olimpionico ed al centro commerciale Westfield di Londra, sventati grazie alle intercettazioni di messaggi privati scambiati tramite BlackBerry Messanger (BBM).

Le posizioni che saranno assunte da una parte e dall’altra nel corso dell’incontro (che non sarà di certo risolutivo, giacché in una sola ora vedrà a confronto il governo con i rappresentanti di oltre una dozzina di social network) sono facilmente prevedibili.

Theresa May solleciterà i social network ad assumersi maggiori responsabilità in merito ai messaggi scambiati attraverso le loro piattaforme.

Twitter, Facebook & co., dal canto loro, sottolineeranno l’impegno già profuso nel rimuovere messaggi potenzialmente inneggianti alla violenza (così come già avvenuto anche nel caso delle recenti rivolte d’oltremanica).

Altri temi caldi dell’incontro riguarderanno la portata dei messaggi privati o criptati (tema che tocca molto da vicino BM, ritenuto il principale network dei rivoltosi), la capacità di gestire messaggi provocatori e la possibilità di individuare utenti potenzialmente pericolosi senza per questo esaminarne il contenuto dei post.

Alcune società (come la RIM, che produce i BlackBerry) possono essere obbligate a svelare la messaggistica privata dei propri utenti se richiesto dalla polizia dietro debita motivazione. Tuttavia, come confermato da Tim Godwin, commissario della Metropolitan police inglese, la polizia non ha il potere legale di “spegnere” – seppur momentaneamente – un social network.

Secondo quanto riferisce il Guardian, inoltre, importanti forze di polizia avrebbero dichiarato che il super controllo che taluni vorrebbero imporre sui social network sarebbe un errore. E altri – come le forze di polizia di Manchester, Devon e Cornovaglia – hanno addirittura lodato il ruolo “incredibilmente positivo” svolto dai social network nel dissipare le voci e tranquillizzare i residenti durante le rivolte.

A prescindere dai risultati dell’incontro in agenda, quel che è certo è che l’ipotesi di bandire alcuni soggetti dai social network, o addirittura di chiudere del tutto le piattaforme in circostanze di emergenza, è a dir poco pericolosa, e potrebbe costituire un subdolo precedente.

Se un Paese civilizzato, democratico e liberale come l’Inghilterra può arrogarsi il diritto di spegnere i social network qualora lo ritenesse opportuno, allora è legittimo che anche tutti gli altri Paesi (democrazie, dittature o democrature che siano) godano dello stesso insensato super-potere (vedi Lsdi, L’ uso di Twitter è un diritto fondamentale?).

Qual era, dunque, il senso dei fiumi di inchiostro e delle dichiarazioni ufficiali dei media e delle istituzioni internazionali che condannavano, all’unanimità, i tentativi di censura e black-out preventivo perpetrati durante la tanto osannata primavera araba in Tunisia e in Egitto? Cosa dovremmo aspettarci, allora, da Paesi come Siria, Qatar, Cina, Korea, Russia, Venezuala, Cuba, ecc. (senza considerare lo stato di transizione vigente in Libia)?

Non è un caso, forse, se questo punto di vista ha trovato riscontro anche tra le voci di importanti osservatori del mondo politico e tecno-mediatico, da Emma Barnett a Jeff Jarvis.

C’è pure chi, d’altro canto, non resiste alla tentazione di ridurre questa naturale difesa del diritto di espressione ad una deprecabile manifestazione di miope egoismo. Si parla, infatti, di “zombie privilegiati e tecno-libertari dei social media che brandiscono le proprie malsane abitudini elettroniche come diritti umani pseudo-intellettuali acquisiti per mezzo di smartphone, tablet e portatili costosi …”. Il principio ispiratore di questa illuminata teoria sarebbe un sondaggio fatto in casa e propinato ad una manciata di fan di X Factor che, pur di scambiarsi pareri sulle proprie quasi-star preferite, non accetterebbero di chiudere i social network per qualche ora salvaguardando così le attività commerciali da eventuali assalti.

Ebbene, tralasciando la  capziosità dello pseudo-sondaggio, vale la pena ricordare che il diritto alla libertà di parola va senza dubbio ben oltre uno scialbo “mi piace” postato a favore di un concorrente di X Factor. Tuttavia, la possibilità di esprimere tale giudizio (deprecabile per taluno, necessaria per talaltro) costituisce le fondamenta di tale diritto tanto quanto l’esternazione delle più alte espressioni dell’intelletto umano. E a volte, conquistare e salvaguardare questo prezioso diritto, vale bene anche il sacrificio della vetrina di qualche negozio di elettrodomestici.

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