WikiLeaks? Alla fine è una buona idea

| 16 settembre 2010 |

Wiki1Malgrado tutti i suoi difetti, contro venti e maree, WikiLeaks ha reso un grosso servizio alla trasparenza, alla democrazia e all’ apertura, dicono Geert Lovink e Patrice Riemens  in queste ‘Dieci tesi’, una interessante riflessione sulle implicazioni della vicenda dei ‘Diari di guerra’ afghani diffusi da WikiLeaks  –  Vorremmo che fosse diverso, ma, come si dice, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo – La dose eccessiva di informazione oggi è un dato di fatto. Ci si può aspettare che questa sovrabbondanza continui ad aumentare in maniera esponenziale. Organizzare e interpretare questa immensa montagna di dati è una sfida collettiva, che si chiami WikiLeaks o meno

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LE DIECI TESI DI WIKILEAKS
di Geert Lovink e Patrice Riemens*

(Traduzione  da Owni.fr.
L’ articolo originale è su nettime.org)

Tesi O

“Cosa penso di WikiLeaks? Penso che sarebbe una buona idea!” (dal famoso detto del Mahatma Gandhi sulla “civilizzazione occidentale”)

Tesi 1: WikiLeaks è un pallone-sonda
Ci sono sempre state delle fughe di notizie e delle rivelazioni, ma mai un gruppo indipendente, non affiliato a nessuno Stato e a nessuna azienda, lo aveva fatto su scala così ampia come quella dei “Diari di guerra” afghani. Per questo pensiamo che si tratti di un salto più quantitativo che qualitativo. In una certa misura, l’ aspetto “colossal” di questa fuga si spiega attraverso la crescita massiccia in termini di potenza delle tecnologie dell’ informazione associata a una diminuzione dei costi, compresi quelli necessari per conservare grandi quantità di documenti.
Wiki2Un altro fattore è legato alla difficoltà che hanno ormai gli Stati e le grandi aziende a conservare i loro segreti nell’ era della riproduzione e della disseminazione istantanee. WikiLeaks diventa quindi un simbolo della nostra trasformazione in una “società dell’ informazione” nel senso largo del termine ed annuncia le cose che verranno.

Se si può guardare a WikiLeaks come un progetto (politico) e criticare il suo modus operandi, si può anche vederlo come un “pallone sonda” nell’ evoluzione generale verso una cultura dello smascheramento anarchico, al di là delle politiche tradizionali di trasparenza e apertura.

Tesi 2: WikiLeaks è al di là dei livelli di scala
Bene o male che sia, WikiLeaks si è proiettato nel mondo della politica internazionale ad alto livello. Uscito dal nulla, WikiLeaks è rapidamente diventato un attore di primo piano sulla scena mondiale, così come, in alcuni paesi, sulla scena nazionae. Attraverso la forza delle sue rivelazioni, WikiLeaks, per piccolo che possa essere, sembra avere lo stesso peso dei governi o delle grandi aziende – per lo meno nel campo della gestione e della pubblicazione dell’ informazione. Nello stesso tempo, è difficile capire se si tratta di una tendenza a lungo termine oppure di un epifenomeno. Wikileaks sembra propendere per la prima soluzione, la solo il tempo potrà eventualmente confermarlo.

In ogni caso, WikiLeaks, attraverso la mediazione del suo rappresentante più conosciuto, Julian Assange, in quanto attore protagonista non statale e non commerciale, pensa di poter combattere sul ring nella stessa categoria di ‘pesi’ come il Pentagono – e si comporta di conseguenza. La potremmo chiamare la prima tappa della “talibalizzazione” della teoria post-moderna secondo cui i livelli di scala, i tempi e i luoghi sono stati dichiarati come fuori gioco. Quello che conta è la celebrità sul momento e la quantità di copertura mediatica. Wikileaks si dà da fare per attirare l’ attenzione con  dei colpi spettacolari, mentre altri, soprattutto sul versante della società civile e delle organizzazioni di difesa dei diritti umani, si battono disperatamente per far passare i loro messaggi. Wikileaks ha perfettamente capito come utilizzare la velocità di fuga dell’ informatica – utilizzare l’ informatica per meglio sbarazzarsene e fare irruzione sulla scena della politica “reale”.

Tesi 3: WikiLeaks è un prodotto occidentale
Nella saga “Il declino dell’ impero americano”, WikiLeaks entra in scena come assassino di un obbiettivo facile. Sarebbe difficile immaginare che il sito possa attaccare allo stesso modo il governo russo o quello cinese, oppure quello di Singapore – senza parlare dei loro … hmm – “affiliati” commerciali. Qui, le barriere culturali e linguistiche sono distinte e conseguenti, senza parlare di quelle che sono puramente legate al potere, e che dovrebbero essere superate. In questo senso, WikiLeaks così come appare oggi resta un prodotto tipicamente “occidentale” e non può aspirare ad avere avere uno statuto universale o mondiale.

Tesi 4: WikiLeaks, editore o veicolo?
Una delle maggiori difficoltà quando si tratta di spiegare WikiLeaks nasce dal fatto che è difficile determinare – e gli stessi addetti di WikiLeaks non lo sanno bene – se il sito si considera e si muove come un fornitore di contenuti oppure come un semplice veicolo di dati in fuga (che è poi l’ impressione che si ricava dal contesto e dalle circostanze). Questo, comunque, è un problema ricorrente dopo che i media sono massicciamente emigrati online e visto che la pubblicazione o le comunicazioni sono diventate un servizio più che un prodotto.
Julian Assange si inquieta quando si parla di lui come del redattore capo di Wikileaks, ma nello stesso tempo  il sito precisa che esso edita I materiali prima della pubblicazione e si impegna a verificare l’ autenticità delle sue informazioni con l’ aiuto di centinaia di analisti volontari. Questo dibattito “editore/veicolo” dura da decenni fra gli ativisti dei media, senza che si sia trovata una risposta alla questione. In conseguenza, invece di cercare di risolvere questa incoerenza, sarebbe forse più saggio cercare di trovare degli approcci innovativi e sviluppare dei nuovi concetti, critici, rispetto a quello che è diventato una pratica di pubblicazione ibrida, che coinvolge la responsabilità di attori che superano di gran lunga il quadro stretto dei professionisti dei media.

Tesi 5: WikiLeaks deve reinventare l’ investigazione
Il declino costante di un giornalismo investigativo senza mezzi è un fatto innegabile. L’ accelerazione perpetua e la sovrappopolazione nella sedicente economia dell’ attenzione è tale che non c’ è più abbastanza spazio per le storie complicate. I proprietari dei grandi media di massa sono sempre meno inclini a vedere il funzionamento dell’ economia neo-liberale e la sua politica discusse continuamente. Il virare dell’ informazione verso l’ infotainment, reclamata da pubblico e decisori, è stata sfortunatamente abbracciata dagli stessi giornalisti, rendendo difficile la pubblicazione di storie complesse. WikiLeaks si impone così come un outsider in questo ambiente appannato di “citizen journalism” e di informazioni artigianali sulla blogosfera. Quello che WikiLeaks anticipa, ma che oper il momento non è ancora riuscita ad organizzare, è il crowdsourcing sull’ interpretazione concreta dei suoi documenti.
Il giornalismo d’ investigazione tradizionale consisteva in tre fasi: trovare dei fatti, verificarli e contestualizzarli in un discorso comprensibile. WikiLeaks fa la prima fase, tenta di fare la seconda, ma lascia in sospeso il problema della terza. Tutto ciò è sintomatico di una obbedienza alla linea open source, in cui l’ economia della produzione di contenuti è esternalizzata, presso entità non identificate. La crisi del giornalismo non viene compresa, né riconosciuta. Il problema della sostenibilità delle strutture per la produzione viene lasciata ai margini. Si presume che i media tradizionali si preoccupino dell’ analisi e della interpretazione, ma ciò non è automatico. La vicenda dei “Diari di guerra” afghani mostra che  WikiLeaks ha bisogno di contattare testate giornalistiche riconosciute e negoziare con loro per assicurarsi una credibilità sufficiente. E quindi, nello stesso tempo, mostra che il sito non è capace di effettuare tutto il processo editoriale da solo.

Tesi 6: WikiLeaks dipende troppo da Julian Assange
WikiLeaks ha le caratteristiche tipiche di una organizzazione individuale. Questo significa che l’ iniziativa, le decisioni e il processo di esecuzione è centralizzato nelle mani di una personas, sempre la stessa. Come in una PMI, il fondatore non può essere buittato fuori e, al contrario di diverse strutture collettive, la presidenza non è a girare. Non è una anomalia fra le organizzazioni, qualunque sia il settore in cui operano, politica, cultura o società civile.

Le imprese individuali sono riconoscibili, eccitanti, stimolanti e facile da integrare nei
media. La loro sopravvivenza dipende comunque largamente dalle azioni del loro leader carismatico. E’ ance per questo che sono difficili da riprodurre e che faticano molto a crescere. L’ hacker sovrano, Julian Assange, è la figura identidficabile di WikiLeaks, la cui notorietà e reputazione si fondono con la sua persona, cancellando il confine fra il sito, quello che esso fa e rappresenta, e la vita privata (piuttosto agitata) o le opinioni politiche (grossolane) di Assange.

Tesi 7: WikiLeaks è troppo rigida
WikiLeaks è anche una organizzazione profondamente ancorata nella culturas hacker degli anni Ottanta, combinata con i valori politici del libertarismo tecnologico che èemerso nel decennio seguente. Il fatto che WikiLeaks sia stata fondata – e sia diretta – da dei   ‘geeks hardcore’  forma un quadro di riferimento essenziale per capire i suoi valiori e le sue iniziative. Sfortunatamente, questo aspetto va avanti di pari passo con alcuni altri aspetti meno gustosi della cultura dell’ hacking.
Non è che si possa rimproverare a WikiLeaks il suo idealismo, il suo desiderio di fare del mondo un luogo migliore, anzi, il contrario. Questo idealismo si intreccia con una forte propensione per le cospirazioni, un atteggiamento elitario e un culto del segreto che concedono poco alla collaborazione con delle persone che possiedono la stessa sensibilità – e che vengono quindi ridotti a dei semplici consumatori del prodotto finale di WikiLeaks.

Tesi 8: WikiLeaks rischia troppo
L’ assenza di un denominatore commune con i movimenti che esaltano la “possibilità di un altro mondo” costringe WikiLeaks a cercare l’ attenzione del pubblico con l’aiuto di pubblicazioni spettacolari, rischiose, radunando gruppi di fan entusiasti ma totalmente passive. Analizzando più da vicino la natura e la quantità dei documenti diffusi da WikiLeaks sin dal suo inizio, sembra di guardare un fuoco d’ artificio, il cui momento finale sta in una macchina apocalittica, che attende di essere lanciata pubblicamente di fronte a tutto il mondo, un documento chiamato “Insurance”.

Cosa che solleva dei seri dubbi sulla sostenibilità di WikiLeaks a lungo termine, e forse anche sul suo modello. WikiLeaks ffunziona attorno a un nocciolo ridicolmente piccolo (ci sono probabilmente meno di una dozzina di persone al centro delle operazioni). Mentre l’ ampiezza e la competenza del supporto tecnico di WikiLeaks sono confermate dalla sua stessa esistenza, l’ affidamento sulle centinaia di esperti e analisti volontari che lavorerebbero nell’ ombra è, al meglio, non verificabile, se non – peggio – poco credibile. Chiaramente è il tallone d’Achille di  WikiLeaks, non solo in termini di rischio, ma anche sul piano di un punto di vista politico – che ora qui ci interessa.

Tesi 9: WikiLeaks si può perdere?
WikiLeak mostra una crudele mancanza di trasparenza nella sua organizzazione interna. La scusa invocata – “WikiLeaks deve essere totalmente opaca per costringere gli altri ad essere totalmente trasparenti” -, è sulla stessa linea dei celebri cartoon “Spy vs. Spy” di Mad (una famosa rivista satirica Usa, ndr). In questo schema uscite vincitori nello scontro, ma diventate pressoché indissociabili dal vostro nemico. E rivendicare la superiorità morale non è certo utile – Tony Blair era un maestro

Visto che WikiLeaks non è né un collettivo politico, né una ONG sul piano legale, né un’ azienda, bisogna determinare con quale tipo di organizzazione abbiamo a che fare. E’ un progetto virtuale? Dopo tutto esiste in quanto sito ospitato, con un regolare nome di dominio. Ma ha uno scopo, al di là delle ambizioni personali del suo (suoi) fondatore(i)? WikiLeaks è duplicabile e vedremo nascere delle sezioni locali o nazionali che conserveranno il nome WikiLeaks? Secondo quali regole funzioneranno? Oppure dobbiamo considerare il sito come un concetto che evolve col contesto e che, come un ‘meme’, si trasforma nello spazio e nel tempo? Forse WikiLeaks si organizzerà attorno alla sua declinazione dello slogan dell’ Internet Engineering Task Force (IETF), “consenso diffuso e codice che funziona”?

Progetti come Wikipedia e Indymedia hanno risolto questo problema a modo loro, non senza attraversare qualche crisi e diversi conflitti. Una critica come quella che facciamo qui non punta a far rientrare WikiLeaks in un format tradizionale, ma al contrario a capire se WikiLeaks (e i suoi futuri cloni, associati, avatar e altri componenti della famiglia) possa erigersi come un nuovo modello di organizzazione e di collaborazione. D’ altra parte, il termine “rete organizzata” è stato evocato come una terminologia per questi format. In passato si parlava di “media tattici”. Altri hanno utilizzato il termine generico di “attivismo internet”. WikiLeaks ha forse altre idee sull’ orizzonte in cui vuole portare il suo dibattito organizzativo. Ma dove? Deve essere certo WikiLeaks a scegliere, ma fino ad ora non hanno formulato un accenno di risposta, lasciando ad altri, il Wall Street Journal per esempio, il compito di sollevare dei problemi, come la buona fede dei loro finanziatori per esempio.

Tesi 10: WikiLeaks è una idea
Quello che interessa di più non è schierarsi pro o contro.  WikiLeaks è là e ci resterà fino a quando non si distruggerà con le sue mani o non verrà annientato da quelli che si oppongono alle sue operazioni. Il nostro obbiettivo è piuttosto di valutare pragmaticamente quello che WikiLeaks può – e, forse, chi lo sa, deve – fare, e aiutare a delineare come possiamo collegarci e interagire con esso. Malgrado tutti i suoi difetti, contro venti e maree, WikiLeaks ha reso un grosso servizio alla trasparenza, alla democrazia e all’ apertura. Vorremmo che fosse diverso, ma, come si dice, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

La dose eccessiva di informazione oggi è un dato di fatto. Ci si può aspettare che questa sovrabbondanza continui ad aumentare in maniera esponenziale. Organizzare e interpretare questa immensa montagna di dati è una sfida collettiva, che si chiami WikiLeaks o meno.
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* Geert Lovink, fondatore e direttore dell’ Institute of Network Cultures, è un teorico e critico dei media e autore di un famoso saggio sulla cultura dfi internet, Zero Comments (2007).
* Patrice Riemens, studioso olandese, geografo di formazione, lavora al De Waag Center for Old and New Media di Amsterdam, un centro che si occupa di tecnologia, cultura, educazione ed industria.

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