War is boring, la vita di un inviato di guerra in un libro a fumetti

| 24 settembre 2010 |

War

Nelle tavole di Matt Bors l’ esperienza di un reporter che negli ultimi cinque anni ha coperto i principali conflitti nel mondo collaborando con radio e tv, siti internet e giornali, fra cui anche una rivista che fa capo all’ industria degli armamenti – E che ha elaborato una amara convinzione: “siamo i più abili fra i mostri e ci meriteremo tutto quello che ci capiterà”

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La vita di un reporter di guerra in un libro a fumetti. E’ “War is boring” (la guerra è noiosa) che, nelle tavole del disegnatore  Matt Bors, racconta l’ intensa attività di David Axe, un reporter di guerra che dal 2005 ha ‘coperto’ tutte le principali zone di conflitto, Iraq (tre anni), Libano, Timor est, Somalia, Ciad.

Frelance multimediale, Axe – spiega Marc Mentre su Themediatrend – lavora bene con le radio, I siti internet, le televisioni oltre che per la carta. Collaborazioni tanto eclettiche che, accanto a testate classiche come Wired, accetta di lavorare anche per giornali come il Washington Times, di proprietà della solforosa setta Moon, o per altre testate specializzate come DTI (Defense Technology International), che costituisce una sorta di “prolungamento editoriale dell’ industria degli armamenti”. E offre l’ enorme vantaggio di poter viaggiare dovunque “ci siano armi e persone che le utilizzano”.

War2Una scelta assunta liberamente, visto che non è il danaro che motiva questa decisione di Axe. Così, per esempio, quando DTI gli chiede di abbandonare la Somalia, “visto che i nostri legali hanno classificato (questo paese, ndr) al livello 5 di rischio”, Axe decide di restarci rinunciando alla carta di credito del giornale e cercando di mantenersi con delle altre collaborazioni.

“Sarà dura, molto dura”, dice., Tanto che sarà costretto a tornare a vivere dai suoi genitori, a Detroit, visto che non riusciva più a pagare il suo appartamento.
Di fatto – continua Marc Mentre – le sue motivazioni stanno altrove, soprattutto nella sua volontà di essere presente sui “luoghi” di conflitto per testimoniare. E stanno anche nel suo strano rapporto con la morte. Quando nel 2005 arriva in Iraq, senza soldi, racconta, “avevo delle carte di credito e nessuna speranza di poter sopravvivere abbastanza a lungo da poterle coprire”. Cinque anni dopo è ancora non-morto. “Sono un portafortuna”, dice ai soldati con cui si muove. E di fortuna ne ha avuta per sfuggire alle mine, ai tiri di mortaio e ai razzi…. E continua…
Ma anche se non è morto, qualcosa chiaramente si è rotto, come testimonia la sua impossibilità di vivere a casa sua in una “zona di pace”. Ha detto questa frase terribile, di ritorno dall’ Iraq: “Ci ho messo tre giorni per realizzare che se la guerra è tanto noiosa (boring), la pace lo è ancora di più”. E ha aggiunto nell’ epilogo di War is Boring questa constatazione senza illusioni:

Più giro il mondo, meno mi sembra di capirlo. Più incontro persone e meno credo nella loro umanità. Più invecchio e meno mi sento a mio agio in questa mia pelle. Siamo un mondo in guerra, qualche volta tranquillo, più spesso no. Siamo i più abili fra i mostri e meriteremo tutto quello che ci capiterà”.


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