La scrittrice, il ’68 e l’ era dei robot-giornalisti

| 26 aprile 2010 |

Rivière “Questo articolo non è stato scritto da una macchina: l’ avvertenza sarà presto indispensabile”, prevede Margarita Rivière, giornalista e saggista catalana, in una serie di divagazioni sul Pais – Con la comparsa del giornalista-macchina le persone e l’ umanità diventeranno secondarie?

—–

“Qualcuno si sorprende se un robot soppianterà un presunto lavoratore intellettuale o se qualche ominide sostituirà un presentatore in carne ed ossa?

Non ci sono già giornalisti e presentatori che sembrano delle docili macchine di assoluta disponibilità?

E non è reale la prospettiva di un robot-scrittore di best seller o, perché no?, di poesia?

Perché si dovrebbero usare scrittori, giornalisti o persone per fare delle cose che già può fare una macchina in grado di processare in qualche secondo milioni di dati?”.

Sono alcune delle domande che – come segnalava qualche giorno fa Pedro Lopez su Periodistasdigital.com – si pone la scrittrice e giornalista catalana Margarita Rivière* in un articolo su elPais.com,  La generación privilegiada, dopo aver letto la notizia che un programma chiamato Status Monkey, nato dalla mente creativa di alcuni professori e studenti della Northwest University (Illinois), aveva scritto la cronaca di una partita di football fra i Minnesota Twins e i Texas Rangers, firmando The Machine (La Macchina). (Lsdi ne aveva parlato in Giornalismo automatico: come fare tg e cronache sportive senza giornalisti).

Tra l’ altro – commenta Margarita Rivière -, una macchina non reclama copyright né alcun diritto di proprietà intellettuale.

Con l’ invenzione del giornalista-robot ci si può aspettare qualsiasi cosa ed è chiaro che ormai le persone e l’ umanità intera diventeranno delle cose secondarie. Quando non resterà sulla terra lo spazio proprio degli esseri umani, la capacità di pensare, di mettere le cose in relazione fra di loro e di trarre delle conclusioni sulla realtà – questa anòmia senza senso è quello che vediamo tutti i giorni in tutti i campi – non si potrà parlare di crisi ma di rivoluzione, di capovolgimento.

Anni fa (nel 1992, più o meno), il giornalista André Fontaine, direttore di Le Monde per vari anni, la definì in una intervista come “la rivoluzione delle dimensioni (tempo e spazio)”.

Noi che veniamo da quella tanto biasimata generazione del ’68 e pensavamo che il futuro ultraconsumista, retto dal valore del danaro, si cominciasse a percepire già negli anni Settanta – vedi, orrore! Marcuse – contempliamo questi attuali sviluppi con preoccupazione ma anche con distanza. Ma nonostante questo possiamo permetterci un sospiro di sollievo: apparteniamo a una generazione privilegiata! Che ha conosciuto la realtà vera senza vivere più guerre se non quelle economiche. A metà fra la pillola e l’ Aids, siamo stati testimoni di come il sesso abbia finito di essere un peccato per diventare un obbligo, e abbiamo vissuto la trasformazione della censura politica in censura economica, mentre le ideologie lasciavano il passo agli interessi.

Né i giornalisti né gli scrittori di questa generazione – che ha consentito al mondo di scoprire i giovani e le donne – avrebbero mai immaginato che ci saremmo trovati a competere con i robot, come se l’ umanità e l’ informazione fossero un campo di patate. Non credo che ce lo meritavamo, però la nostra – per molte altre ragioni (che spiegherò un altro giorno) – è stata, davvero, una generazione privilegiata.

——

* Collaboratrice di diversi quotidiani e riviste spagnole, ha scritto saggi sul ruolo delle donne e sul mondo della moda

Leggi anche:

I commenti sono chiusi.