Tanti possibili pay wall, ma gli editori pensino a fare contenuti ‘unici’

| 23 aprile 2010 |

NewsdayNon ha importanza quale modello di pagamento un editore sceglie – sostiene Alan D. Mutter sul suo Newsosaur -, se poi non produce dei contenuti unici e irresistibili e degli strumenti o delle applicazioni che i lettori non possono trovare altrove”

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Alan Mutter, in un articolo su Reflections of a Newosaur, fa il punto sui diversi sistemi con cui negli Usa viene declinato il pagamento dell’ accesso ai contenuti online. Anche per lanciare, alla fine, un ammonimento agli editori.

“Scegliete un sistema, un sistema qualsiasi – dice Mutter –. Oppure fatevene uno vostro. Non ha importanza quale modello di pagamento un editore sceglie, se poi non produce dei contenuti unici e irresistibili e degli strumenti o delle applicazioni che i lettori non possono trovare altrove”.

I sistemi più diffusi, secondo Mutter:

Lo stile Newsday. Gratuite le prime righe di ogni articolo: il visitatore deve pagare se vuole continuare a leggere. Il giornale di Long Island ha ammesso recentemente si aver registrato solo 35 nuovi abbonamenti, a 5 dollari a settimana, ma la cosa li convince lo stesso perché l’accesso al sito viene dato gratuitamente come incentivo agli abbonati ai prodotti a stampa e ai servizi via cavo offreti da Cable Vision, che fa parte del gruppo. L’ idea può avere successo solo se l’ editore ha una sorta di monopolio in un determinate mercato.

Il modello Arkansas Democrat-Gazette. Diversamente dalla gran parte degli editori, la Democrat-Gazette non ha mai fornito l’ accesso gratuito al suo sito web. Per accedere, bisogna essere abbonati all’ edizione a stampa oppure fare un abbonamento all’ online. Questo sistema ha funzionato bene in mercati relativamente isolati e con scarsa concorrenza, mentre sarebbe molto difficile adottarlo in situazioni con 15 anni di contenuti online gratuiti, oppure su mercati con una forte concorrenza.

Lo stile New York Times. Questo sistema consente al visitatore di consultare gratuitamente un certo numero di articoli prima che gli venga sottoposta la richiesta di abbonamento. Questo meccanismo può funzionare bene in caso di servizi indispendabili come l’ informazione economica del Financial Times e potrebbe andare bene anche per gli articoli nazionali del NYT, la sua resa rimane tutta da verificare nel caso di altre testate generaliste.

Micropagamenti tipo iTunes. E’ andato bene per Apple e per alcuni operatori del settore musicale, ma non è stato finora mai sperimentato da nessun quotidiano. Gli editori sappiano che gli industriali del disco vanno dicendo che per ogni brano comoprato regolarmente, almeno 10 brani vengono “rubati” dai pirati. La mia ipotesi è che essi sottostimino, intenzionalmente, i dati reali.

La cassetta delle mance stile Miami Herald. Due mesi dopo che il giornale chiese a voce bassa ai suoi lettori di versare dei contributi volontari sull’ online per sostenere i costi della produzione di notizie, la testata ha silenziosamente messo in frigorifero l’ idea.

Ma – conclude Mutter – “invece di litigare su quale tipo di pay wall erigere, gli editori hanno bisogno di pensare strategicamente sul modo con cui devono migrare da monopoli geografici sempre meno difendibili in un mercato globale turbolento e inflessibilmente competitivo, in cui nessuno ha nelle mani le leve del comando”.

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