Sognavamo il web sociale, ma non quello di Facebook

| 15 maggio 2010 |

Fb-privacy

Il web di Facebook, racconta Narvic su Novovision, in un lungo e amarissimo articolo (che qui traduciamo pressoché  integralmente), “somiglia più a un neanato bruttino che a un bel bambino” – Lanciandosi alla conquista del web attraverso la monetizzazione con gli inserzionisti dei nostri dati personali recuperati ormai dovunque li lasciamo con  la nostra navigazione, Facebook sta ormai per diventare un problema ancora più grande di quanto non sia mai stato Google – E intanto la blogosfera è moribonda, sotto gli assalti incrociati delle reti sociali che la svuotano della sua sostanza e dei media mainstream che tentano di recuperare alcuni blogger e marginalizzarne altri, per soffocare l’ emergere di quella che essi vedono solo come una temibile concorrenza
(la grafica qui sopra fa parte di una rappresentazione dell’ evoluzione della politica sulla privacy di Facebook dal 2005 a oggi – The Evolution of Privacy on Facebook)

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On attendait le web social… mais pas celui-là !

di Narvic
(da Novovision)

Sognavamo il  “web sociale” (almeno io), e Facebook lo fa! Ma somiglia più a un neonato bruttino che a un bel bambino. Lanciandosi alla conquista del web attraverso la monetizzazione con gli inserzionisti dei nostri dati personali recuperati ormai dovunque li lasciamo con  la nostra navigazione, Facebook sta ormai per diventare un problema ancora più grande di quanto non sia mai stato Google.

E questa evoluzione ha il profilo di un web che non evolve affatto verso il meglio, come potevamo sperare.

Avrei voluto che questo web sociale emergesse di più dal lato della blogosfera, da una costruzione spontanea originalissima e autogestita di blog interconnessi, che avrebbe prodotto la sua agenda dell’ informazione.

Ma quest’ ultima oggi è moribonda, sotto gli assalti incrociati delle reti sociali che la svuotano della sua sostanza e dei media mainstream che tentano di recuperare alcuni blogger e marginalizzarne altri, per soffocare l’ emergere di quella che essi vedono solo come una concorrenza.

Immaginavo un web in cui l’ umano riprendesse il predominio sulla macchina e in cui la relazione sociale avesse la meglio sull’ algoritmo (soprattutto questa quest’ ultimo è nelle mani di una multinazionale americana tentacolare e opaca)*. E avevo formulato la speranza che tutto ciò avrebbe aperto delle nuove prospettive per il giornalismo, ritrovando attraverso il giornalismo dei link un ruolo sociale di segnalazione e raccomandazione dell’ informazione e di filtro al servizio della comunità**.

Allora il problema era soprattutto Google, che aveva messo in pratica con straordinario successo la sua ambizione di essere il grande organizzatore dell’ Informazione sul web, con l’ ausilio dei suoi milioni di server e in manietra totalmente maccenizzata. Il tutto secondo le sue regole e soprattutto per il suo grande profitto.

La rivincità dell’ umanità sulla macchina? Il “sociale” contro l’ “algoritmo”? Ecco, oggi ci siamo. Salvo che non si è andati verso il meglio e che siamo soltanto sul punto di cambiare una minaccia, o un rischio, per un’ altra (o un altro) potenzialmente ancora più grande…

Così nel marzo scorso negli Usa Facebook ha superato Google in volume di traffico per la prima volta (Electron Libre). Di poco, certo, ma è la tendenza che conta: Facebook non supera Google perché Google indietreggia, ma perché va più forte.

A dicembre, uno studio di Compete, un centro specializzato nella misurazione dell’ audience, segnalava che « Facebook avrebbe indirizzato più traffico verso i  grandi portali come Yahoo, AOL o MSN di quello di  Google » (Clubic). Cifre che uno studio francese tende a relativizzare, per quel che riguarda i siti d’ informazione francesi (Les Echos), anche se lo studio rileva anche la forte crescita della forza di Facebook, non solo per volume di traffico sul suo sito, ma come ‘generatore di traffico’ sui siti degli altri.

Ed è il momento che ha scelto Facebook per inserire il turbo e tentare di scalare alla velocità superiore. Fabrice Epelboin e Alex Iskold, su ReadWriteWeb, hanno descritto nei dettagli I vari aspetti di questa vera strategia di conquista che traspare dagli annunci recenti e assordanti dell’ azienda (vedi Lsdi, Facebook riuscirà a cambiare il paradigma del visitatore unico?).

Si sottolinea, perché è la più visibile e in un certo senso simbolica, la possibilità di disseminare su tutti i siti web che lo vorranno il famoso bottone “like” (“mi piace”), che consente a Facebook di connettersi a tutti questi siti – e di raccogliervi una massa considerevole di informazioni personali, e nominative!, su tutto quello che i membri di FB stanno per farci. Permettendo agli utenti di raccomandare istantaneamente quel sito a tutti i membri della propria rete di “amici” su Fb.

E quindi ecco la corsa su Facebook di tutti gli editori di siti, di blog e quant’ altro volete, per piazzare sul proprio sito il nuovo bottone magico, il nuovo Graal dell’ audience online! Già 50.000 siti l’ avrebbero fatto nei pochi giorni seguiti all’ annuncio!

Meriterebbe invece che ci si riflettesse un po’ prima di precipitarsi, perché l’ operazione non  è affatto anodina. Perché questo coso potrebbe essere anche il marchingegno più intrusivo e indiscreto mai uscito dalla testa di un ingegnere informatico.

Questo lascia a Marshall Kirkpatrick, su ReadwriteWeb,  “un retrogusto sgradevole”. Giudica il tutto “inquietante” e si chiede se Facebook non sia  “diabolico”

Vediamo Pierre Tran, su 01net, diviso fra l’ ammirazione per la tecnica messa a punto (« Comment Facebook va révolutionner le web ») e i pericoli potenziali che nasconde questa “rivoluzione”.

Di fatto, Facebook va a rafforzare ancora la sua potenza. Questo tessuto di link, anche se si estende su tutta la Rete, alla fine si concentra su FB, dove sono centralizzati tutti i dati. Il pericolo è che alla fine non esiste più nessun’ altra scelta di rete sociale se non Facebook. Il problema della segretezza dei dati è sempre attuale, mentre la politica di Facebook in materia sembra cambiare col vento.

In due articoli molto interessanti, Didier Durand, su Media & Tech, analizza in profondità due degli aspetti chiave dell’ operazione. Nel primo egli mostra, con l’ appoggio di precise indicazioni, in che cosa la tecnica è particolarmente intrusiva e indiscreta***

In sintesi, Facebook ne saprà su di voi molto di più di quanto Google non avrebbe mai potuto sognare di sapere! Già accusato di tendere a diventare il nuovo Grande Fratello attraverso la raccolta e la conservazione di tutti i vostri dati di navigazione a fini di personalizzazione della pubblicità, Google nonn aveva però mai compiuto il passo che sta per fare Facebook: collegare e incrociare tutti questi dati personali di navigazione che vi riguardano …col vostro nome reale e quelli dei membri della vostra rete di conoscenze.

Nel secondo articolo, Didier Durand spiega in dettaglio i “termini dello scambio” fra Facebook e gli editori dei siti web per convincerli a piazzare il famoso bottone sui propri siti. E sottolinea come potrebbe trattarsi in definitiva di un imbroglio****.

Mi ricordo che nel mio primo post dedicato a Facebook che scrissi su questo blog, nel 2007, trovavo già allora il progetto del suo fondatore  “pazzesco, demenziale”, anche se ero lontano dall’ immaginare la piega che avrebbe preso in seguito…

A questo punto lascerò la parola conclusiva – provvisoria – sulla questione Facebook a Fabrice Epelboin, su una tonalità dolce-amara:

Siamo abbastanza scettici sul fatto che tutto questo preoccuperà particolarmente l’ utente medio di Facebook. Le persone sono di una ingenuità incredibile rispetto al fatto che li si sorvegli su internet e anche questa volta non farà eccezioni. Le recenti leggi – Loppsi e Hadopi – che hanno instaurato una stretta sorveglianza del web, potenzialmente molto più intrusiva di quella, non ha sollevato delle proteste particolari al di fuori di pochi ambienti particolarmente sensibili. Peggio ancora, esse hanno messo i politici che le hanno votate in una situazione molto delicata quando si tratterà di criticare la pagliuzza nell’ occhio del vicino.

La cosa più verosimile è che l’ internauta medio apprezzerà questa esperienza personalizzata di un internet “powered by” Facebook, fino a quando l’ incredibile capacità di personalizzazione pubblicitaria che essa renderà possibile non porrà la questione”.

Io sognavo un altro web…

A questo punto, per me è il momento di aggiungere un capitolo alla mia cronaca dello “spleen di un immigrante del digitale” (episodi uno e due) e di tornare sulla fine delle mie illusioni. (…)

E’ che il web sociale che io sognavo non somiglia affatto a quello che si profila oggi: tra “una sala giochi per adolescenti immaturi e un grande supermercato”, il tutto sotto la supervisione di mastodonti tecnologici ipercentralizzati, la cui attività principale tende a diventare soprattutto quella di piazze del mercato o di aziende pubblicitarie (Google, Amazon, Apple, Facebook…).

Il mio sogno di “web sociale” è quello simbolizzato dalla blogosfera. Sono stato sedotto da questa forma tanto particolare di auto-organizzazione emergente, che si sviluppava in uno spazio molto particolare, mantenendo un equilibrio inedito fra l’ individuale e il comunitario, tra lo spazio pubblico e quello privato… Ma oggi ho la sensazione che essa stia perdendo la voce.

Certo, non mi sono mai nascosto quello che di fragile aveva questa entità (La blogosphère mise à nu par ses observateurs, même – ottobre 2008), e mi sono messo in allarme per i rischi del suo confronto con il mondodell’ informazione commerciale mainstream (Une collision de galaxies– luglio 2008).

Ma ho la sensazione che oggi stia accadendo in Francia quello Nicholas Carr entravedeva negli Stati Uniti sin dalla fine del 2008. Allora scrivevo:

Il celebre blogger e scrittore americano Nicolas Carr osserva oggi sul suo blog Rough Type, che, anche se si sono sempre dei blog, e anche dei buoni blog, la blogosfera in se stessa non esiste più. E si chiede chi possa averla uccisa…

I blog più grossi sono in via di normalizzazione e di integrazione col ondeo dei media “mainstream”. L’ idea che essi avrebbero potuto costituire un’ alternativa si rivela illusoria e ingenua.

E traducevo questi brani del suo articolo:

“Questo vasto mondo intimo, che va a ruota libera e a meraviglia, in cui gli autori propongono osservazioni, pensieri e argomentazioni, al di fuori dei limiti dei media tradizionali, è sparito. Quasi tutti i blog famosi oggi sono delle aziende commerciali con delle equipe di redattori, che fanno delle operazioni pubblicitarie aggressive, dei siti gonfiati, con delle strategie di self-linking. Alcuni sono buoni, altri sono noiosi, ma continuare a dire che essi fanno parte di una ‘blogosfera’ che si distingue dai ‘media mainstream’, somiglia sempre di più a un atto di nostalgia, se non è addirittura un’ auto illusione”.

E ho la sensazione che stia succedendo la stessa cosa nello spazio francofono: ci sono sempre dei blog, e anche dei buoni blog, ma non c’ è più blogosfera.

Il segno più palpabile viene rivelato da un fine osservatore di blog come Jean Véronis : i backlinks si sciolgono come neve al sole. I backlinks sono i link che i blogger inseriscono nei loro post per rinviare verso un altro blog, come una citazione.

Il crollo di questa pratica, a vantaggio di altre (si cita ora sulle reti sociali come Twitter o Facebook, per tornare a quello che dicevamo prima), non significa “la morte dei blog” o il declino della loro attività. Jean Véronis anima un interessante dibattito su questa questione sul suo blog (vedi  qui, qui e ancore qui).

Ma è un segno del declino della blogosfera come rete di blog interconnessi attraverso i backlinks, una poposta di modello alternativo a quello dei media mainstream per la diffusione e la gerarchizzazione dell’ informazione. Una sorta di meta-media, aggregante e auto-organizzata (e dimostrando d’ altronde la sua capacità a regolarsi piuttosto bene), producendo la sua propria agenda “sociale” dell’ informazione, in maniera comunitaria e interattiva.

I backlinks e i commenti fuggono ormai verso Twitter e Facebook e questo è un elemento assolutamente fondamentale e necessario alla strutturazione di questo spazio come una comunità che ne fa sempre più a meno. La blogosfera non forma più una rete interconnessa dal momento che le connessioni si fanno sempre di più ormai al di fuori del suo “ecosistema”. I blog si trovano sempre più isolati e ridiventano dei semplici spazi individuali di pubblicazione.

La blogosfera subisce anche gli assalti dei media mainstream, che vedono in essa soprattutto una concorrenza che bisogna tenere a bada e ridurre. Dopo aver un po’ tergiversato, esitando fra la carota e il bastone, la maggior parte dei media hanno finito per trovare un angolo di attacco diabolicamente efficace e poco aggressivo: il recupero!

Quest’ ultimo prende diverse forme. La prima consiste nella ripubblicazione dei post dei blogger sui propri siti,  dove chiunque si accorge subito che la conversazione attraverso i commenti è pressoché impossibile, riconducendo il blogger a quella relazione verticale tradizionale della stamopa col suo lettore e riducendo quello che ne faceva l’ originalità.

La seconda è ancora più radicale: è l’apertura sui siti di piattaforme di blog-della-casa, che vengono fatti funzionare sulla base di principi quasi antitetici rispetto a quelli che ne facevano l’ identità stessa della blogosfera. Il caso più sintomatico (ma è solo un esempio, la stessa logica è all’ opera nelle altre testate) è quello delle piattaforme di blog di Monde Interactif, filiale di le Monde e dell’ industrial dei media e degli armamenti Lagardère : lemonde.fr e lepost.fr.

Il blogger di queste piattaforme si vede proibire, per esempio, il gioco virtuoso dell’ “economia dei link” che caratterizza la blogosfera, perché i suoi link’in uscita’ vengono sistematicamente piazzati sotto il comando ‘no follow’: una istruzione tecnica che avverte i motori di ricerca indicando loro di non tener conto di quei link nel loro lavoro di analisi. Questo significa che quel tale blogger, qujando si vede linkato da un altro non può ‘ricambiare’ quel link, oppure gli può rendere solo un link svalutato.

E’ un modo per stabilire una sorta di cordone sanitario, che isola quei blog dal resto della blogosfera, tentando di ricostituire intorno ai media una mini-blogosfera periferica e feudale.

Queste piattaforme esercitano anche una pratica discriminante nei confronti dei blogger del loro ambiente, stabilendo delle gerarchie e delle selezioni secondo criteri che sfuggono completamente ai blogger: post degno della ‘prima pagina’, accordato lo status di ‘blogger invitato’….

Nella massima opacità, alcuni di questi blogger vengono remunerati, ma senza che questi media accettino di indicare – nemmeno ai loro lettori! – chi viene pagato, con quali tariffe e sotto quale status, degradandoli al livello di quelli che Reversus (un noto sito di informazione d’ oltralpe, ndr) giustamente definisce come « dei sub-pigisti» (dei ‘sub-collaboratori’, ndr)! (Reversus : Quel avenir pour les blogueurs ?).

Costretto in questa situazione di vassallaggio completo al mezzo che lo ospita, il blogger di queste piattaforme si vede spossessato della gestione e della moderazione dei commenti dei propri articoli. Da una parte, perché viene messo davanti alla natura stessa del pubblico dei commentatori di questi media di massa, che confondono spesso il blogger con la testata che lo accoglie e non hanno quella pratica personalizzata e in parte codificata della conversazione con l’ autore. E dall’ altra parte perché egli è soggetto a una politica di moderazione che gli viene imposta e che è controllata direttamente dalla testata, o molto spesso sotto-appaltata a qualche oscura officina di cui non si sa niente e con la quale ogni dialogo è impossibile.

La disavventura del giornalista-blogger Gilles Ponthieu a questo riguardo è edificante delle relazioni che la piattaforma di monde.fr  intrattiene con i blogger ospitati: censura di un comment senza avvisare l’ autore, blocco del blog stesso, con pretesa di censura del post in cui l’ autore denunciava la situazione.  Ponthieu ha preso la decisione migliore: se ne andato altrove. E quel’ articolo che la piattaforma di monde.fr non voleva che voi leggeste è ora online, in un’ altra casa, in cui l’ autore può disporre pienamente di se stesso.

Questo recupero di blogger nella periferia dei siti dei media mainstream porta a tagliare questi ultimi dalla blogosfera e a privarla dell’ energia che essi potevano apportare. Ciò mette turba anche profondamente il funzionamento di questa blogosfera introducendo delle monete che finiscono per pervertire la natura di questi scambi: il danaro prima di tutto, ma anche, e forse soprattutto, una retribuzione sociale di un ‘ altra natura rispetto a quella che circola di solito nella blogosfera: il riconoscimento da parte degli altri pari, che da del mondo dei blog una sorta di repubblica.

Queste piattaforme introducono nel gioco una piccola parte della loro audience di massa presso i blogger ospitati, una audience dequalificata ma che porta una notorietà che può sedurre qualcuno. E poi queste piattaforme propongono una sorta di riconoscimento sociale che può spingere a piazzarsi sotto l’ ombrello di una testata famosa.

I blogger quindi oggi devono lottare su tutti i fronti, contro le reti sociali come Twitter e Facebook che svuotano la blogosfera di una parte della sua sostanza e della sua energia, e contro i media mainstream, che attirano alcuni verso la loro periferia per renderli dei vassalli e tentano di marginalizzare gli altri. Se i blog non sono morti, la blogosfera è invece moribonda. E, per rispondere alla domanda posta da Nicholas Carr, si sa molto bene chi l’ ha ammazzata.

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* Vedi:

Y a pas que Google dans la vie

Trouver l’info en ligne : des stratégies de recherche sociales qui font mieux que Google (settembre 2008)

Y a pas que Google dans la vie ! D’autres stratégies de recherche d’info… (settembre 2008)

La revanche de l’humain sur l’algorithme

Quand mon réseau social m’informe de l’actualité (ottobre 2009)

Les réseaux sociaux, algorithme à visage humain de recherche d’information (ottobre 2008)

** Vedi:

Un journalisme de remediation ?

Quel journalisme à l’ère de l’info-buzz ? (settembre 2009)

Un journalisme de re-médiation (maggio 2008)

Un journalisme de liens ?

La stratégie des fous à lier : les enjeux du journalisme de liens (novembre 2008)

Le journalisme de liens : une vraie stratégie d’audience (settembre 2008)

***Vedi:  Bouton « Like » / « J’aime » et plugins sociaux : Facebook obtient le nom de chaque utilisateur visitant les pages équipées ! Démo concrète

**** Vedi: Boutons « J’aime » et plugins sociaux : le deal déséquilibré proposé par Facebook aux éditeurs de sites

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