Reti sociali: le informazioni pericolose

| 19 maggio 2010 |

facebook-diabolico Una ricerca Usa scopre che più della metà degli utenti di Facebook o Twitter pubblicano informazioni rischiose per la sicurezza della loro vita privata, ma ReadWriteWeb replica che questo tipi di Rapporti assegnano la responsabilità sulle sole spalle degli utenti, evitando di sottolineare come le regole sulla riservatezza e la protezione della privacy adottate da queste aziende sono generalmente oscure e poco comprensibili, e di solito restano sconosciute alla maggioranza degli utenti – Facebook, in particolare, ha operato dei cambiamente radicali negli standard minimi di riservatezza dei suoi utenti e quelli che si sono accontentati di accettare le nuove regole del gioco senza rimettere a punto le proprie regole di riservatezza si sono trovati dalla sera alla mattina a condividere i loro profili, le loro foto, i loro video e i loro link con tutti, e in gran parte senza rendersene conto
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Più della metà degli utenti delle reti sociali pubblicano informazioni pericolose per la loro vita privata.  Lo rileva il Rap­porto annuale su internet pubblicato in questi giorni da Consumer Reports, un centro di ricerche ritenuto molto serio.

Tra le condotte a rischio: l’ utilizzazione di password troppo semplici, la pubblicazione di dai di nascita completi, il non prestare attenzione alle regole di riserbo e far sapere di essere lontani da casa, per citarne alcune.

Il rapporto – racconta ReadWriteWeb – esamina in dettaglio Facebook e Twitter, i due social network più utilizzati attualmente, e rileva che su Facebook, in particolare, la percentuale delle persone che hanno dei comportamenti a rischio si aggirano sul 56%. E il fatto più interessante è che il rapporto mostra che gli utenti di Facebook sembrano perfettamente inconsapevoli del fatto che essi condividono pubblicamente le informazioni che li riguardano.

Contro questi rischi Consumer Reports consiglia almeno sette condotte da evitare a tutti i costi:

  1. uti­li­zzare una password troppo semplice
  2. rendere nota la propria data di nascita completa
  3. dimenticare di regolare I propri parametric di riservatezza
  4. pubblicare i nomi dei figli
  5. annunciare che ci si allontana da casa
  6. per­mettere a un motore di ricerca di trovarvi
  7. lasciare che i bambini utilizzino Facebook senza la supervisione di un adulto.

E, nota ReadWriteWeb, nonostante si tratti di suggerimenti di buon senso, il tono generale del rapporto è improntato all’ allarmismo. Suggerisce ad esempio che pubblicare le foto dei bambini, in quanto tale, sarebbe una condotta a rischio, anche se le reti sociali – commenta il sito – servono proprio a questo.

Il problema di questi Rapporti – ribatte il sito –  è invece che essi assegnano la responsabilità della sicurezza online sulle sole spalle degli utenti. Ma, anche se è indispensabile che su alcuni punti questi ultimi riflettano prima di muoversi, altre questioni relative ai social netowork vengono largamente ignorate.

Con essi, e soprattutto con Facebook, le regole sulla riservatezza sono generalmente oscure e poco comprensibili, e di solito restano sconosciute alla maggioranza degli utenti.

E’ chiaro che su tutte le reti sociali la soglia minima è la condivisione di tutte le informazioni con tutti. C he voi pubblichiate una foto su Flickr, o un vdeo su YouTube, o che pubblichiate il vostro profilo su Twitter o Facebook, questi network sono concepiti sulla base dell’ idea che voi condividiate quelle cose con tutti e non con un circolo ristretto di intimi.

In gran parte dei casi questo concetto è chiaro: YouTube, dopo tutto, è un portale di condivisione di video, non una rete private. Ma la con Facebook la preoccupazione è che fino a poco fa essa operava in maniera diversa ( e per questo sono scattate le tante proteste che ne sono seguite). I cambiamenti fatti alla fine del 2009 hanno cambiato in maniera radicale il suo modo di operare, tanto da attirare l’ attenzione dei senatori americani che stanno cominciando a costruire una legis­la­zione relativa alla vita privata.

In altri termini, la colpa, per quello che riguarda questi comportamenti a rischio, non ricade solo sugli utenti. Queste reti sono costruite in un modo da integrare questo tipo di rischio ogni volta che qualcosa vi viene condivisa, particolarmente Facebook che, cambiando in maniera drastica la nozione di vita privata che la dominava, ha seminato la confusione nell’ anima degli utenti.

Utenti sconcertati

Un altro dato di questo Rapporto sottolinea fino a qual punto gli utenti non comprendano il modo con cui Facebook gestisce i loro dati privato: il 73% degli adulti che utilizzano Facebook affermano di farlo per condividere dei contenuti con i loro amici, ma solo il 42% dicono di aver regolato i loro parametri di riservatezza.

Questo semplice paradosso mette in luce i nodi di questo studio. Gli utenti di Facebook non sono pienamente coscienti di come esso funzioni (o, più precisamente, dell’ evoluzione del suo funzionamento).

A dicembre, Facebook ha fatto dei cambiamenti radicali nella regolazione degli standard minimi di riservatezza dei suoi utenti chiedendo ad essi di accettare le sue nuove regole oppure di rivedere dei criteri complicati e difficilmente comprensibili per adattarli ai loro bisogni. Quelli che si sono accontentati di accettare le nuove regole del gioco di Facebook senza rimettere a punto le proprie regole di riservatezza si sono trovati dalla sera alla mattina a condividere i loro profili, le loro foto, i loro video e i loro link con tutti, e in gran parte senza rendersene conto.

Tutto questo significa che la maggior parte di quel 73% di adulti che sono convinti di condividere delle informazioni con i loro amici di Facebook sono in errore. Solo il 42%, un po’ più della loro metà, che hanno regolato i propri parametri di riservatezza sanno realmente quello che stanno facendo.

Fra i dati del rapporto si trova una gran massa di altri elementi interessanti, anche se sono da prendere con le molle perché provengono da risposte a delle domande e non dall’ analisi di comportamenti osservati (e si èviasto quanta distanza ci può essere fra la percezione di un utente e la realtà dei suoi comportamenti):

  • 73% condividono I contenuti solo con amici
  • 42% hanno regolato i loro parametri di riservatezza
  • 22% hanno regolato in maniera raffinata I dati personali a cui le applicazioni di Facebook potevano accedere
  • 18% hanno regolato il modo con cui i motori di ricerca potevano accedere al loro profilo
  • 11% condividono I loro contenuti solo con gli amici e gliamici degli amici
  • 10% hanno modificato alcune informazioni per proteggere la loro identità.

Per quanto riguarda le applicazione di Facebook

  • 39% degli utentui interrogati dicono di utilizzare delle applicazioni di Facebook
  • 10% degli uteti di Facebook sono convinti di essere in condizioni di sicurezza
  • 27% pensano che alcune applicazioni siano più sicure di altre
  • 28% pensano che tutte le applicazioni di Facebook rappresentano un protenziale problema per la sicurezza
  • 35% non hanno mai riflettuto sui problem di sicurezza poste dale applicazioni di Facebook

Protezione della privacy su Twitter

  • 34% degli utenti di Twitter inter­ro­gati affermano che i loro ‘tweet’ sono visibili solo dai loro follower  (gli ‘amici’ su Twitter, ndr)  (mentre solo l’ 8% dei profili di Twitter sono privati)
  • 27% sostengono di controllare il profilo di nuovi follower che non conoscono personalmente
  • 24% raccontano di bloccare ogni nuovo follower che non conoscono
  • 12% affermano di cercare delle informazioni sui loro nuovi follower su Google o altri motori di ricerca
  • 5% chiedono consigli a qualcun altro a proposito di nuovi fol­lo­wer che non conoscono.

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