Perché è indispensabile un nuovo intervento pubblico nel giornalismo Usa

| 20 novembre 2010 |

Cjr

Bisogna prendere atto che i giornali non sono più l’ unico luogo deputato dove si fa giornalismo  e che l’ipotesi di un intervento pubblico nel campo dell’ informazione giornalistica non comporti automaticamente l’ assegnazione di fondi federali in risposta a tali mutamenti; ci sono vari altri canali di intervento – È ammirabile che i giornalisti abbiano anticorpi potentissimi contro ogni minima iniziativa del governo che possa intaccare la libertà di stampa, ma è un peccato che la nostra professione sembri spesso incapace di affrontare seriamente le questioni delle politiche pubbliche relative ai  media – In una lunga lettera/articolo a Steven Waldman, della Federal Communications Commission, pubblicata dalla Columbia Journalism Revue, Steve Coll, premio Pulitzer e presidende della New American Fountation, sottolinea la necessità che ‘’Washington adotti nuove politiche e nuovi approcci, poiché il regime mediatico costituitosi nei decenni è oggi antiquato ed inadeguato’’ ’’In un mondo prossimo di canali infiniti, di sfide incredibile per la privacy e di una politica tanto frammentata quanto i media, gli Stati Uniti hanno bisogno di una piazza virtuale affidabile ed orientata al pubblico, che distingue i fatti dalla fiction, il dibattito onesto dalla manipolazione finanziata con cinismo’’ – Tra l’ altro, sottolinea Coll, i media statunitensi ricevono ben pochi fondi pubblici rispetto agli Paesi industrializzati. Gli Stati Uniti investono nei media pubblici 1,43 dollari pro-capite, contro, ad esempio, gli 87 dollari della Gran Bretagna – Ogni nuovo regime di finanziamento dovrebbe essere tarato in base all’effettiva produzione o meno di un giornalismo più serio, indipendente, diversificato e mentalmente aperto

—–

Riavviare il  sistema

(da Columbia Journalism Revue)

Lettera aperta di Steve Coll – premio Pulitzer e oggi presidente della New America Foundation – a Steven Waldman, nuovo direttore del Future of Media Project della Federal Communications Commission.

(a cura di Andrea Fama)

*****


Caro Steven,

il mandato di direttore del Future of Media Project ti impegna – come spesso succede nell’attuazione della politica – a vagliare interrogativi le cui risposte sono già note. Il tuo compito, come hai scritto tu stesso, è quello di “verificare che tutti gli americani abbiano accesso a fonti di informazione variegate e dinamiche che gli consentano di arricchire le proprie vite, le proprie comunità, e la nostra democrazia”.

Considerando che solo due americani su cinque sono in grado di nominare i tre rami del governo costituzionale statunitense, un riscontro positivo alle tue verifiche sarebbe sorprendente. Di fatto, ci attendiamo che verso la fine dell’anno pubblichi un rapporto che delinei, in maniera pratica e dettagliata, le opzioni per una riforma della politica pubblica che rafforzi il contributo dei media ad una sana democrazia e impegno civico.

Il punto critico per la Federal Communications Commission (FCC) è stabilire se vi siano specifiche decisioni che il Congresso o altre agenzie di Washington possano adottare al fine di preservare il ruolo secolare che il giornalismo riveste nel sistema costituzionale americano, quale cane da guardia del potere, nonché educatore e aggregatore dell’agorà pubblica. La risposta a tale questione sembra chiara: è assolutamente necessario che Washington adotti nuove politiche e nuovi approcci, poiché il regime mediatico costituitosi nei decenni è oggi antiquato ed inadeguato.

Mi rendo conto che questa non è una posizione molto diffusa tra i giornalisti. La nostra professione ha vissuto un periodo di sconvolgimenti. Abbiamo assistito al collasso dei business model dei giornali tradizionali, all’emorragia di migliaia di posti di lavoro ben remunerati, e all’ascesa – dirompente e molto promettente – delle nuove tecnologie digitali e dei social media. Eppure, molti giornalisti pare che aborrano l’ idea che il governo emani nuove norme o assegni fondi federali in risposta a tali mutamenti.

È ammirabile che i giornalisti abbiano anticorpi potentissimi contro ogni minima iniziativa del governo che possa intaccare la libertà di stampa. Ma è un peccato che la nostra professione sembri spesso incapace di affrontare seriamente le questioni delle politiche pubbliche relative ai  media.

Il problema è che le politiche che oggi regolano i media sono state sorpassate dalle nuove tecnologie. Sin da quando il Paese è stato fondato, i media ed il giornalismo americani sono stati continuamente riformulati dall’ innovazione tecnologica. Quando i mutamenti tecnologici, industriali ed economici superano i principi alla base della politica pubblica, la risposta  più intelligente è quella di aggiornare ed adeguare tale politica in modo da proteggere l’ interesse pubblico. E le riforme politicamente plausibili che gioverebbero al pubblico sono a portata di mano. È ora di riavviare il sistema.

Va riconosciuto agli scettici che il dibattito sulle politiche per i media che ha avuto luogo dall’avvento del World Wide Web è stato inquinato da uno spirito di parrocchia. Con il delinearsi della Grande Recessione nel 2008, ad esempio, gli editori hanno cercato con discrezione di ottenere ulteriori esenzioni sulle norme antitrust da parte del Congresso. Tale proposta – economicamente innocua, sebbene moralmente poco attraente – riflette l’idea degli editori che il futuro del giornalismo non sia scindibile da quello dei giornali. Cosa ovviamente non vera.

Altre proposte avanzate erano politicamente impraticabili, finché la Knight Foundation, l’Open Society Institute, Herbert e Marion Sandler, unitamente ad altri filantropi, hanno iniziato a finanziare una serie più convincente di esperimenti di giornalismo no-profit, alcuni dei quali – ProPublica, ad esempio – hanno già realizzato prodotti eccellenti. Nessuno di questi esperimenti, tuttavia, può dichiararsi auto-sostenibile.

In tale contesto è facile simpatizzare per l‘analista Jeff Jarvis, secondo cui “l’unico giornalismo sostenibile è quello votato al profitto”. La grande maggioranza del giornalismo americano è stato e sarà guidato da imprese a scopo di lucro. Ad oggi, per buona parte del giornalismo cartaceo e digitale i profitti sono sfuggenti, ma dovremmo sperare e presumere che alla fine il giornalismo beneficerà di nuovo dell’indipendenza, l’innovazione e la continua rigenerazione che spesso nascono dalle ragioni economiche.

Pur sottolineando tale aspetto, tuttavia, non possiamo esimerci dalla necessità di riformare le nostre ingiallite politiche in campo mediatico, preservando il principio che siano le forze di mercato a plasmare il giornalismo americano.

(…)

Negli Stati uniti, il giornalismo professionale è stato svuotato. Secondo un rapporto della Federal Trade Commission, le entrate pubblicitarie dei giornali si sono quasi dimezzate dal 2000 ad oggi. I proprietari delle testate hanno risposto al declino delle entrate riducendo i costi, in primo luogo licenziando il personale, riducendo gli spazi dedicati all’ informazione e chiudendo uffici e sedi. Anche i network radio-televisivi stanno sperimentando acquisizioni, licenziamenti e chiusure. In alcuni casi, giornali ed emittenti sono colpevoli di non aver saputo innovare e di aver ignorato i propri utenti. Tuttavia, attribuire la colpa di ciò ad una leadership carente , piuttosto che ad un mutamento tecnologico, sarebbe come dire che gli americani andrebbero più a cavallo se solo gli stallieri dei primi del novecento fossero stati più lungimiranti.

Le sezioni on-line di giornali ed emittenti stanno voracemente sperimentando nuovi paywall e modelli pubblicitari nella speranza di recuperare una parte considerevole delle mancate perdite derivanti dai vecchi modelli di business. Speriamo che la facciano. Tuttavia, come fanno notare dalla FCC:

Vi sono ragioni che fanno temere che la sperimentazione non riesca a produrre un business model solido e sostenibile per il giornalismo commerciale. La storia degli Stati Uniti ci insegna che i lettori non hanno mai pagato nulla che si avvicini ai costi di produzione delle notizie. Piuttosto, il giornalismo è sempre stato sovvenzionato dal governo federale, dai partiti politici o dalla pubblicità.

Si potrebbe contestare che la migliore politica da adottare per il futuro sia quella di eliminare dal regime federale ogni forma di sostegno mirato al giornalismo. Ma si tratta di argomentazioni radicali ed errate.

Così come era nella visione dei Fondatori, la libertà di stampa ed una sana agorà pubblica sono elementi vitali per una repubblica, tanto vitali che la loro ricerca vale un po’ di investimenti pubblici, di modesta entità e contenutisticamente neutrali, in quello che altrimenti resta un sistema di mercato libero.

Così come accadde con la medicina, la legge e l’economia, anche l’evoluzione del giornalismo a professione vera e propria non ha portato con sé garanzie contro eventuali frodi o fallimenti sistemici, facendo tuttavia registrare un miglioramento generale sul piano del discorso pubblico e dell’ informazione civica, rispetto a quanto accadeva in un passato costellato da estorsori armati di flash e telecamera e a cacciatori di scandali fortemente politicizzati.

Nonostante ciò, enfatizzare il valore durevole del giornalismo professionale non significa declassare il valore del giornalismo amatoriale.

Certo, vi sono molte realtà che confidano nelle nuove metodologie accessibili ai non-professionisti grazie alle nuove tecnologie – pensiamo al crowdsourcing, al data-mining o ai citizen reporter.

Ma vi sono prove affidabili che il pubblico continua ad apprezzare il giornalismo professionale tradizionale, anche laddove abbia a disposizione molte nuove scelte in ambito digitale. Ad esempio, l’ audience totale dei giornali è cresciuta significativamente dal 2000 ad oggi, se si considerano i lettori digitali. Così come il pubblico dei media pubblici già esistenti è solido ed in crescita. Le 365 emittenti televisive pubbliche del Paese registrano 61 milioni di telespettatori ogni settimana, secondo una ricerca condotta dalla Missouri School of Journalism, mentre le radio pubbliche hanno 30 milioni di ascoltatori. Negli ultimi venti anni, l’ utenza complessiva delle emittenti facenti capo alla National Public Radio è cresciuta del 176%, con un’espansione del 9% negli ultimi cinque anni. Nel complesso, il sistema di emittenti pubbliche ha raggiunto il 98% della popolazione americana. Secondo i sondaggi, inoltre, i media pubblici godono di una fiducia considerevolmente maggiore rispetto alle proprie controparti commerciali.

Tali risultati sono stati raggiunti nonostante i media statunitensi ricevano ben pochi fondi pubblici rispetto agli Paesi industrializzati. Gli Stati Uniti investono nei media pubblici 1,43 dollari pro-capite (240 milioni di dollari all’anno). La Gran Bretagna spende 87 dollari pro-capite ed il Canada (uno dei Paesi che investe meno) si attesta sui 27 dollari. In questo scenario, il budget della Corporation for Public Broadcasting è cresciuto solo del 5% in termini reali a partire dal 1982.

La politica per i media degli Stati Uniti ha sempre tirato il freno ad interventi governativi rispetto a quanto accade in altri Paesi sviluppati, ed in tempi di crisi come quelli attuali è irrealistico pensare a maggiori contributi derivanti dal sistema fiscale generale. Tuttavia, sarebbe possibile perseguire le riforme ed incrementare i fondi per i media pubblici senza attingere in maniera significativa alle entrate generali.

La FCC mette regolarmente all’asta frequenze che hanno un proprio valore. Vi sarebbero opportunità per incrementare considerevolmente le entrate derivanti da chi acquista ed utilizza tali frequenze, e canalizzare verso usi più produttivi i fondi che questi attori già erogano. Una impostazione che dovrebbe essere estesa, fino ad includere i detentori di licenze per la trasmissione via cavo e le emittenti satellitari, tra gli altri. Queste ultime, ad esempio, sono obbligate a destinare costose porzioni di banda ad utilizzi che siano nel pubblico interesse; ebbene, cifre equivalenti gioverebbero di più al pubblico se destinate direttamente alla Corporation for Public Broadcasting.

In pratica, non occorre riformare il sistema. Basterebbe invece destinare alla Corporation for Public Broadcasting le risorse derivanti da chi utilizza proprietà pubbliche, in cambio di riforme di sistema all’interno della stessa CPB, che fu istituita al fine di promuovere l’interesse pubblico tra i media commerciali.

Attualmente la Corporation for Public Broadcasting finanzia i mainstream media in ambito radio-televisivo, in special modo la televisione, cui sono destinati tre quarti dei fondi della CPB. Vi è chi suggerisce che in nuovi fondi siano legati a formule maggiormente pluralistiche, tra cui una ristrutturazione della stessa CPB al fine di includere nuovi protagonisti digitali, come ProPublica, ad esempio, o  siti locali come il Voice of San Diego, che è una realtà no-profit. Un tale cambiamento comporterebbe innanzitutto un nuovo nome per l’ente in questione, che sarebbe ribattezzato con un più ecumenico Corporation for Public Media.  Si tratta di un’idea politicamente ambiziosa, che va senz’altro nella giusta direzione strategica. Ogni nuovo regime di finanziamento dovrebbe essere tarato in base all’effettiva produzione o meno di un giornalismo più serio, indipendente, diversificato e mentalmente aperto.

Ogni nuova sovvenzione dovrebbe porre delle condizioni (oltre a prevedere una gestione più efficiente delle emittenti). Una di esse dovrebbe essere che la PBS, la NPR e tutte le emittenti ad esse facenti capo ricevano degli incentivi per operare nei media digitali e per sposare il giornalismo locale ad un livello maggiore di quanto fatto finora (che non è poi molto). Alle emittenti dovrebbero inoltre essere concessi incentivi perché connettano il proprio pubblico ad altri media di natura commerciale o no-profit, attraverso l’utilizzo di sistemi aperti, proprio come accade con gli aggregatori sul Web, al fine di rafforzare l’innovazione e le realtà emergenti.

Il sistema dovrebbe inoltre essere organizzato in modo da rafforzare la attuale separazione tra fondi governativi e giornalismo. Ai loro tempi, gli editori dei giornali avevano nettamente isolato le proprie redazioni dalle pressioni degli inserzionisti, così come i rettori delle università avevano isolato le facoltà dalle pressioni dei donatori. Non vi è alcuna differenza morale tra i dollari delle inserzioni e quelli del governo: entrambi arrivano da istituzioni che esercitano un potere sui cittadini, e dovrebbe essere compito dei giornalisti analizzare ed affrontare tali poteri senza alcuna remora.

Mi è giunta voce, Steven, di una tua idea secondo cui i fondi governativi aggiuntivi non possono essere destinati a quei soggetti le cui entrate ammontano ad oltre il 15% del proprio budget. Si tratta di un’idea fantastica.

I fondi ristanziati alla CPB, inoltre, dovrebbero essere legati a riforme studiate al fine di rendere il sistema dei media pubblici più aperto, diversificato ed inclusivo. Piattaforme, tecnologie ed accesso aperti dovrebbero essere aspirazioni da seguire. E laddove i fondi provengano dalla CPB, il Congresso dovrebbe insistere sulla creazione di almeno un flusso di finanziamento accessibile agli outsider. L’eventuale Waldman Fifteen Percent Rule (la regola del 15% di Waldman, NdT) potrebbe svolgere un ruolo particolarmente utile in tale progetto.

La NPR riceve dalla CPB e da altri finanziatori federali meno del 2% del proprio budget annuale. Anche considerando finanziamenti indiretti provenienti dalle emittenti ad essa facenti  capo, meno del 10% dei fondi della CPB finisce nelle casse del principale network radiofonico pubblico del Paese. La necessità di rastrellare fondi da fonti diverse, tra cui gli ascoltatori, rafforza il sistema giornalistico della NPR obbligandola a tenere conto delle preferenze del pubblico e ad evitare le posizioni pregiudiziali. Nonostante ciò, maggiori finanziamenti da parte della CPB verso il sistema radiofonico pubblico rafforzerebbe la democrazia del Paese, soprattutto se i nuovi fondi fossero legati ad incentivi volti ad ampliare la presenza digitale e locale del sistema.

I produttori ed i presentatori della radio pubblica dovrebbero aspirare ad essere la voce uno spazio mediatico affidabile, fattivo, tranquillo ed inclusivo, che dia spazio ad un giornalismo non di parte e ad un dibattito pubblico sulle questioni davvero importanti, senza sensazionalismo e senza le distorsioni determinate dai traguardi commerciali. Ciò nonostante, come tutte le istituzioni culturali di successo, la radio pubblica dovrà mettere alla prova la propria compiacenza ed innalzare il livello della propria diversità.

Non vi è dubbio che i conservatori vedano la NPR come un organo paralizzato dal pregiudizio liberale. Il network dovrebbe essere responsabile nei confronti di tutti i propri legittimi costituenti – per fungere da agorà pubblica deve essere aperto e corretto verso tutti. Un esempio istruttivo è costituito dalla BBC: a fronte delle critiche giunte dai conservatori, i manager dell’emittente britannica sono giunti alla conclusione che il problema non riguardava una posizione pregiudiziale nell’esporre le notizie, bensì un pregiudizio inconscio nella scelta degli argomenti. Questioni di interesse e preoccupazione per i conservatori, come l’immigrazione e il mondo degli affari, venivano sproporzionatamente trascurate. Una correzione in corso d’opera ha ampliato la base di consensi per l’emittente.

Come sostiene, tra gli altri, Bill Kling, in un mondo prossimo di canali infiniti, di sfide incredibile per la privacy e di una politica tanto frammentata quanto i media, gli Stati Uniti hanno bisogno di una piazza virtuale affidabile ed orientata al pubblico, che distingue i fatti dalla fiction, il dibattito onesto dalla manipolazione finanziata con cinismo.

Non è una questione di destra contro sinistra, né di competizione tra partiti politici; si tratta dello stato di salute della società civile.

“Forse ci troviamo in un altro 1967”, come piace  dire a Ernest Wilson, presidente della CPB, riferendosi all’arrivo della coalizione politica che ha istituito formalmente le emittenti pubbliche.

Potrebbe avere ragione, ma solo se coniugheremo una visione per una riforma unificatrice con coalizioni il più ampie possibile.

Distinti saluti,

l’ altro Steve