Ma conviene alla stampa diventare un ‘bene pubblico’?

| 1 aprile 2010 |

Forbes

In un intervento su Forbes Trevor Butterworth, direttore di Stats.org, analizza i diversi motivi per cui, secondo lui, il giornalismo  “non dovrebbe ricevere finanziamenti pubblici” – E cita un “vecchio saggio”:  “Sarebbe più facile guardare al giornalismo come a un bene pubblico se il pubblico pensasse che fosse un bene” – “Se la stampa è tenuta in così poco conto dal pubblico americano, come emerge da molte ricerche sarebbe arduo dirottare i soldi dei contribuenti senza chiedere un po’ di responsabilità pubblica. Perché? Perché tutti i beni pubblici – sicurezza, educazione, ecc. – sono sottoposti a una regolamentazione: è il prezzo del finanziamento del governo. E perché dovrebbe essere diverso per il giornalismo se fosse finanziato con fondi pubblici?”

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TrevorTHE FUTURE OF JOURNALISM

Why it shouldn’t receive government funding and become a public good.

di Trevor Butterworth *
(Forbes. Com )**

Per anni editori, media leader e non pochi giornalisti hanno tentato di ignorare la tempesta digitale che stava arrivando. Gingillandosi, mentre la tecnologia stava cambiando il loro mondo. Ora, mentre questo mondo si sviluppa, ci si chiede se qualcosa di ancora più grande non sia a rischio a causa del nuovo paesaggio digitale: il futuro del giornalismo stesso. Che cosa succederà se il pubblico non comprerà più i giornali a pagamento? Che cosa accadrà veramente se per il tipo di stampa generalmente ritenuta vitale al funzionamento di una democrazia non ci fosse un’economia digitale?

In un recente discorso alla Federal Trade Commission, pubblicato poi sulla Columbia Journalism Review, Robert McChesney, un teorico della comunicazione, affermava che questo scenario dovrebbe essere visto come un’eventualità più che una probabilità; e che le conseguenze per una democrazia dovrebbero convincere tutti noi a ricontestualizzare il giornalismo come “un bene pubblico, non privato“. E’ come la difesa militare – continua McChesney –, le infrastrutture, l’educazione,  la salute pubblica e la ricerca… è qualcosa che la società richiede, e le persone vogliono, ma che il mercato non può generare in quantità o qualità sufficienti. Ha bisogno di una guida che lo governi per esistere”.

Ci sono due evidenti obiezioni a questo argomento. La prima è che il giornalismo deve accettare  non solo di adattarsi alle nuove tecnologie – prima fotografia, poi radio e poi televisione –  ma anche ad essere modificato da esse.  Il raccontare come sono avvenuti dei fatti si è sviluppato attraverso  un rapporto simbiotico col telegrafo e non solo perché con quello strumento si poteva riportare gli eventi per quello che sono così come accadono. Infatti Mathew Brady non ha fotografato la Guerra civile perché il governo lo riteneva una buona idea e gli aveva dato questa direttiva, ma perché egli pensava che registrare la guerra fosse cosa vitale da fare. (…)

La tecnologia ha cambiato la forma degli articoli e lo stile della scrittura. Così per esempio ad un certo punto le parole erano diventate costose da trasmettere e il telegrafo era inaffidabile: così si rovesciò la piramide con cui tradizionalmente venivano costruiti i servizi, via gli avverbi e gli aggettivi.

Non è stata la tecnologia a rovinare il giornalismo – ma una generazione di manager editoriali compiaciuti di loro stessi  hanno semplicemente fallito la sfida rimanendo legati alla vecchia strategia dell’ economia di scala.  Ma perché negare a priori la  possibilità che un tipo migliore di visione d’insieme possa emergere dal gorgo dell’ innovazione?

Non è ancora chiaro poi che l’ informazione che si basa su sostegni pubblici sia superiore a quella commerciale nell’ ottica del rafforzamento della democrazia. McChesney sottolinea che con l’ aumento dei sussidi ai giornali in Europa “il contenuto delle notizie è invece diventato più critico nei confronti del partito al potere e del governo in generale”. Ma non è detto che questo atteggiamento sia sempre una manna per la democrazia. I gruppi editoriali finanziati dal potere pubblico potrebbero voler provare la loro indipendenza adottando posizioni molto critiche nei confronti del governo, ma un antagonismo basato su servizi scarni o posizioni pregiudizialmente contrari, hanno, per esempio, danneggiato seriamente la credibilità della BBC.

Allo stesso tempo, è ovvio che il broadcasting commerciale in UK, come ITN e SKY, è in grado di fare dell’ informazione esattamente come la loro rivale finanziata pubblicamente, ma questo è semplicemente un prodotto della competizione. L’ editoria commerciale però si trova ora in una situazione di svantaggio, dovendo fronteggiare un titano come la BBC che ‘regala’ notizie su internet grazie al canone, che “criminalizza” chi guarda la tv senza averlo pagato. E non è un caso che, secondo un sondaggio, il 50% dei britannici vogliono l’ abolizione del canone.

Anche se un sistema di voucher rimpiazzasse il sussidio diretto del governo – come affermano nel loro libro McChesney e John Nichols The death and life of American Journalism – e le persone fossero libere di indirizzare il loro voucher da 200 dollari verso la testata che più preferiscono, da dove uscirebbero questi 40 miliardi di dollari? Difficile sfuggire all’ ironia, pensare di leggere in qualche punto nel bilancio pubblico, evidenziato in rosso, la posta di una stampa gratuita finanziata obbligatoriamente.

Ognuna di queste ragioni potrebbe essere sufficiente per opporsi alle ipotesi di un intervento del governo per un finanziamento pubblico del giornalismo (anche se si potrebbe pensare a un intervento del governo volto a diventare più aperto e trasparente) ma c’è un problema concettuale di fondo dietro l’ idea che il giornalismo dovrebbe diventare bene pubblico come la salute o la difesa.

Come il filosofo Raymond Guess rileva nel suo Public Goods, Private Goods,  le definizioni di “pubblico” e “privato” non sono chiuse all’ interno di comparti fissi e con confini ben delineati : “Non è – scrive – che scopriamo la distinzione fra pubblico e privato e in seguito procediamo a determinare quale valore si debba dare loro; ma attraverso i nostri valori  e la nostra conoscenza decidiamo quale tipo di cosa ha bisogno di una regolamentazione oppure di una nostra attenzione particolare e solo allora la si marchia come pubblica”.

Per esempio: la situazione finanziaria di un qualsiasi cittadino non è pubblica, nel senso che gli altri cittadini non possono vederla, ma questa nozione di privacy non si applica a un politico che prende una tangente. Allo stesso modo le preferenze elettorali e le convinzioni politiche sono essenzialmente private. Ma questa nozione di privacy si estende anche ai giornalisti?  Molti giornalisti direbbero sì, c’ è una distinzione fra opinioni private e pratica giornalistica. Altri giornalisti direbbero no, perché ritengono che si tratti di una delle caratteristiche che vanno messe in conto come possibili pregiudizi della identità del giornalista, così come deve essere reso esplicito un eventuale conflitto di interessi fra opinioni private e racconto giornalistico.

Il finanziamento pubblico può alterare questa dialettica fra privato e pubblico nel giornalismo?

Detto che la stampa è tenuta in così poco conto dal pubblico americano, come emerge da molte ricerche (vedi qui e qui), sarebbe arduo dirottare i soldi dei contribuenti senza chiedere un po’ di responsabilità pubblica. Perché? Perché tutti i beni pubblici – sicurezza, educazione, etc – sono sottoposti a una regolamentazione: è il prezzo del finanziamento del governo. E perché dovrebbe essere diverso per il giornalismo se fosse finanziato con fondi pubblici? Certo, si può citare il Primo Emendamento. Ma è difficile immaginare che si possano persuadere le persone del fatto che il finanziamento pubblico alla stampa sia una buona idea senza una più robusta protezione dall’ invasione della privacy e dagli abusi dovuti a un giornalismo poco accurato e pieno di pregiudizi politici.

I pericoli del finanziamento pubblico sono di solito inquadrati in termini di interferenze governative e di trame del potere ma il pericolo reale è che il pubblico chiederà interventi giuridici che andranno ben al di là di un semplice controllo da parte dei vari ombudsman. Solo pochi anni fa, nel 1997, in un momento in cui fra l’ altro l’opinione pubblica era più favorevole alla stampa rispetto ad ora, un sondaggio (un Harris Poll ) condotto dal Center for Media and Public Affairs rilevò che l’ 84% dei cittadini era favorevole a una “chiara direttiva” del governo per imporre una parità di trattamento delle vaie parti nelle controversie, mentre il 70% riteneva che i giudici  dovessero imporre delle multe per gli episodi di giornalismo inesatto o fazioso. Come disse un saggio, “sarebbe più facile guardare al giornalismo come a un bene pubblico se il pubblico pensasse che fosse un bene”.

Ma il giornalismo ha davvero raggiunto un punto di tale fallimento da dover correre questi rischi e premere il pulsante di emergenza? Forse (…), ma il governo non è come Batman, che torna a indossare i panni di  Bruce Wayne quando la crisi del momento è finita; chiedi gli aiuti del governo e il governo  ti aiuterà fino a quando non gli darai fastidio. Argomentazioni come quelle di McChesney sono quelle di una generazione che sta abbandonando i media. Forse sarebbe meglio per il futuro del giornalismo se tutti loro si dessero una mossa.

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*Trevor Butterworth è il direttore di Stats.org, un organismo che fa capo alla George Mason University e si occupa di come i dati numerici vengono usati nella vita pubblica e nei media. Collabora a Forbes con un editoriale settimanale.

**traduzione di Claudia Dani


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