Il dibattito sulla crisi dell’ editoria tradizionale e i nuovi media si sta troppo focalizzando su contenuti, gratis o a pagamento, e pubblicità, senza considerare le altri fonti, spesso oggi inesplorate, perfino dai grandi giornali.
Lo osserva acutamente Luca Conti in un post sul suo blog, Pandemia, in cui fa riferimento a un quadro, realizzato da Ross Dawson, che ben rappresenta l’insieme delle fonti di ricavo a cui i media possono attingere per vivere e sopravvivere.
“Community, eventi, merchandising – osserva Conti – sono a mio avviso altri tre pilastri importanti dell’ impresa media del futuro”.
Come direttore editoriale dal 1995 di due riviste accademiche abbiamo trovato un modo per sostenerci, dopo averci tanto pensato e penato: pagano le biblioteche che vogliono leggerci. E pagano bene.
Certo, in USA c’è la cultura diffusa che l’informazione di qualità o lo studio di livello sia giusto pagarli (cosa che qui non c’è) se nessun altro paga (leggi: stato e istituzioni o università private), e la readership è molto più ampia. Si riesce a farlo e sopravvivere, senza vendere spazi pubblicitari per salami e bacon (però abbiamo messo uno dei primi banner rotanti su Web, nel 1997, era una casa editrice indiana che ci ha dato ben 1000 USD per 6 mesi).
Siamo molto specializzati, chi vuole leggere paga, ma gli editoriali e le recensioni sono gratuite e pubbliche.
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