Ma l’ informazione non è mai stata un prodotto commercialmente redditizio

| 10 aprile 2010 |

Strillone Robert G. Picard, un esperto di economia dei media, ricorda che “la maggior parte delle persone è stata, e rimane, piuttosto restia a pagare l’ informazione, per cui quest’ ultima “è stata sempre finanziata con dei ricavi che dipendevano dal valore che questa informazione aveva se utilizzata in altre attività”

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Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, l’ informazione non ha aspettato l’ avvento di internet per diventare poco redditizia. E’ quello che ricorda Robert G. Picard*, in un articolo dal titolo News has never been a commercially viable product (via Owni.fr).

Gli editori – sostiene Picard – continuano ad assicurare che tutto andrebbe bene se potessero alzare le “mura” del pagamento per l’ informazione online e se i governi fornissero loro una protezione giuridica in modo da poter fare dell’ informazione un prodotto digitale economicamente sostenibile.

Ma – dice Picard – il loro approccio “è sbagliato” perché “ignora questa fondamentale realtà: l’ informazione non è mai stata un prodotto commercialmente redditizio perché la maggior parte delle persone è stata, e resta, restia a pagare l’ informazione”. Per cui, aggiunge, “l’ informazione è stata sempre finanziata con dei ricavi che dipendevano dal valore che questa informazione aveva se utilizzata in altre attività”.

Dal modello di “finanziamento imperiale” dell’ informazione, gestita da rappresentanti ufficiali del potere per spiegare ai sudditi le scelte dei governi, al modello di finanziamento da parte delle elite commerciali (notizie per avvantaggiarsi sui mercati), si è arrivati al modello di finanziamento da parte di una elite sociale, nel 18 e 19° secolo con “il finanziamento di giornali che servivano gli interessi dell’ aristocrazia e di una classe di commercianti sempre più numerosa”. Anche in questo caso, rileva Picard, il loro modello economico non era redditizio e i giornali venivano sostenuti con i ricavi di altre attività commerciali oltre che da governi, partiti politici e associazioni padronali.

“Il modello dei media di massa – racconta Picard – è comparso tra la fine del 19° secolo e l’ inzio del 20°. Questo modello è stato reso possibile dalla rivoluzione industriale, l’ urbanizzazione, il lavoro salariato e la vendita di beni di consumo. In questo modello l’ informazione è fornita alle masse a basso prezzo, ed è sovvenzionata dalla vendita pubblicità. Poiché la maggior parte delle persone non è interessata a seguire gli avvenimenti del giorno e alle notizie di attualità, il grosso del giornale è consacrato allo sport, al divertimento, al costume e a tutti quegli argomenti che accrescono la disponibilità dei lettori a spendere per comprare”.

Questo resta “il modello predominante per finanziare la ricerca delle informazioni e la loro diffusione, ma la sua efficacia diminuisce nella misura in cui l’ audience ‘di massa’ diventa una audience ‘di nicchia’ nei paesi occidentali con il trasferimento verso la televisione, le riviste e internet dei cittadini meni interessati all’ informazione di attualità”.

Tutto questa crea incertezza sul modo con cui la società sovvenzionerà e pagherà per il giornalismo del 21° secolo.

Concentrarsi sull’ informazione in quanto prodotto commerciale può sembrare futile, ma – aggiunge Picard – i fornitori di informazione farebbero bene a consacrare i loro sforzi nella creazione di altre attività commerciali, che potrebbero sovvenzionare l’ attività giornalistica. Penso alla creazione di avvenimenti, all’ educazione, alla formazione, alla vendita di libri, di viaggi e a una ampia varietà di merchandising”.

Un secolo fa molti editori sovvenzionavano l’ informazione con questo tipo di attività e alcuni continuano a farlo. E’ probabile che i fornitori di notizie debbano appoggiarsi su una gamma più ampia di flusso di ricavi in futuro piuttosto che limitarsi ai soli redditi che provengono dagli acquirenti e dalla pubblicità, come accade invece oggi”.

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* Picard è specialista in economia dei media e docente a New York, in Svezia e a Pechino. Di lui abbiamo già pubblicato (Tagli alle redazioni Usa: ma è vera crisi?) alcune riflessioni sulla crisi dei giornali.

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