Il giornalismo e le aspettative dei giovani

| 27 aprile 2010 |

Travaglio

Di ritorno da Perugia Vittorio Zambardino (che annuncia un’ analisi delle varie nuove iniziative di editoria giornalistica di cui si è parlato al Festival) riflette sul costo sociale rappresentato dal lasciare fuori dalla porta della società le aspirazioni delle nuove generazioni, mentre Mario Tedeschini Lalli teme che l’ idea di giornalismo dei giovani italiani sia nettamente sbilanciata verso la cultura del sospetto piuttosto che verso  quella del dubbio

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Di ritorno da Perugia, dove è stato ovviamente colpito dalle aspettative che circolavano fra le “centinaia di ragazzi, fra i 20 e i 30 anni, che vivono il giornalismo come un valore civile e vogliono praticare la professione”*, Vittorio Zambardino è preoccupato (Scene digitali ) dal “costo sociale rappresentato dal lasciar fuori dalla porta della società tutte queste aspettative, visto che accanto al main theme del giornalismo civile, a Perugia il “buzz” più diffuso, sui palchi e fra i ragazzi, era “lasciare questo paese perché non c’è niente da fare”.

Su questi due poli – entrare come giornalisti civili o andarsene – si giocano molto delle speranze, le aspettative e i desideri dei giovani presenti. Io credo – osserva Zambardino – che lasciarli andare, e in larga parte non farli tornare visto che sono già andati, sarebbe una perdita per la qualità civile di questo paese”.

Queste osservazioni, che condividiamo in pieno, sono espresse alla fine di un articolo dal titolo indicativo: “Modelli di news, speranze di ragazzi, soldi di genitori”, in cui si annuncia un’ analisi delle molte iniziative di giornalismo di cui si è parlato nei giorni di Perugia.

Spiega Zambardino:

E’ importante farlo perché ci sono più incarnazioni concrete su due modelli diversamente coniugati. Da una parte il modello dell’aggregatore, dall’altro quello dell’autorialità che lavora sulla produzione di informazione originale. E’ come se avessimo un continuum lungo il quale i due modelli si stemperano e si provano. All’estremità autoriale metto Propublica. Al primo capo Net1news”amp;;. Ne parlo qui sotto.

Così si vedono iniziative basate su una startup che si regge sul credito aperto da finanziatori-angeli, come il Post., che si pone alla metà esatta del continuum e fa aggregazione opinionata (e analiticamente proposta). Dall’altra le fondazioni per il giornalismo investigativo, sul modello Propublica, e in Italia YouCapital e la Fondazione href, appena partita.

Dubbio o sospetto?

Sulla “questione giovani” interviene anche Mario Tedeschini Lalli osservando come l’ entusiasmo che circolava a Perugia “andrebbe forse un po’ analizzato perché ci dice parecchie cose sullo stato del giornalismo in Italia e – specialmente – sulla immagine che proietta”. E l’ immagine che, secondo Tedeschini Lalli, è emersa da alcune delle sessioni è quella di un giornalismo nettamente  proiettato verso il sospetto.

Scrive Tedeschini Lalli:

L’ entusiasmo mostrato per Marco Travaglio, per Roberto Saviano ma – più ancora – le domande e gli interventi del pubblico ascoltati nel corso dei lavori mi sembrano dipingere una generazione per la quale la scelta di campo politica è netta quanto spesso inconsapevole, una generazione che concepisce un unico modello “buono” di giornalismo, quello di Marco Travaglio, una generazione che fa fatica  – come peraltro molti dei loro più anziani e navigati colleghi – a distinguere tra i “fini” (e le conseguenze) di un giornalismo e la sua “eticità”: le testate e i programmi orientati a sinistra appaiono (quale più o quale meno) “professionali”, quelli orientati a destra (sostanzialmente) manipolatori. In mezzo non c’è spazio per nient’altro. Un racconto di “buoni” e di “cattivi” con i contorni così netti da far pensare a certi western girati a Hollywood fino agli anni Cinquanta.

Mario Tedeschini Lalli ha invece una visione “classica” del giornalismo come luogo dove coltivare il dubbio:

  • il giornalismo o è “terzo” o è un’altra – sia pur nobile – cosa (il che non vuol dire non avere un punto di vista, naturalmente);
  • il giornalismo non ha lo scopo di “intimidire” nessuno, neppure il potere – deve piuttosto “controllare” il potere (ma siamo strapieni di giornalismo “intimidatorio”, ahimé);
  • il giornalismo (senza minimamente entrare nell’analisi del quantum di giornalismo presente in Gomorra) deve rispondere  alle famose cinque domande: chi, che cosa, dove, quando e – infine – perché. Mettere il “perché” davanti al “che cosa”, rendere il “che cosa” fungibile è la fine del giornalismo; ciò che ne risulta è una cosa magari altrettanto nobile, utile, necessaria, ma non è giornalismo.

E conclude:

Il giornalista giustamente “dubbioso” raccoglie dati per accertare la consistenza reale del dubbio che gli è venuto, poi li mette in correlazione con altri fenomeni, infine cercare di stabilire un rapporto di causa-effetto. Sono le tre attività più importanti nel giornalismo investigativo e – direi – nel giornalismo in genere e non possono essere confuse.

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*Questi giovani “non vogliono “entrare” nell’ordine, è tutta un’altra faccenda (un selvaggio con tessera da professionista – il vicedirettore della ‘Nazione’, Mauro Avellini, aggiungiamo noi, ndr) si è permesso di dire che “fare i giornalisti non è obbligatorio”: un pubblico educato non lo ha criticato come meritava (sbattendogli sul muso più perentoriamente il fatto che il suo gruppo arriva a pagare anche solo 2 euro lordi per un articolo, cosa che spiega ampiamente il ‘fare i giornalisti non è obbligatorio, ma se proprio lo vuoi fare…’  ndr).

(via Antonio Rossano)

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