I nuovi investigatori. Il giornalismo d’inchiesta nell’era del no-profit

| 4 giugno 2010 |

California

In un incontro organizzato negli Stati Uniti da California Watch, una delle varie start-up di giornalismo investigativo no-profit che stanno nascendo nel paese, sono stati presentati i risultati di una inchiesta durata sei mesi, fra la commozione generale e i ricordi di quando qualche testata si poteva permettere di distaccare dei propri giornalisti anche per mesi e mesi di ricerche – Ma mentre un tempo l’ obbiettivo (dei media commerciali) era lo scoop ora quello che conta è il massimo impatto, tanto che California Watch cerca di stabilire una data di uscita comune a tutte le redazioni che hanno scelto di pubblicare una determinata storia – Sulla Columbia Journalism Review un articolo di Jill Drew sui “nuovi investigatori” – I gruppi no-profit come California Watch costituiscono ormai “un ecosistema emergente di giornalismo d’inchiesta”, che, secondo alcuni osservatori, sopravviverà soltanto nel mondo delle testate no-profit – In molti, tuttavia, ritengono che sia ancora troppo presto per predire il futuro del giornalismo d’inchiesta in chiave no-profit. Sono diversi coloro che spiegare la situazione attuale ricorrono alla metafora del “Selvaggio West” – Le risorse d’ altra parte ci sono, visto che i filantropi hanno iniziato ad aprire i propri portafogli: secondo i calcoli del J-Lab presso l’American University, tra il 2005 e l’aprile 2010, circa 143 milioni di dollari provenienti dalle fondazioni sono finiti nelle casse di imprese operanti nel campo dei media –Ma, naturalmente, l’ influenza che i donatori – e gli interessi di cui sono portatori – esercitano sulle inchieste è materia tenuta sotto stretta osservazione

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The New Investigators
di Jill Drew
(Cjr.org)
(traduzione a cura di Andrea Fama)

Nel corso di un incontro tenuto da California Watch, la start-up no-profit che si occupa di giornalismo investigativo, sono stati presentati i risultati di un’inchiesta durata sei mesi. Robert Salladay, redattore capo, e  Robert Rosenthal, fondatore del gruppo, non hanno potuto trattenere l’emozione e l’apprezzamento: “ogni paragrafo potrebbe essere una storia a sé”, afferma il primo; “è incredibile”, commenta il secondo.

È un momento di dolcezza che riguarda ogni inchiesta e che rimanda a tempi avvincenti quando le redazioni potevano ancora permettersi di distaccare i propri giornalisti perché conducessero qualche mese di ricerche. È il caso di Corey G. Johnson, giornalista di California Watch che ha accumulato 20 scatole di documentazione per la sua inchiesta – così tanto materiale che un’agenzia governativa sulla quale stava indagando gli ha allestito un ufficio tutto suo per consultarlo.

Vagliata la documentazione, i vertici editoriali hanno concordato sull’importanza del materiale. Ma poi la conversazione si è spostata su un piano poco conosciuto alle redazioni tradizionali. Anziché pianificare la pubblicazione dell’articolo prima che una sola parola potesse trapelare, l’attenzione di tutti era rivolta a come condividere l’ inchiesta con un’ampia selezione di gruppi editoriali in competizione all’interno dello Stato e del Paese. Nessuno avrebbe fatto uno scoop; piuttosto, ognuno avrebbe avuto l’articolo nello stesso momento, personalizzandolo in modo da incontrare il favore del proprio pubblico, siano essi abbonati, lettori on-line, telespettatori o radio ascoltatori.

I donatori che sostengono California Watch – un gruppo di influenti fondazioni – si aspettano che il gruppo pubblichi inchieste d’impatto riguardanti la California, e che lo faccia attraverso canali più ampi possibile. Dopo aver coinvolto diversi attori tra media e college, giornalisti e studenti, Mark Katches, direttore editoriale di California Watch, pianifica come stare dietro a tutti i cavalli che hanno messo in pista.

California Watch è un elemento di quello che Charles Lewis, noto fondatore del Center for Public Integrity, definisce “un ecosistema emergente di giornalismo d’inchiesta”. I gruppi no-profit che si occupano di giornalismo d’inchiesta non sono recentissimi: Lewis ha fondato il Center for Public Integrity nel 1989, mentre il Center for Investigative Reporting è ancora precedente, essendo stato lanciato nel 1977. Il CIR può essere considerato il padre di California Watch, e Rosenthal – direttore esecutivo del Centro  – ha una responsabilità generale su entrambe le realtà.

L’elemento di novità è che tali organizzazioni no-profit hanno assunto un ruolo centrale nella produzione di materiale giornalistico d’inchiesta. Questa tendenza è in corso già dal 2007, quando Paul Steiger annunciò che una fondazione istituita dai magnati californiani Herbert e Marion Sandler gli avevano elargito una donazione da 10 milioni di dollari annui per fondare ciò che poi è divenuto ProPublica. Il Premio Pulitzer vinto da ProPublica ad aprile ha cementato l’idea che il mondo del giornalismo d’inchiesta sta cambiando.

Per alcuni i media commerciali abbandoneranno in larga misura il giornalismo d’inchiesta. Tra questi vi è Nick Penniman, direttore esecutivo e co-fondatore dell’Huffington Post Investigative Fund, secondo cui “questa tipologia di giornalismo sopravviverà unicamente nel no-profit”. Ma non tutti concordano con questo punto di vista. Marc Duvoisin, redattore del Los Angeles Times, ritiene che circa il 40% del giornalismo d’inchiesta sarà finanziato da donatori filantropi, mentre il restante 60%  sarà comunque portato avanti dai cosiddetti mainstream media – sempre nella speranza ipotetica che le entrate si stabilizzino. Duvoisin paragona l’inchiesta all’opera, intrattenimento popolare sostenuto da ricchi patroni, ma dubita che le due cose possano avere la stessa evoluzione: “detesto l’idea di un giornalismo d’inchiesta confinato interamente nel no-profit”.

In molti, tuttavia, ritengono che sia ancora troppo presto per predire il futuro del giornalismo d’inchiesta in chiave no-profit. Sono diversi coloro che spiegare la situazione attuale ricorrono alla metafora del “Selvaggio West”. Tanti centri di diversa caratura stanno portando avanti il proprio lavoro, scrivendone le regole passo dopo passo e tentando di attirare nuovi lettori attraverso i social network e gli altri mezzi messi a disposizione da Internet. Altri, invece, si stanno assestando nel tentativo di raccogliere abbastanza denaro per lanciarsi sul mercato. Le loro mosse – nel bene e nel male – determineranno il futuro del modello no-profit.

La domanda più pressante per ciascuna delle organizzazioni no-profit è come riuscire a mettere in piedi canali di finanziamento molteplici e stabili pur mantenendo l’integrità giornalistica. È ancora troppo presto per conoscere la risposta, ma si può affermare che difficilmente vi sarà una soluzione valida per tutti.

Lewis, a caccia come gli altri, ha istituito la sua quarta impresa no-profit, l’Investigative Reporting Workshop at American University. E mentre come i suoi colleghi delinea possibili soluzioni per sostenere le proprie iniziative, il giornalismo serio si sta trasferendo con modalità nuove e interessanti verso luoghi nuovi e interessanti.

Nonostante i drastici tagli alle redazioni dell’ultimo decennio, la razza dei giornalisti d’inchiesta pare essere di quelle tenaci, dure a morire. Continuano, infatti, a ricercare nuove strade per svolgere il proprio lavoro, anche se ciò significa fondare nuove organizzazioni che li sostengano. “Per me dare la caccia ai farabutti è un bisogno”, afferma Lewis sorridendo.

A Berkeley, poco lontano dall’Università della California, sorge la nuova sede di California Watch. L’aria di eccitamento e tensione creativa che si respira negli uffici ricorda quella si respirava in Yahoo! nel 1995. I “molteplici flussi di ingresso” cui oggi mirano abbozzatamente i progetti delle no-profit ricordano la fumosa speranza rappresentata dal “percorso verso la redditività” auspicato dalle società dot.com.

Tuttavia vi sono delle precise differenze. Le dot.com hanno sperperato milioni di dollari alla ricerca  di onori e gloria, mentre le no-profit possono soltanto sperare di incassare il prossimo giro di donazioni qualora riuscissero a tirare fuori qualcosa di tangibile – storie che suscitino l’attenzione e che, magari, riescano a cambiare qualcosa. Pertanto valorizzano la “collaborazione” e la “trasparenza” e investono quanto possono nel giornalismo dei fatti. “Il mio obbiettivo”, sostiene Rosenthal, “è quello di sostenere e pagare i giornalisti affinché svolgano un lavoro di alta qualità, e non quello di guadagnare margini del ventidue o del venticinque percento”.

Esiste anche una differenza di scala. Il denaro che ruota attorno alle no-profit del giornalismo è una miseria in confronto ai miliardi degli anni novanta. Ed è una miseria anche rispetto ai tagli alle redazioni tradizionali.

Rick Edmonds, analista economico nel campo dei media presso il Poynter Institue, stima che, a partire dal 2005, il settore giornalistico abbia tagliato la spesa per una valore pari a 1,6 miliardi di dollari, o a circa il 30% del totale. Non è chiaro quanto di questi tagli riguardi le casse del giornalismo d’inchiesta, sebbene è certo che i cordoni della borsa siano stati ben tirati.

Ad ogni modo, i filantropi hanno iniziato ad aprire i propri portafogli. Secondo i calcoli del J-Lab presso l’American University, tra il 2005 e l’aprile 2010, circa 143 milioni di dollari provenienti dalle fondazioni sono finiti nelle casse di imprese operanti nel campo dei media. Stando alle stime della Columbia Journalism Review, più della metà di questo denaro è stato donato in favore di 12 realtà editoriali che si occupano di giornalismo di inchiesta.

Tutto ciò, naturalmente, non basta a coprire i tagli. “Le fondazioni non ci finanzieranno tutti”,  sostiene Maggie Mulvihill, co-fondatrice del New England Center for Investigative Reporting presso la Boston University. “Si aspettano che collaboriamo, e quindi dobbiamo aiutarci a vicenda”.

“Partnership” è pertanto diventata la parola d’ordine per le no-profit. I “partner” sono nella distribuzione  (quotidiani, programmi televisivi d’informazione, siti Web), nella creazione delle storie (giornalisti professionisti e studenti universitari che collaborano con loro), nell’utenza (chi partecipa al crowd-sourcing, chi paga una sottoscrizione o anche chi semplicemente posta un commento). Per qualcuno “partner” è anche il donatore, sebbene per altri sia un concetto fastidioso che implicherebbe un sostegno giornalistico alla causa del filantropo in questione.

Il Center for Public Integrity non è certo nuovo a partnership con media commerciali e no-profit, ma le collaborazioni di oggi sono traslate verso “un nuovo livello rispetto al passato”, sostiene Bill Buzenberg, direttore esecutivo del Centro. “Un livello nuovo, eccitante, pieno di lavoro”.

Per la redazione di California Watch, una volta che il giornalista realizza l’inchiesta, il lavoro di distribuzione e adattamento del prodotto ai vari media che contribuiranno alla sua risonanza avviene attraverso una sorta di cervello collettivo composto dai redattori dell’osservatorio e dalle loro controparti nelle diverse realtà editoriali che di volta in volta accettano di pubblicare quel materiale nella forma più consona alla loro realtà editoriale.

Ma sebbene tutte le no-profit mirino ad avere il maggior impatto possibile con la diffusione delle proprie inchieste, ognuna di esse si muove diversamente in questo nuovo ecosistema della distribuzione. ProPublica offre le proprie storie gratuitamente, e spesso affianca ad uno dei suoi reporter un giornalista di qualche importante testata. Il duo ha così la possibilità di co-pubblicare la storia in esclusiva, mentre altre redazioni sono libere di ripubblicarla, accreditando la fonte. In questo modo, negli ultimi 21 mesi ProPublica ha pubblicato 225 storie con 50 diversi partner. Si è trattato principalmente di partnership bilaterali, sebbene in alcuni casi la rete di collaborazioni si è rivelata più strutturata.

L’ HuffPo Investigative Fund generalmente lavora in proprio e poi informa le redazioni quando pubblica una nuova inchiesta sul proprio sito. I gruppi editoriali sono incoraggiati a ripubblicare le inchieste gratuitamente, facendo poi riferimento al sito Web del Fondo. L’Huffington Post (controparte commerciale del Fondo) lo fa spesso; altri un po’ meno, forse per una sorta di avversione a lavorare con quello che è percepito come un competitor.

Per alcuni l’HuffPo Investigative Fund non avrebbe i requisiti per godere dello status di no-profit, poiché è percepito come canale di sostegno all’Huffington Post. Dal Fondo rimandano le accuse al mittente sottolineando che il Post è trattato come tutte le altre realtà editoriali al momento di vagliare l’interesse delle redazioni per un’inchiesta in via di pubblicazione. Tutto il materiale del Fondo è pubblicato in open source e le collaborazioni sono tutte volte all’interesse pubblico, sebbene, ammettono, il legame con il Post che deriva dal brand in comune è “strategicamente vantaggioso”

Di certo v’è che quando l’Huffington Post pubblica un’inchiesta del Fondo, questa viene letta. La prima di un’inchiesta a puntate sul sistema assicurativo statunitense riguardava una vittima di violenza cui è stato negato il risarcimento per le spese mediche legate alle conseguenti cure psicologiche. La storia è stata realizzata in multimedia, risultando potente e coinvolgente, ed è stata ripresa da diversi blogger e da qualche giornalista televisivo. L’attenzione mediatica ha poi fatto si che alcune esponenti del Consiglio abbiano presentato delle misure legislative  per affrontare la questione. “È stato molto impattante”, afferma Penniman dell’HuffPo Investigative Fund. “Come giornalista mi sono sentito davvero gratificato”.

Per ottenere il massimo impatto possibile, il California Watch cerca di stabilire una data di uscita comune a tutte le redazioni che hanno scelto di pubblicare la storia (a differenza, ad esempio, di quanto accade con il Wisconsin Center for Investigative Journalism, le cui inchieste vengono pubblicate da altri media anche due settimane dopo la loro comparsa sul sito del Centro, Wisconsinwatch.org). California Watch, inoltre, prevede una tariffario per le sue storie che oscilla tra I 75 e I 500 dollari, a seconda della portata della testata in questione. Tale tariffa può ridursi laddove l’editore concordi nel barattare alcuni servizi legati all’inchiesta, come fotografie, grafica ecc, poi riutilizzabili da CW. Il quotidiano La Opinión, ad esempio, pubblica gratuitamente le storie dell’osservatorio californiano poiché accetta di tradurre da sé le inchieste in spagnolo. CW potrà poi riutilizzare le traduzioni per ridistribuire il proprio materiale nei circuiti mediatici in lingua spagnola.

Secondo Rosenthal vi sono redattori disposti a pagare anche di più, modificando l’assetto finanziario dell’osservatorio (vedi grafico qui sotto).

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Sebbene dall’inizio dell’anno ad oggi, solo attraverso i quotidiani, le inchieste di California Watch abbiano raggiunto una tiratura 6,8 milioni (una portata impensabile per una start-up, specie considerando che la cifra non conteggia gli utenti raggiunti dalle radio e dalle televisioni che hanno diffuso la storia), la crescita del sito Californiawatch.org è comunque prioritaria.

Da ogni reporter ci si aspetta che fornisca del materiale nuovo ogni giorno, entro le 22:00. L’editing dei pezzi si conclude a mezzanotte, così da poter postare il tutto entro l’una, in modo che l’influente blogger politico di Rough & Tumble, Jack Kavanagh, possa decidere se linkare a una delle storie per le letture che suggerirà al mattino seguente sul proprio blog.

Kristen Lombardi, collaboratrice del Center for Public Integrity di Washington, è stata il perno di quello che ad oggi è forse il più ambizioso progetto di inchiesta che vede protagoniste diverse organizzazioni. Lombardi aveva lavorato per un anno ad una serie di inchieste sulle molestie sessuali, spesso impunite, commesso all’interno di campus universitari. Lo scorso autunno, quando il Centro ha deciso di pubblicare i primi risultati dell’inchiesta, i suoi redattori le hanno suggerito di lavorare ad una seconda serie di inchieste collaborando con una nuova organizzazione, l’Investigative News Network.

Il Network – nato nel 2009 sotto la direzione di Buzenberg, Lewis, Rosenthal e di Brant Houston – riunisce circa 20 gruppi giornalistici no-profit che, insieme, intendono dimostrare (soprattutto ai donatori) che i giornalisti d’inchiesta possono davvero lavorare in team e confezionare così storie di maggiore impatto sul Paese. Bisognava dunque trovare un progetto pilota su cui far confluire le diverse professionalità.

L’inchiesta di Lombardi sembrava essere quella giusta. Molti dei gruppi giornalistici no-profit facevano base presso le università, pertanto l’inchiesta avrebbe potuto diffondersi ed influenzare proprio coloro che erano direttamente investiti dalla vicenda. La giornalista aveva raccolto diversi dati che potevano essere esplosi per le singole università e il suo lavoro era aperto ai contributi di reporter disseminati sul territorio

Il progetto della Lombardi ha visto il coinvolgimento di cinque gruppi no-profit di carattere regionale e della National Public Radio, una collaborazione facilitata dalla sovvenzione di 40.000 dollari messa a disposizione dalla McCormick Foundation attraverso il Center for Public Integrity. Nel corso dell’inchiesta, la giornalista si è trovata a lavorare assiduamente con reporter di Boston, Denver, Houston, Madison, Wisconsin e Seattle, tutti impegnati a passare al setaccio i campus a caccia di informazioni su quanto accadeva nelle rispettive regioni di riferimento.

Anche Andy Hall, fondatore  del Wisconsin Center ha aderito all’iniziativa, e ricorda di essere stato “sveglio per 33 ore filate alla fine del progetto”, visto che oltre a supervisionare al più grande progetto mai realizzato dal Centro, in quelle stesse ore stava  per concludere una campagna per la raccolta fondi e la sostenibilità del Centro stesso, condividendo con diversi partner della radio  e della  televisione una serie di prossime inchieste e presentando agli studenti di un corso di giornalismo un progetto pianificato per la primavera a venire. “Sto anche cercando di avviare una nuova start-up legata al mondo dell’informazione”, trova il tempo di dichiarare Hall.

A seguito dell’inchiesta sia l’Università del Wisconsin ha annunciato un giro di vite per i casi di sospette molestie sessuali. Lo stesso è stato annunciato dall’Università del Massachusetts, alla luce di un caso denunciato dal New England Center for Investigative Reporting. Questa vicenda, però, per quanto giornalisticamente solida, ha suscitato qualche controversia poiché la versione pubblicata dal Boston Globe ometteva un’osservazione presente nelle altre versioni, ovvero come mai la Boston University, che ospita il Centro, non sia stata inclusa nella relazione. Il dibattito – animato dal giornalista del Boston Phoenix che ha rilevato l’omissione – ha visto il Boston Globe ed il New England Center for Investigative Reporting difendere le proprie posizioni e la propria collaborazione, ognuno nella propria autonomia.

Anche altri siti hanno avuto qualche intoppo, ma, finora, le grosse crisi sono state evitate, nonostante la velocità e i processi tentacolari con cui vengono affrontate questioni sensibili. Ad esempio, ancora non vi sono state insinuazioni su siti che ricevono segretamente del denaro al fine di sostenere gli interessi del donatore, uno dei pericoli paventati da alcuni giornalisti d’inchiesta in merito al modello filantropico. L’Investigative News Network, infatti, non accetta membri che non pubblichino sui propri siti la lista dei donatori.

L’influenza che i donatori – e gli interessi di cui sono portatori – esercitano sulle inchieste è materia tenuta sotto stretta osservazione. “Nel caso di una start-up che dipende dai donatori è certamente possibile che un giorno si arrivi ad un conflitto di interesse tra i giornalisti ed i donatori stessi”, sostiene Duvoisin del Los Angeles Times. “Sono convinto che le organizzazioni saranno in grado di gestire potenziali conflitti, ma ci sarà comunque bisogno di un controllo: non si può pensare che no-porofit significhi necessariamente indipendenza. Si tratta della stessa battaglia combattuta dai giornalisti tradizionali”.

Jeff Leen, capo della settore investigativo del Washington post, non teme l’influenza dei donatori perché, sostiene, “l’inchiesta deve avere risonanza, e per farlo deve avere qualità. Nessuna confezione ammiccante potrà sopperire alla mancanza di sostanza di un’inchiesta, e l’intero progetto affonderebbe”.

Secondo Leen, il giornalismo di inchiesta di matrice no-profit è un altra realtà con cui collaborare e competere, in un settore in cui per ottenere un buon risultato è necessario fare diversi tentativi. Pertanto ben venga questa nuova realtà che, continua Leen, ha dato a diversi ottimi colleghi la possibilità di continuare a fare il proprio lavoro nonostante avessero perso l’impiego come giornalisti.

Durerà? Freedberg di California Watch sostiene che il suo gruppo avrà vita lunga, ma non dà  nulla per scontato. Per promuovere un’inchiesta sulla sicurezza degli edifici universitari, ad esempio, Katches e altri membri dello staff di California Watch hanno distribuito personalmente, all’ingresso del campus di Berkeley, i volantini che pubblicizzavano l’inchiesta. “Tutto sta nel riuscire a raggiungere le persone che sono effettivamente investite dal nostro giornalismo, anche una per una, se necessario”, come sostiene lo stesso Katches in un post.

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