I 10 fattori che stanno reinventando il giornalismo

| 30 settembre 2010 |

New journalism

Bill Mitchell, giornalista e docente, responsabile dei programmi internazionali del Poynter Institute, segnala le dieci ‘parole’ (tag) che stanno segnando il processo di riscoperta del giornalismo in atto nel mondo – E in questo articolo si sofferma in particolare su tre di esse: investigativo, partecipato, sostenibile.

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10 Ways Journalism Around the World Is Being Revived and Reinvented

di Bill Mitchell

Durante la preparazione di una sessione del congresso annuale dell’International Press Institute (IPI) tenutosi a Vienna all’inizio di settembre, ho chiesto agli oratori, tra le altre cose, di descrivere un trend mediatico che trovassero incoraggiante.

Nel pormi la stessa domanda, mi sono fatto trascinare da un’idea che non ha parametri di misurabilità, ma che tuttavia sembra sostanzialmente reale: una significativa migrazione dell’attenzione dall’impoverimento del giornalismo verso la sua riscoperta e reinvenzione.

Simili epifanie arrivano in momenti diversi per persone diverse, così come sostenuto per anni da numerosi pionieri del digitale.

La svolta per me è arrivata con le 152 pagine della relazione sul futuro dell’informazione (“Brave News Worlds: Navigating the New Media Landscape“, pubblicata la prima metà di settembre) che ho curato per l’IPI insieme alla direttrice di Poynter Online, Julie Moos.

I 42 saggi che compongono la relazione sono stati scritti da responsabili dell’informazione, leader di organizzazioni no profit, esponenti di spicco del pensiero digitale e accademici provenienti da oltre 20 Paesi. Ognuno di essi è consapevole che, naturalmente, la transizione del giornalismo dalla stampa al digitale sarà accidentata. Tuttavia, gli autori – un elenco che include Jeff Jarvis (p. 8), Alan Rusbridger (p. 12), Clay Shirky (p. 18), Roy Greenslade (p. 26), Paul Tash (p. 39), Dan Gillmor (p. 42), Grzegorz Piechota (p. 60), Paul Bradshaw (p. 74), Sheila S. Coronel (p. 95), Yuen-Ying Chan (p. 112) e Daoud Kuttab (p. 140) – forniscono solide argomentazioni in merito ad una nuova spinta motrice a sostegno del giornalismo che conta.

Per rendere più utile la relazione (il cui voluminoso PDF sarà affiancato da formati più accessibili), abbiamo evidenziato le tematiche principali aggiungendo delle tag all’inizio di ogni articolo.

Nell’articolo che chiude la relazione (p. 149), elenco 10 di quelle tag riferite al giornalismo – elaborato, partecipato, linkato, coinvolgente, innovativo, indipendente, affidabile, investigativo, formativo, sostenuto. Nel corso del dibattito tenutosi in occasione del congresso, mi sono concentrato su tre di quelle tag, che riporto di seguito.

Investigativo – Nel descrivere quella che ritiene poter essere “l’Eta d’Oro della denuncia mondiale”, Sheila S. Coronel, professoressa di giornalismo presso la Columbia University, evidenzia che i tagli alle redazioni dei giornali statunitensi ne hanno messo a dura prova la capacità investigativa, sottolineando che “con molte testate ad un passo dalla chiusura, ci si preoccupa di mantenere viva la fiammella dell’inchiesta. Altrove, tuttavia, la democrazia e la tecnologia stanno scardinando determinate società precedentemente blindate, fornendo ai cittadini notizie ancora inaccessibili in un passato non troppo distante. Dal Bahrain al Burma, dalla Russia alla Cina e allo Zimbabwe, i nuovi investigatori ricorrono a blog, cellulari e social media per denunciare le depredazioni di chi detiene il potere”.

In qualità di giudice per l’assegnazione del premio Goldsmith Prize for Investigative Reporting, sono rimasto colpito dall’alta qualità delle inchieste condotte da organizzazioni di varia entità. Mentre tali organizzazioni si impegnano per ritagliarsi un ruolo nelle proprie comunità di riferimento, le richieste da parte del mondo professionale di attività di inchiesta si delinea quale grande opportunità per i giornalisti che vogliono distinguersi nell’ecosistema mediatico.

Ciò non significa che questi giornalisti realizzeranno le proprie inchieste completamente da soli. Grzegorz Piechota, direttore delle campagne sociali presso il quotidiano polacco Gazeta Wyborcza, documenta come, nel corso di un’inchiesta, il giornale abbia raccolto 40.000 informazioni sensibili riguardo ai parti eseguiti in 423 reparti di maternità di tutto il Paese.

Come sostiene Coronel, “il futuro del giornalismo d’inchiesta è collaborativo”.

Partecipato – Il congresso dell’IPI ha dalla sua il fatto di aver superato il cliché del giornalismo collaborativo inteso quale “citizen surgery” (ovvero ‘chirurgia partecipativa’, un neologismo che si contrappone al ‘citizen journalism’ al fine di evidenziare che così come non ci si farebbe operare al cuore da un passante incontrato per caso, allo stesso modo non ci si dovrebbe affidare ad inchieste, reportage, ecc. realizzati da non addetti ai lavori, N.d.T.). Il giornalista palestinese Daoud Kuttab mette in dubbio tale corrente di pensiero ponendo l’accento sull’innovativo lavoro svolto da coraggiosi blogger ed altri non-giornalisti che operano in contesti sciali oppressivi.

Alan Rusbridger, redattore capo del Guardian di Londra, porta l’idea di Coronel un passo più in là, sostenendo che ad essere collaborativo sarà l’intero futuro dell’informazione. Lui ed i suoi colleghi hanno dato un nome a quest’idea – “informazione mutuata” – che include la trasparenza quale fattore chiave unitamente all’aspetto collaborativo.

Una delle maggiori sfide per i media rivolti al futuro sarà lo sviluppo di sistemi volti ad incorporare ciò che Clay Shirky chiama “partecipazione coordinata e volontaria” di lettori ed utenti.

Nelle ricerche per il suo nuovo libro, “Cognitive Surplus: Creativity and Generosity in a Connected Age“,

Shirky descrive tale partecipazione come “una nuova risorsa … che ci consente di convertire il tempo ed il talento per l’aggregazione gratuita offerta a livello globale in qualcosa in grado di cambiare l’idea stessa alla base dell’informazione – cos’è, come si crea, si vive e si condivide”.

La relazione è corredata da esempi di partnership (con blogger locali, scuole e addirittura concorrenti) un tempo impensabili, ed ora considerate sempre più essenziali per chi fa informazione.
Sostenibile – La relazione non si concentra sui business model di per sé, piuttosto descrive le modalità con cui i giornalisti di tutto il mondo stanno creando un nuovo valore per una gamma di piattaforme nuove e tradizionali. Parte di questo nuovo valore si tradurrà in nuovi flussi d’entrata; un’altra parte no. Le testate giornalistiche saranno senz’altro più piccole, e parte di questa ridotta capacità giornalistica sarà compensata dai contributi e dalla collaborazione dei partner.

Alex Jones, anch’egli autore di un saggio per la relazione, e Rick Edmonds, mio collega a Poynter, hanno documentato fino a che punto l’informazione è andata perduta, soprattutto nel corso dell’ultimo decennio.

È improbabile che le entrate derivanti dalla pubblicità e dalla tiratura saranno tali da sostenere lì informazione così come avveniva in passato. Anche entrate multiple da fonti quali le sovvenzioni, i contenuti personalizzati, gli abbonamenti e le donazioni, probabilmente genereranno meno denaro di quanto le testate non abbiano goduto in passato.

Un approccio ibrido sembra essere l’unica strada percorribile. Paul Tash, presidente di Poynter (e del
St. Petersburg Times) declina tre imperativi per la ricerca di tale percorso: controllare i costi, intraprendere nuove iniziative e credere nel proprio lavoro.

Per scaricare l’ intera relazione clicca qui.

(traduzione di Andrea Fama)

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