Giornalisti imprenditori e preservativi bucati

| 15 ottobre 2010 |

Entrepreneur

Tra alcuni dei protagonisti del dibattito mondiale sul giornalismo si è sviluppato nei giorni scorsi un avvincente botta e risposta sul tema del giornalismo imprenditoriale  – Sostenitori e detrattori si sono citati, criticati, linkati e commentati, dando vita ad un duello tanto aperto quanto corretto, che riguarda da vicino anche casa nostra – La strada della separazione netta, col giornalista che storce il naso di fronte alla sola parola ‘commerciale’, non ha funzionato, dice Marc Reeves – Mentre  Jeff Jarvis sostiene da anni che la Rete ha reso possibile una combinazione di innovazione giornalistica ed imprenditoriale valorizzando la figura del giornalista-imprenditore – Roy Greenslade, pur schierandosi assolutamente a favore dell’innovazione, sostiene che la divisione tra contenuti e pubblicità resta assolutamente fondamentale e ammette che gli vengono “le vertigini” al pensiero di giornalisti in atteggiamento da venditori – Ma Jarvis replica: Roy, quello che scrivi sull’alta caratura morale suona bene, ma lascia che ti ponga una domanda che mi sento spesso rivolta: di cosa mangeranno i giornalisti? E aggiunge: E ricordiamoci anche quanto dice Alan Rusbridger, sulla storia dei giornali, che è stata la pubblicità a liberarci dalla proprietà delle forze politiche sostenendo la nostra indipendenza – I giornalisti industrial-istituzionali sono troppo abituati all’idea che codici e pareti proteggano la loro morale, mentre dovrebbero essere loro i tutori di sé stessi (…) – Codici e  pareti,  in realtà, sono trasparenti e costituiscono un falso comfort: sono preservativi della morale bucati

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di Andrea Fama

Marc Reeves, ex redattore del Birmingham Post e oggi direttore di  TheBusinessDesk.com, è un sostenitore del cosiddetto entrepreneurial journalism e, nel corso di una conferenza ad Amburgo, ha ribadito il suo pensiero affermando che il più grave errore compiuto nel mondo del giornalistico è stato quello di separare gli aspetti editoriali da quelli pubblicitari.

Che attività giornalistica e attività commerciale debbano andare di  pari passo, è un pensiero che Reeves  ha più volte ribadito, spesso usando addirittura le stesse parole. Grosso modo queste:

“La divisione artificiale che abbiamo creato mettendo i casinisti in una stanza denominata ‘pubblicità’ e gli studiosi in un’ altro spazio, quello  denominato ‘editoriale’, è stato il più grande errore che i giornali e gli altri media abbiano mai commesso. Ciò a fatto sì che i giornalisti potessero chiudersi a riccio rispetto al business del giornalismo fino al punto di crogiolarsi nel proprio distacco.

ReevesA me  – ha raccontato -, gli abitanti della sezione ‘pubblicità’ sembravano strani e animaleschi, mentre io e i miei colleghi ci ritenevamo appassionati ed eroici. Dio solo sa quanto pomposi ci considerassero i ragazzi del commerciale.

Ho lavorato con generazioni di imbrattacarte per cui il solo pensiero di intraprendere il sentiero del commerciale  era considerato come  un tradimento alla memoria di CP Scott (fondatore dell’attuale Guardian, ndr). Non c’è da meravigliarsi se molti di loro non abbiano visto venire giù la valanga.

A quelli di voi che dicono ‘Sono un giornalista, non vendo inserzioni né organizzo eventi…’, dico ‘peccato, da oggi sarà esattamente così’. Abbiamo provato altre strade, ma non ha funzionato”.

Roy Greenslade, dal suo blog sul Guardian, ci ricorda che queste sono esattamente le stesse parole che Reeves a utilizzato a giugno durante un suo intervento in una conferenza di News:Rewired, di cui si trova uno stralcio anche sul blog dello stesso Reeves.

Greenslade, che proprio in quei giorni stava affrontando l’argomento del giornalismo imprenditoriale con i propri studenti, lancia la sua arringa tirando in ballo il Centre for Entrepreneurial Journalism fondato da Jeff Jarvis.

JarvisJarvis sostiene da anni che la Rete ha reso possibile una combinazione di innovazione giornalistica ed imprenditoriale.

Forse è una risposta al fallimento sia editoriale che commerciale delle testate tradizionali. La figura del giornalista-imprenditore valorizza l’individuo – o meglio, i piccoli gruppi di persone – consegnando loro il controllo su ogni aspetto della propria attività.

Negli anni, continua Greenslade, Jarvis ha manifestato un crescente entusiasmo nei confronti dei modelli di innovazione proposti dagli studenti, incoraggiando start-up (vedi spot.us, una realtà crowd-funded) e plaudendo alla libertà che l’imprenditorialità ha regalato ai giornalisti disposti ad assumersi i rischi di un progetto in proprio  lavorare per gli altri.

Greenslade si dice assolutamente a favore dell’innovazione – che negli ultimi sette anni ha conosciuto un periodo d’oro – nonché consapevole dell’ovvia necessità di finanziare il giornalismo. Tuttavia, sostiene che la divisione tra contenuti e pubblicità sia assolutamente fondamentale:

Durante il mio primo impiego presso l’ormai defunto Barking Advertiser uno dei principali inserzionisti del giornale era una società locale di nome Cape Absestos. Ebbene, il loro prodotto si è rivelato letale per diverse persone – i cui casi sono trattati dal giornale – tra cui la madre di un nostro reporter.

A noi giornalisti non andava giù che la Cape Absestos reclutasse personale tramite il nostro giornale. E al nostro responsabile per la pubblicità non andava giù che osassimo contestare il placement delle inserzioni della società.

Naturalmente, se avessimo applicato un approccio giornalisticamente etico nei confronti delle inserzioni, non avremmo accettato i soldi della Cape Absestos – e questo potrebbe essere un valore aggiunto per il giornalismo imprenditoriale finanziato dalla pubblicità, ovvero il diritto di rifiutare le inserzioni che riteniamo inaccettabili.

Tuttavia, se ci penso, la maggior parte delle nostre inserzioni all’epoca derivava dal governo locale, nei confronti del quale il giornale non risparmiava critiche spesso anche pungenti.

Ebbene, avremmo potuto permetterci di rifiutare anche quelle inserzioni, in aggiunta a quelle provenienti da altre realtà che, per varia ragione, avevamo criticato o pensavamo di criticare dalle pagine del giornale?

GreensladeNonostante ciò – e pur riconoscendo che diversi modelli di giornalismo imprenditoriale non si fondano sulla raccolta pubblicitaria – a Greenslade vengono “le vertigini” al pensiero di giornalisti in atteggiamento da venditori.

A questo punto, Jeff Jarvis si sente giustamente chiamato in causa e posta un commento all’articolo di Greenslade. Questo (ripreso dal blog di Jarvis):

Roy,

quello che scrivi sull’alta caratura morale suona bene, ma lascia che ti ponga una domanda che mi sento spesso rivolta: di cosa mangeranno i giornalisti?

La settimana scorsa, Rafat Ali, fondatore di PaidContent.org, parlando ai miei alunni del corso di giornalismo imprenditoriale ha raccontato che all’ inizio la sua era un’impresa auto-condotta e che se voleva essere sostenibile avrebbe dovuto vendere pubblicità. PaidContent è cresciuto, e adesso ha dei reporter e un team per la pubblicità. Ma Ali è ancora al timone delle operazioni, e sa di dover essere leale per mantenere la propria credibilità giornalistica ed il proprio valore. Pertanto, ha rifiutato alcune inserzioni che non riteneva rilevanti per i suoi lettori e ha realizzato un servizio eccellente, molto rispettato, che poi ha venduto al Guardian.

I giornalisti industrial-istituzionali sono troppo abituati all’idea che codici e pareti proteggano la loro morale, mentre dovrebbero essere loro i tutori di sé stessi.

Mi infastidisce sentire quei giornalisti-imprenditori – come ad esempio i blogger iperlocali – che disdegnano la pubblicità, perché soccomberanno proprio come hanno fatto i dinosauri per cui lavoravano un tempo.

Quando i giornalisti sono direttamente responsabili della propria impresa giornalistica – come nel caso dei fondatori o di manager in posizioni strategiche –  possono e devono saper gestire le conflittualità che tu hai descritto, e ritengo che una formazione imprenditoriale dia loro strumenti migliori per farlo. Se vendono o meno inserzioni, i conflitti e le scelte rimangono gli stessi.

I codici e le pareti di cui sopra, in realtà, sono trasparenti e costituiscono un falso comfort: sono preservativi della morale bucati.

E ricordiamoci, Roy, anche quanto dice il nostro boss, Alan Rusbridger, sulla storia dei giornali, ovvero che è stata la pubblicità a liberarci dalla proprietà delle forze politiche supportando la nostra indipendenza.

Inoltre, tutti i giornalisti che mirano alla prima pagina rispondono agli impulsi del mercato, quello dei lettori. Abbiamo deciso di separarci dalla stanza e dal mondo dei casinisti a nostro rischio e pericolo: ritenendoci al di sopra di certe cose siamo divenuti estranei nelle nostre stesse comunità.

Pertanto, ritengo che mandare avanti il business non sia corruttivo di per sé. Il punto, per noi docenti, non è far sì che i nostri studenti evitino il conflitto, ma piuttosto che imparino ad affrontarli e prendere le giuste decisioni. Ecco perché insegno giornalismo imprenditoriale.

(Nelle foto, dall’ alto, Marc Reeves, Jeff Jarvis e Roy Greenslade)

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