Giornalisti digitali: quando lo sfruttamento passa attraverso le “piattaforme professionali di informazione”

| 9 settembre 2010 |

Piattaforme Esperienze, trafila e inghippi contrattuali in quegli aggregatori di blog che si presentano come moderne aziende editoriali ma che espropriano i produttori di informazione di tutto il loro lavoro, lasciando in piedi solo qualche vaga speranza – E non conta niente che chi lavora per loro sia un giornalista professionista accreditato, oppure un ignoto collaboratore al suo primo contatto con il mondo dell’informazione. Quello che conta veramente è che scrivano bene, siano “esperti” nel settore che intendono approfondire sul loro blog, e non pretendano un compenso – E per quello che riguarda i dipendenti interni, nonostante il lavoro esplicitamente editoriale, i contratti vanno dal metalmeccanico al commerciale, ecc. – Sono i “non redattori centrali”, assunti per “non essere giornalisti” –

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di Vittorio Pasteris

Esempi molto illuminanti di sfruttamento della manodopera giornalistica nel lavoro online: sono le cosiddette “piattaforme professionali di informazione” e la vicenda che vi proponiamo ne illustra perfettamente i meccanismi.

Stiamo parlando di quelle strutture che aggregando assieme online decine di blog (individuali), sono diventate in breve veri e propri magazine di informazione quotidiana della rete.

Non aggregatori meccanici di contenuti che sfruttano un sofisticato algoritmo.  Ma vere e proprie piazze virtuali mediatiche, punti nodali per tastare il polso ai frequentatori della rete,  dove operano sovente esperti di ogni tipo che scrivono e commentano notizie, e dove ogni giorno è possibile leggere centinaia di news diverse, molte delle quali  spesso scritte in esclusiva per queste presunte “piattaforme professionali di informazione”, sui più disparati argomenti e settori.

Particolari forme di “attività editoriale”  che si basano sullo sfruttamento del lavoro dei singoli blogger, non pagati o pagati una miseria, e che riescono grazie al fortissimo impatto determinato dalla enorme quantità di informazioni divulgate ogni giorno,  a conquistare l’ attenzione  di centinaia di migliaia,  talvolta di milioni di utenti ogni mese.

Alcuni mesi fa il titolare di una di queste “presunte aziende editoriali” in un incontro pubblico alla presenza, nientemeno, del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,   ha dichiarato che il suo network di blog aveva raggiunto ben 4 milioni di contatti.

Ebbene non è importante la qualifica professionale di chi si accinge a collaborare con queste “moderne” aziende editoriali online.


Non conta niente che chi lavora per loro sia un giornalista professionista accreditato, oppure un ignoto collaboratore
al suo primo contatto con il mondo dell’informazione. Quello che conta veramente è che scrivano bene, siano “esperti” nel settore che intendono approfondire sul loro blog, e non pretendano un compenso.

Se non possedete questi tre requisiti, evitate di provare ad avere contatti con queste “presunte piattaforme professionali di informazione”, resterete delusi.

I “presunti editori multimediali on line” a scanso di equivoci,  e per rimarcare la loro “professionalità”,  vi faranno anche firmare un contratto, anzi vorranno pure che glielo rimandiate, a spese vostre per raccomandata,  controfirmato, per far in modo che abbia la massima validità e fondatezza.

Ma attenzione: quello che firmerete è un pezzo di carta che non vi tutela in alcun modo,  anzi tutela e autorizza loro a strapparvi legalmente la potestà di ogni contenuto che produrrete nel vostro/LORO blog.

Non solo il contratto da voi sottoscritto li autorizzerà anche a  non pagarvi alcunché, o meglio vi informerà che  per riuscire ad avere un rimborso spese di 200 euro al mese,  il vostro/LORO blog dovrà essere visitato da non meno di  50.000 – lo scrivo anche in lettere, “cinquantamila”,  perché non si sa mai che possa apparire troppo strana la sola espressione numerica – utenti mese.

La titolarita’ dei diritti dei contenuti del blog viene biecamente strappata agli estensori della rubrica on line,  grazie ad una serie di clausole vessatorie contenute nel contratto,   e non solo fino a quando il contratto rimarrà in essere,  ma anche per alcuni anni successivi alla chiusura del rapporto. Come direbbero a Firenze : “becchi e bastonati”, se non siete toscani va bene anche l’espressione idiomatica “cornuti e razziati”.

L’ indipendenza del giornalista viene totalmente annullata,  nonostante il contratto escluda ogni forma di dipendenza dello stesso “dal presunto editore”,  e quindi ogni tipo di collaborazione coordinata e continuativa fra le parti.

Insomma siete sotto contratto, ma non siete assunti, anzi che non vi venga in mente di pensare di essere entrati a far parte di una squadra, un’azienda,  o  una casa editrice. Niente di tutto questo.

Nemmeno i veri dipendenti dellazienda in questione debbono o possono pensarlo!

Per chiarire meglio il concetto bisogna osservare l’organigramma di queste fantomatiche piattaforme professionali di informazione.

Oltre alle centinaia di persone sotto contratto come blogger, queste aziende editoriali(?) hanno in genere alcuni, sovente decine, di “dipendenti” che operano presso una sede centrale.

E cosa fanno queste persone direte voi?

Beh visto che operano per un editore on line, si potrebbe pensare svolgano attività giornalistica!?

Forse, ma mi raccomando non diteglielo,  perché non debbono saperlo! Anzi se provate a chiedere loro con che tipo di contratto siano stati assunti, molti glissano, alcuni sottolineano la fortuna di avercelo un contratto, e qualcuno, pochi per la verità,  vi parla di settori vari: dal metalmeccanico, al commerciale, e similari….

Ma mai, e dico mai, nessun accenno ad una forma contrattuale che si avvicini anche solo parzialmente al giornalismo.

Eppure queste persone scrivono/filmano/registrano quotidianamente notizie sull’home page, e non solo su quella,  della “presunta piattaforma professionale di informazione”.

Non serve certo una riunione del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti per definire “giornalistico” questo tipo di lavoro.

Addirittura succedono cose ancora più strane: tipo che queste persone che non fanno i giornalisti,  e soprattutto non sono state assunte come tali,  mettano le mani sul pezzo scritto da  un blogger, lo modifichino, anche parecchio talvolta,   per poterlo far passare dalle pagine locali del singolo blog inserito sulla “ presunta piattaforma professionale di informazione”,  alle pagine “nazionali” della stessa “presunta piattaforma professionale di informazione”. Addirittura  sull’home page della medesima.

E non importa se i malcapitati non avendo  dimestichezza con la materia trattata nel pezzo ne stravolgono il senso con le modifiche loro apportate, l’importante e che l’articolo finisca in home page così la “presunta piattaforma professionale d’informazione”  aumenta i propri utenti, e se aumentano gli utenti, aumentano anche gli introiti pubblicitari per i “presunti editori”.

O no?

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