Giornali: bastano il 20% dei giornalisti per l’ informazione di base

| 14 ottobre 2010 |

Curation

Su Internet gli utenti possono accollarsi una gran parte del lavoro di selezione, analisi,  testimonianza e arricchimento del flusso dell’ informazione generalista – E quindi, secondo Benoit Raphael, una  redazione che si basa sulla comunità per co-produrre informazione avrebbe necessità di molti meno redattori per le notizie ‘’che bisogna avere’’ e potrebbe utilizzare gli altri per trovare fatti nuovi e fare lavoro di inchiesta

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Il futuro dei giornali non si basa sulle dimensioni delle redazioni ma è nella riorganizzazione del processo di produzione.

Lo rileva Benoit Raphaël su Owni.fr, osservando come la produzione dei contenuti di base non sia più l’ elemento distintivo e preponderante del lavoro giornalistico, come quando l’ ambiente dell’ informazione giornalistica era un mondo chiuso. Nella situazione attuale, in cui tutto e tutti sono connessi, non c’ è bisogno di produrre tutti i contenuti generali della propria testata. Nel momento in cui una notizia diventa pubblica, essa viene condivisa in pochi secondi da migliaia di utenti. Anche se bloccate l’ accesso al contenuto originale, niente impedisce a un  internauta, o a un altro media, di riportare o riassumere quella informazione, associandovi del valore aggiunto: un commento, una notizia collegata, una intervista, un video o delle foto…

Quella che potrebbe sembrare una cattiva notizia – osserva Raphael – però è una buona notizia. In un mondo chiuso, i redattori di una testata devono trattare tutte le informazioni ritenute rilevanti per i propri lettori. Per cui la grande maggioranza dei contenuti pubblicati in un giornale è di fatto costituita di contenuti che vengono trattati dagli altri media o dai blog nello stesso momento in cui lo fate voi, quando non si tratta di notizie di agenzia o di riprese di notizie della concorrenza a cui i redattori devono aggiungere il loro ‘’tocco’’, con una immagine o una analisi. Perché? Perché i lettori ‘’devono averle…’’

E quindi non resta molto tempo ai giornalisti per scovare notizie o fare inchieste.

La buona notizia è  che su Internet gli utenti (esperti, testimoni e appassionati) possono accollarsi una grande parte di questo lavoro di selezione, di analisi, di testimonianza e di arricchimentio, soprattutto a livello locale (in Francia,ad esempio, l’ 80% dei contenuti vengono prodotti da amatori). C’ è bisogno ovviamente di professionisti per verificare, editare e pubblicare questi contenuti, ma sono molti meno di quelli di cui ci sarebbe bisogno se tutto dovesse essere realizzato da giornalisti. Una redazione che si basa sulla comunità per co-produrre informazione ha bisogno fra le 3 e le 5 volte meno di giornalisti.

La selezione

Questo lavoro di base, che viene definito  “curation” (selezione/cura dell’ informazione pubblicata sulla rete), può essere co-prodotto da una comunità di esperti e di giornalisti. Al Post.fr, ad esempio, un giornalista poteva curare e mettere a punto 11 unità di contenuto al giorno. Ho calcolato – spiega Raphael – che migliorando il processo si poteva arrivare a 18. In un pure-player tradizionale questa cifra crolla a 2. L’ Huffington Post, che fa molta “curation”, ma si appoggia poco sugli internauti, ne produce 6.

Questo significa che dove ci volevano 5 giornalisti per produrre 10 contenuti di base (già trattati altrove), ce ne vuole solo 1. Su una redazione di 100 giornalisti i conti sono presto fatti. Per produrre 100 contenuti ‘filtrati’, c’ è bisogno di solo 10 giornalisti invece di 50. Cosa che permette di liberare gli altri 80 per cercare notizie e fare inchieste. Un’ altra decina (o 15 al massimo) possono essere utilizzati per curare la pubblicazioni di quei contenuti su carta o su internet (community managers e/o front page editors).

Il problema non è il numero di giornalisti, ma come strutturare la propria redazione nell’ ecosistema digitale. Una delle chiavi del business model, insomma, è la riorganizzazione delle redazioni, conclude Raphael.

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