Emily Bell (Columbia University): “il futuro è nel modello ibrido”

| 12 maggio 2010 |

EmilyBell In una intervista a PaidContent, la ex responsabile della sezione digitale del Guardian News & Media e prossima direttrice del Tow Center for Digital Journalism della Columbia, anticipa che unirà il business all’ insegnamento – Sulla questione del pagamento dei contenuti online, puntare solo sui paywall, dice, sarebbe “stupido”: il futuro è nei modelli ibridi, che già molte testate stanno sperimentando – Comunque, spiega, “la nostra posizione è chiara. Se si fa del giornalismo serio, allora è necessario che il pubblico lo legga. Se invece l’obiettivo è quello di fare soldi, allora è meglio cambiare business”  (foto AOP)

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di Robert Andrews
(Interview: Guardian’s Bell Sees Mixed-Model Future On Way To Columbia)

C’ è un detto secondo cui chi può, fa e chi non può fare, insegna. Emily Bell reinventa questo modo di dire. Di fatto, la storica direttrice della sezione digitale del Guardian News & Media, che ha trascorso gli ultimi venti anni a fare, sostiene che unirà il business all’insegnamento, reinventando il settore dell’informazione dal momento che a luglio diventerà direttrice del Tow Center for Digital Journalism della Columbia University.

“Se avessi voluto suonare musica pop nel 1963, probabilmente saresti andato a Liverpool”, ha dichiarato Bell in questa intervista a Robert Andrews, di PaidContent. “Se oggi sei impegnato nel settore del giornalismo digitale, invece, la East Coast è davvero un posto eccitante; è lì che si sviluppano molti dei dibattiti e delle iniziative in materia”.

“Per 23 anni – racconta – sono stata una professionista operativa. E una delle funzioni del mio lavoro è sempre stata quella di pensare guardando nella stessa direzione a cui guardano le scuole di giornalismo, soprattutto in America, ovvero fare ricerca e cercare soluzioni ai problemi seguendo modalità più innovative rispetto a quelle delle attuali redazioni, per il semplice fatto che le scuole non hanno la stessa pressione riguardo la necessità di avere un modello finanziario fisso o un pubblico che li segue”.

LE SFIDE DEL SETTORE

A Bell non mancheranno certo i problemi da risolvere una volta alla testa della principale scuola di giornalismo del mondo. I giornali on-line hanno ormai conquistato ampie fette di pubblico (1,8 milioni al giorno nel caso del Guardian.co.uk), anche se, a causa dell’attuale cambiamento strutturale legato alla crescita pubblicitaria, in molti stanno rivedendo i modelli adottati negli ultimi 15 anni.

“Tutti conosciamo le questioni da affrontare su come rendere il nostro futuro finanziariamente sostenibile”, continua Bell, includendo la necessità di adattare gli strumenti narrativi alle modalità di pubblicazione sociali ed in real–time.

E Guardian.co.uk non è immune: nonostante sia generalmente considerato tra i quotidiani on-line più innovativi – percorso che ha consentito alla testata di guadagnarsi un profilo internazionale – la spesa sul digitale ha superato le entrate per un valore di 20 milioni di sterline tra il 2002/03 ed il 2008/09, secondo quanto dichiarato a settembre dal capo redattore Alan Rusbridger.

Tuttavia Bell è ottimista. “Vi è stato un costante confronto sulla sostenibilità dei media digitali. Di fatto, abbiamo registrato un significativo flusso in entrata relativamente al comparto digitale, che è decuplicato rispetto a sette o otto anni fa. Ritengo che nei prossimi dodici mesi registreremo le migliori cifre di sempre in termini di entrate e di pubblico”.

PAYWALL E SCETTICISMO

Ma non bisogna aspettarsi una strategia legata ai paywall – etichettati come “stupidi” dalla Bell. “Sono stata marchiata quale una strenua oppositrice, ma non è esattamente così; la mia è una posizione più sfumata”, sostiene. “Qui ho lanciato la iPhone app, un’applicazione a pagamento in un mercato prevalentemente gratuito. Non l’ho fatto contro la mia volontà, ho ritenuto che fosse la cosa giusta da fare”.

“Il mio scetticismo riguarda l’idea che vi sia soltanto una via d’uscita per il futuro. Giusto un anno fa, molti editori sostenevano che ‘Internet deve cambiare, deve esserci un mercato a pagamento’, mentre molti di noi in trincea si dicevano convinti che quella non fosse una via praticabile”.

“La nostra posizione è chiara. Se si fa del giornalismo serio, allora è necessario che il pubblico lo legga. Se invece l’obiettivo è quello di fare soldi, allora è meglio cambiare business”.

Nella redazione del Guardian News & Media sono tutti sulla stessa lunghezza d’onda? “Tim (Brooks, Amministratore di GNM) è stato abbastanza chiaro su questo, e Alan Rusbridger è stato incredibilmente chiaro negli ultimi sei mesi. Potrei sbagliarmi; potrei uscire di qui e ritrovarmi un paywall nel giro di due mesi – ma non credo che succeda”.

 

LA PUBBLICITÀ CHE NON ATTACCA

Mentre il Times Online ed il NYTimes.com innalzano i propri muri, Bell – il cui Guardian News & Media è protetto dalle entrate del Guardian Media Group -, è ottimista sul modello pubblicitario. “Sembra che negli ultimi 18 mesi tutti abbiamo fatto un balzo avanti. Si sono verificate delle circostanze insolite, ma i prossimi cinque o dieci anni si prospettano luminosi”.

La Bell non concorda sul fatto che gli editori del web, commercialmente parlando, si trovino in un vicolo cieco a causa del crollo dei prezzi delle inserzioni. “Guardando agli Stati Uniti, il cui ciclo economico è un anno e mezzo avanti al nostro, si delineano situazioni interessanti in merito a determinate società. Il New York Times, ad esempio, ha fatto registrare numeri molto buoni per il primo trimestre dell’anno – sulla base della costruzione dell’audience e sulla vendita in scala. Si sta verificando un ritorno verso trend molto positivi”.

Riguardo al caso specifico del Guardian, la Bell non rivela alcuna cifra in merito alle entrate, ma sostiene che “l’ultimo esercizio si è chiuso positivamente mentre l’inizio del 2010 ha registrato una forte ripresa del comparto digitale dal punto di vista economico”.

“Nel 2002/2003 ero presente mentre si discuteva della morte della pubblicità digitale-online. Nessuno di noi fu in grado di prevedere correttamente l’esplosione di Google né la crescita del display advertising digitale, ma il mercato pubblicitario attuale è molto più complesso. Gli inserzionisti sono ancora disposti a pagare per una audience numerosa. Vi sono prove che nell’immediatezza suggeriscono come il modello pubblicitario si rivelerà più solido di quanto si pensasse”.

FUTURI DIVERGENTI

Secondo la Bell il futuro risiede nei modelli ibridi – caratterizzati, ad esempio, da situazioni come quella del Times Online che ha intrapreso la strada del modello a pagamento, mentre il London Evening Standard distribuisce gratuitamente la sua versione cartacea ed altri quotidiani lanciano il club dei lettori che va a collocarsi giusto nel mezzo.

“Almeno stiamo assistendo ad una sperimentazione massiccia. Nel 2002, tutti ci siamo affrettati verso il modello degli abbonamenti e delle entrate, salvo poi correre di nuovo nella direzione opposta. Non credo vi sarà un consenso particolare, ritengo che tutto andrà come per il giornalismo tradizionale. Vi saranno realtà costrette a chiudere e, si spera, realtà nascenti che si affermeranno. Alcune iniziative in digitale stanno raccogliendo un incredibile successo. Nel caso del Guardian, il modello free ha funzionato bene, così come il mercato delle applicazioni”.

E le applicazioni a pagamento per il mobile, vireranno verso l’abbonamento? “È troppo presto per dirlo. Vagliamo queste possibilità ogni giorno. Sarebbe errato sostenere che intraprenderemo sicuramente una determinata direzione e che abbiamo un piano preciso per farlo, perché non è così. Tuttavia, parliamo di un mercato emergente e bisogna considerare le opportunità che ci offre.”

Nel lasciarsi il Guardian alle spalle, la Bell dice: “È una realtà ben posizionata, in merito alla quale è difficile comprendere la trasformazione determinata dal Web: il nostro prodotto giornalistico è a disposizione di un numero di persone senza precedenti. Ed è bello lasciarsi quest’esperienza alle spalle in un momento più positivo che mai”.

(traduzione di Andrea Fama)

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