Car, giornalismo di precisione

| 16 novembre 2010 |

Giornalismo-di-precisione Computer assisted reporting: giornalismo di indagine attraverso i dati reperibili in rete – Antonella Beccaria fa il punto su questa (relativamente) nuova forma di approccio giornalistico in un ampio articolo pubblicato sul suo blog, ’Computer assisted reporting, tra censura e analisi delle fonti aperte disponibili in rete’’ – Ne riportiamo la parte finale
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Computer assisted reporting, tra censura e analisi delle fonti aperte disponibili in rete

di Antonella Beccaria

(…) La nascita del Car (e del collegato e per certi versi integrato concetto di “database journalism”) viene fatto risalire agli anni Cinquanta, anche se è diventato (quasi) un fenomeno esteso tra gli addetti ai lavori (sempre troppo pochi, però) da vent’anni scarsi e cioè con l’avvento di Internet, nel 1991. La sua prima applicazione concreta è del 1952 quando, per la prima volta, la Cbs utilizzò un sistema di calcolo – un Univac 1 – per analizzati i dati elettorali delle presidenziali statunitensi. Ma il Car si consolidò in due occasioni successive:

  • durante la rivolta di Detroit del 1967 (che provocò 43 morti) dopo che a Newark la popolazione nera si ribellò allo stato di assoggettamento a cui era sottoposta dai bianchi; la rivolta si estese in 64 città degli Stati Uniti e un giornalista del Detroit Free Press, Philip Meyer, pubblicò un’inchiesta in cui dimostrava – dati alla mano, dopo averli incrociati e analizzati secondo un sistema scientifico e statistico – un fattore: alle rivolte parteciparono persone tra le quali non c’erano marcate differenze di ceto, etnia e scolarizzazione pregressa (dai gradi elementari fino all’università, compreso il dato dell’abbandono scolastico)
  • prima dell’omicidio di Martin Luther King (avvenuto a Memphis il 4 aprile 1968), il Miami Herald aveva pubblicato un’inchiesta sulla vita – abitudini e comportamenti – della popolazione nera della Florida. Dopo la morte di King, poté dimostrare, riprendendo ed estendendo l’inchiesta precedente, che quell’omicidio non aveva scalfito le istanze politiche e sociali del movimento a sostegno della popolazione di colore, ma anzi le aveva consolidate e rafforzate

Il lavoro di Meyer, il giornalista dei moti di Detroit, gli darà lo spunto per un libro successivo, uscito in prima edizione nel 1969 e poi continuamente ripubblicato, che si intitola Precision Journalism (titolo italiano: Giornalismo e metodo scientifico. Ovvero il giornalismo di precisione). La tesi di fondo è la seguente: tra la professione del giornalista e quella dello scienziato vi sono più punti di contatto di quanto di primo acchito si possa ipotizzare. Un’anteprima del libro si trova qui.

Venendo a esempi più recenti, va citata l’inchiesta di Stephen Grey sulle extraordinary rendition: per cercare di dimostrare l’esistenza e per trarre anche un dato quantitativo verosimile sui rapimenti effettuati dalla Cia di presunti terroristi a scopo di tortura, Grey si avvalse della Rete e trovò l’elenco dei voli civili (privati e di linea) in un database pubblico. Incrociando questi dati con piani di volo, rotte e scopi dei viaggi, riuscì a estrarne un ristretto numero che poteva corrispondere a quelli utilizzati per le extraordinary rendition. Verifiche ulteriori confermarono l’attendibilità del dato individuato. Tutto ciò venne fatto usando in questo caso usando solo fonti aperte e snidando così un’attività di intelligence che in genere viene coperta da forme varie di classificazione.

Sofia Basso, poi, ha spiegato, in argomento del tutto diverso ma con un procedimento analogo, l’esistenza sulla rete viaria italiana di strade più pericolose di altre per realizzazione, mantenimento del manto stradale o altre attività di manutenzione. Ma gli esempi possono essere molteplici e altri possono essere rintracciati sulla pagina di Wikipedia che parla del database journalism con relative note e link di approfondimento.

Il Car predica una forma di giornalismo assolutamente asettica, che lavori solo in base al metodo scientifico e abbia un’interazione con le fonti umane quanto più limitata possibile. Personalmente sono convinta che l’elemento umano e il “consumare le scarpe” a forza di camminare dietro una notizia rimangano elementi imprescindibili, al pari dell’analisi statistico-matematica dei dati. Sta di fatto che oggi, comunque, è diventato più semplice fare Car grazie ai motori di ricerca, ai database online, al citizen journalism o a quella che negli anni Settanta si chiamava “controinformazione” (sono molti i cittadini – si vedano le associazioni vittime – che pubblicano atti giudiziari per esempio su nodi importanti della storia italiana, come nel caso delle stragi della strategia della tensione). Ma anche grazie ai social network che ha molti punti positivi, ma anche qualcuno negativo, tra cui due in particolare:

  • scarsa consapevolezza degli utenti della propria privacy e tendenza a condividere anche aspetti molto riservati della propria vita (ignorando il fatto che “la rete non dimentica niente”)
  • sfruttamento da parte di alcuni social network (Facebook in primis) di questa scarsa consapevolezza, coniugata parallelamente a una certa disinvoltura nella gestione della privacy dei propri utenti

Questo dà vita a un importante bacino di informazioni a cui i giornalisti possono attingere (spesso malamente, se non in modo sciagurato: si veda per tutti il caso Scazzi). Ma così come a questi dati possono attingere i giornalisti, altrettanto possono fare le forze dell’ordine e gli analisti di apparati di intelligence demandanti allo studio delle fonti aperte. Dunque, ben prima della domanda “ma è vero che su Facebook ci sono i servizi segreti?” o di eventuali accordi tra governi e polizia, è il cittadino che deve preoccuparsi della propria tutela. Ma questo è un altro discorso.

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