Alla ricerca di una Arianna Huffington italiana

20 agosto 2010

Huffington

(da Vittorio Pasteris)

Una analisi delle dinamiche che hanno portato a questo risultato, non potrebbe prescindere da un’analisi della figura che lo ha propiziato. Arianna Huffington, nata Arianna Stassinopoulos, non era infatti una novizia quando ha cominciato ad interessarsi di giornalismo online, quanto piuttosto una figura giornalistica di successo, che aveva già tentato finanche una sua personale discesa nell’arena politica. Come non bastasse, le “necessità” informative della politica la signora in questione le conosceva bene anche indirettamente, in quanto moglie del miliardario repubblicano Michael Huffington.

Queste brevi note biografiche non sono state scelte a caso. Di fatto, le stesse dimostrano che la Huffington, poteva contare, per una felice riuscita della sua esperienza di direttore-online, su tre elementi fondamentali: il nome, i mezzi e le circostanze, ovvero il perfetto universo di riferimento dentro cui fare vivere e fare crescere la sua creatura. Anche un lettore non troppo addentro alle dinamiche tecniche che governano l’esistenza di un qualsiasi blog, dopo pochi giorni di frequentazione del The Huffington Post, si troverebbe costretto ad ammettere che la strabiliante capacità di quell’angolo virtuale di ramificarsi, di assimilare e riconvertire la notizia non potrebbe prescindere dal notevole “sforzo” finanziario necessario a farlo vivere. Così come non potrebbe prescindere dal compiuto universo di riferimento di cui si è detto, laddove migliaia di users, che incidentalmente sono anche la crema dell’establishment culturale, politico, tecnico americano (ma non solo) di oggidì, concorrono, tutti-insieme-appassionatamente, a fare del The Huffington Post il giornale del futuro per eccellenza.

Questa fantomatica combinazione di fattori vincenti non è invece mai esistita in Italia. Tra le tante ragioni il fatto che i format digitali impiegati (dal giornaletto online, al magazine più impegnato e memore delle severe impostazioni editoriali del giornalismo tradizionale, ai bulimici siti di aggregazione della notizia, etc) sono stati, rispetto alle necessità giornalistiche che andiamo considerando, una specie di fallimento. Oltre all’elemento “nome” è infatti venuto a mancare l’elemento “mezzi”, e dunque il fattore risorsa-economica (non mi risulta di alcun editore che abbia deciso di finanziare una avventura giornalistica digitale che mirasse a fare diretta concorrenza ai quotidiani tradizionali), ma finanche l’elemento compiuto-universo-digitale-dentro-cui-vivere. Ovvero, è venuto a mancare quell’establishment culturale, politico, tecnico di supporto che abbiamo già verificato essere una condizione obbligata per una riuscita dell’impresa.

Del resto, è difficile immaginare nel Bel Paese un filo virtuale che aiuti ad uscire dall’intricato labirinto di problemi reali. Sarà che sono troppi questi ultimi, o più semplicemente che non fa parte della nostra cultura. Per dirla altrimenti, i Minotauri metà e metà non fanno per noi e nel dubbio che intendano mirare alle parti basse, meglio prenderli subito per le corna!

6 Risposte “Alla ricerca di una Arianna Huffington italiana”

  1. Luca

    Marco Travaglio è chiaramente l’Huffington italiano.
    Un giornalista di prima fila capace di creare una base di seguitori tale da poter lanciare prima un quotidiano a pagamento formato stampa, e poi la versione online che in pochi mesi ha già raggiunto il livello delle testate storiche.
    È vero che il fenomeno Travaglio ha le sue radici nella propria idiosincrasia italiana, ma la stessa Huffington è legata con un doppio laccio alla cultura statunitense.
    è vero che l’HP è solo online mentre IFQ no, ma non è il canale di distribuzione la chiave di lettura, quello è e rimane solo un veicolo di diffusione di un prodotto, e nel caso di Travaglio rappresenta uno dei prodotti giornalistici meglio accettati del panorama italiano.

  2. Rina Brundu

    Caro Luca, non sono d’accordo. Marco Travaglio è senz’altro un grande giornalista, con uno stile maturo che mi piace molto. Ed è anche molto bravo, ma non è un giornalista digitale. Non lo è perché in Italia non esiste ancora una “firma” nota che possa essere considerata tale da un punto di vista operativo e tecnico(http://rinabrundu.wordpress.com/2010/08/12/giornalismo-online-le-firme/). Meglio ancora non esiste ancora un digital journalism, che per esistere deve essere definito come “genere” (le diverse “necessità editoriali” è solo uno dei tanti fattori che di fatto ne sanciscono la sua natura-altra) e magari andrebbe anche regolamentato (perchè non sono pochi i problemi che il suo solo esistere pone). L’unico esempio che mi sento di fare di “giornalista” (in senso lato) che abbia dovuto confrontarsi con la creazione di un “modello” giornalistico digitale è forse Roberto D’Agostino. La ragione per cui non è stato menzionato nell’articolo è perchè comunque il suo sito non lo classifico come un sito che si occupa di giornalismo-tout-court. E comunque il sito DAGOSPIA che per certi versi è l’unico in Italia in grado di soddisfare il requirement-tecnico “capacità di influenza” necessiterebbe di una analisi specifica che, anche ad occhio, renderebbe subito evidente una sua non equivalenza con il modello huffington italiano ricercato. Just my opinion anyway. Regards, Rina Brundu

  3. Luca

    Cara Rina
    ho letto il tuo link ed ora capisco meglio il contesto del tuo intervento ma non lo condivido del tutto.
    Condivido il tuo modo di vedere circa l’organizzazione interna di un mezzo di informazione digitale che deve essere diversa da quella di un quotidiano tradizionale, come per esempio segnalato qui (http://www.innovationsinnewspapers.com/wp/wp-content/uploads/2010/08/2010-08-23_1317.png).
    Quel che non condivido è quando sostieni che “una firma-online non potrà che essere figlia della Rete e nella Rete dovrà vivere”.
    Non necessariamente.
    Anzi, sono convinto che è l’abilità di essere multimediale (stampa, internet, TV e cellulare) l’essenza per il giornalismo e per i giornalisti del XXI secolo, e non la loro provenienza.

    Ed in questo senso Travaglio è il più qualificato e multimediale dei giornalisti italiani.
    Ê capace infatti di attirare utenza in TV, a Teatro (una gran piattaforma purtroppo snobbata), in stampa, in libreria e su internet e, a differenza di quasi tutti gli altri giornalisti italiani, ha la gran capacità di influenzare.
    Una qualità, come sostieni anche tu, essenziale nel giornalismo.

    Ovviamente ha molta strada da percorrere e molte abilità da perfezionare, ma è stato tra i primi giornalisti a usare il videoblog per spiegarsi e informare (non per comunicare, in quella relazione bidirezionale ben nota), è chiaramente un giornalista che usa i mezzi a disposizione come veicoli per informare.
    Ed è lì appunto un’altra chiave di lettura: internet non è altro che un veicolo, non un fine.
    Soprattutto se sta morendo come sostengono alcuni (http://www.wired.com/magazine/2010/08/ff_webrip/)

    Ti faccio un esempio concreto: in Spagna esiste “Libertad Digital”, un esperimento esclusivo di giornalismo digitale nato nel 2000 ed oggi tra i 40 siti d’informazione più visitati.
    Fondato da 3 giornalisti, si caraterizza per la pubblicazione di opinioni di autori molto conosciuti nel panorama mediatico spagnolo: scrittori, giornalisti, politici etc. Esattamente come fa l’Huffington Post quando pubblica gli articoli di personaggi come il Seg. Gen. della Onu, Alec Baldwin o Hillary Cliton.
    Nato da internet, ha oggi anche un canale televisivo che trasmette sul digitale terrestre e via internet.

    IlFattoQuotidiano è cominciato esattamente allo stesso modo: fondato da alcuni giornalisti, diretto da chi sappiamo e con Travaglio come figura di spicco, oggi ha già cominciato ad applicare il modello di cui sopra: articoli d’opinione (blog posts, come direbbe AH) di autori conosciuti come DeMagistris, Furio Colombo, Gianni Vattimo e via di seguito.

    è vero che IFQ è nato prima in stampa e poi è passato a internet, ma Travaglio è quella firma che fa da collante e che influenza, e sono convinto che IFQ è il mezzo che farà nascere anche delle firme esclusivamente digitali, ma queste stesse dovranno poi essere multimediali perchè lo è la nostra società.

  4. Rina Brundu

    Ciao Luca. Grazie per il tuo bel post. Però io purtroppo guardo al giornalismo digitale in altra maniera, per certi versi ideale ed epica. Debbo appunto scrivere un articolo sulle caratteristiche (ovvero quelle che io ritengo tali) del “giornalista digitale” e quindi sto raccogliendo le idee. Appena lo faccio posto il link qui. Ma, ripeto, io amo tantissimo Travaglio ma non posso, non potrei mai vederlo come un giornalista digitale come intendo io. Lui è un giornalista i cui articoli, per forza di cose (come avviene oggidì per tutti gli altri giornalisti) sono in Rete, ma la sua scuola è tradizionale. Lo dimostra anche il fatto che per la sua ultima avventura ovvero IL FATTO ha scelto il cartaceo. Io non penso che alla Huffington verrebbe mai in mente di scambiare la sua possibilità virtuale di parlare URBI ET ORBI per stampare su carta. Sono “piccole differenze” che occorre inquadrare. Ma come detto posterò presto. Ciao e grazie.

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