Quotidiani come strutture no-profit?

| 9 febbraio 2009 | Tag:,

newyorker.jpg Di fronte alla crisi dei giornali, l’ ex condirettore del Washington Post Steve Coll ipotizza la trasformazione delle grandi testate in Fondazioni aperte alle donazioni, come avviene da tempo con le Università – ‘’Se il Washington Post ricevesse donazioni per due miliardi di dollari, sarebbe in grado di finanziare una redazione in ottima salute’’

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di Steve Coll*
(
Nonprofit Newspapers, Newyorker)

Apparentemente, nel prossimo futuro vi saranno due tipologie di quotidiani no-profit: quelli che lo sono per scelta, e quelli che lo sono per forza. Da quando nel 2005 ho lasciato il Washington Post – dopo 25 anni in cui ho fatto anche parte del management – e, in particolar modo, da quando mi sono accostato al mondo del no-profit attraverso la New America Foundation e ho iniziato ad imparare gli aspetti manageriali e di raccolta fondi presso le organizzazioni no-profit, ho coltivato questa idea: il Post avrebbe potuto mantenere la vitalità necessaria a svolgere con successo il proprio ruolo di cane da guardia sul sistema costituzionale americano solo trasformandosi in un Fondazione no-profit e raccogliendo donazioni a supporto della redazione, come avviene per le università. Ora David Swensen, responsabile degli investimenti a Yale, e Michael Schmidt, analista finanziario, hanno avanzato una proposta simile.

La loro logica è la stessa che mi ha spinto verso questa idea. Quando qualche anno fa ho lasciato la redazione del Post, il costo totale delle operazioni di raccolta delle informazioni – stipendi, benefits e altre spese – era nell’ordine dei 120 milioni di dollari, una cifra modesta rispetto a quella del Times, che Swenson e Schmidt fissano sui 200 milioni. Ma era comunque più che sufficiente per mantenere un robusto staff investigativo costituito da più di una dozzina di reporter, redattori e ricercatori, e per supportare reportage ricchi e dettagliati su questioni di politica locale, nazionale ed estera. Avevamo circa trenta corrispondenti esteri in una ventina di uffici oltre ad ulteriori redattori a contratto all’estero.È stato molto doloroso vedere quotidiani come il Washington Post dare la buonuscita a dozzine di giornalisti talentuosi all’acme della loro professionalità mentre all’estero chiudevano gli uffici, così come intere sezioni del giornale.

Non per prendersela con ogni istituzione, ma come siamo finiti in una società in cui una struttura universitaria come il Williams College raccoglie (o raccoglieva, prima di settembre) donazioni che superano largamente il miliardo di dollari, mentre l’esistenza del Washington Post, la fonte del Watergate e di molte altre inchieste di giornalismo investigativo cruciali per lo stato di salute della repubblica, è a rischio?

Non c’ è dubbio che la nostalgia suscitata dal Williams College nella vita emozionale delle persone facoltose è difficile da sopravvalutare, ma non esageriamo…

Sì, la moltiplicazione dell’ editoria tradizionale attraverso la tecnologia digitale è di per sé una fonte di rinnovamento costituzionale, ed i piccoli editori digitali hanno già dimostrato attraverso la loro attività che il valore che era alla base dei vecchi modelli non scomparirà. Certo, il mio pensiero è dichiaratamente radicato nell’ esperienza di una generazione che sta invecchiando. Ma finora non vedo ancora cosa potrà sostituire lo stile professionale e l’ impegno civile, l’ indipendenza di pensiero, le grandi capacità di reportage e di analisi che si erano sviluppate nelle grandi redazioni tra la Seconda Guerra Mondiale e il momento in cui la fine ha avuto inizio – nel 2005 o giù di lì. E quelle qualità erano emerse in quelle redazioni anche per il modo con cui le grandi famiglie di editori e il loro modello di business semi-monopolistico le avevano schermate – in larga parte, anche se non completamente – dalle pressioni politiche e commerciali. Sì, i grandi quotidiani hanno anche fallito a volte, come nella corsa alla guerra all’ Iraq, ma molto più spesso ce l’ hanno fata. Hanno praticato un tipo di giornalismo che, in definitiva, era più salutare per un sistema costituzionale democratico rispetto a qualunque tipo di giornalismo praticato precedentemente, ovunque.

Il tasso di spesa standard per un’ organizzazione no-profit che riceve donazioni si aggira attorno al 5%. Se il Washington Post ricevesse donazioni per due miliardi di dollari, sarebbe in grado di finanziare una redazione in ottima salute. E questo senza considerare  le entrate derivanti da operazioni fisse quali la pubblicità e la vendita, che sicuramente coprirebbero almeno i costi di distribuzione e le spese generali, soprattutto se la forma di consegna sarà sempre più quella digitale. Due miliardi di dollari, oltretutto, rappresentano circa il 5% del valore del patrimonio di Warren Buffet, per quanto ne so. (Buffet è un direttore della Washington Post Company ed è uno dei più grandi uomini d’ affari del suo tempo, sebbene la mia impressione è che, essendo così bravo nel fare soldi, è anche congenitamente infelice nel darli via – e per questo ha chiesto al suo amico Bill Gates di farlo per lui).

Sono contento che Swensen e Schmidt abbiano dato rilevanza a questo modello nel loro discorso. Ovviamente, questo non è il periodo ideale per raccogliere fondi e donazioni a prescindere dalla causa. Ciò che mi preoccupa per quanto riguarda il Post è che chiunque intraprenda per primo la direzione indicata da Swensen e Schmidt avrà un grande vantaggio: chi arriva primo sul mercato sarà il primo a ricevere una donazione extra da un miliardo di dollari. Le famiglie che possiedono questi quotidiani sono comprensibilmente riluttanti – si tratta di famiglie di successo molto orgogliose che confidano nella propria capacità di risolvere i problemi. A questo punto, la mia ipotesi è che i filantropi debbano muoversi per primi. Warren? Bill? Voi avete la grande chance di garantire il Primo Emendamento a questa generazione cresciuta in un’ epoca di trasformazioni storiche nella vita della nazione. Se voi anticipate il primo miliardo, tutti noi promettiamo di -impegnarci nell’aiutarvi a raccogliere il resto.

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*Steve Coll, condirettore del "Washington Post", collaboratore del "New Yorker" e corrispondente per l’ Asia e il Medio Oriente. Nel 2004 con ‘’La guerra segreta della Cia’’ si è aggiudicato il suo secondo Premio Pulitzer, dopo quello ricevuto nel 1990.

(traduzione di Andrea Fama)

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