New Media: un mondo ancora tutto da ”costruire”

| 2 aprile 2009 |

John Byrne Costruire un modello di senso, prima, e uno di business, poi, attorno a questo universo nuovo che sono i new media. Un universo in cui non è necessariamente tutto bello o tutto brutto, ma semplicemente tutto Nuovo – E’ questo in sintesi estrema il senso dell’ incontro, ‘’Internet è partecipazione’’, con cui si è aperta la Terza edizione del Festival internazionale di Giornalismo di Perugia, in programma fino a domenica prossima 5 aprile – Gli interventi di Antonella Beccaria (”anche se a volte il dialogo stenta, la rete aiuta comunque a comprendere le numerose sfaccettature di cui si compone la realtà, guidando il giornalismo verso una verità più ampia”) , John Byrne (nella foto), direttore di Business Week (che delinea una nuova professionalità giornalistica, quella del ‘’community editor’’, il redattore specializzato nell’ animazione delle comunità di lettori) e Antonio Sofi (”i giornalisti devono imparare ad accettare i commenti del lettori, oggi possibili in tempo reale, e farli fruttare per correggere il tiro ed avvicinarsi di più al proprio pubblico”)

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Al via la sezione New Media del Festival Internazionale del Giornalismo. La partenza è col botto

a cura di Andrea Fama

Alle 18:30, presso l’Hotel Brufani, nel cuore del centro storico di Perugia, si apre la prima sessione della prima sezione mai dedicata ai New Media all’interno del Festival Internazionale del Giornalismo. La sala è gremita, l’età media dei partecipanti promettentemente bassa, a dimostrazione che la voglia di giornalismo e di informazione è più che mai viva anche in quella fascia della popolazione talvolta bollata come atavicamente distaccata dalla realtà circostante.

La prima notizia della sessione è già una bomba. L’ospite di punta, Paul Bradshaw, non sarà della partita. Giusto il tempo di riprendersi e la macchina del Festival è pronta a partire.

Si inizia con un paio di domande di rito. "Quanti in sala hanno un proprio blog, un account Twitter ecc. ?" Levata di mani generale. "E quanti in questo momento stanno coprendo l’evento in live blogging o Twittering?" Praticamente nessuno. Ok, erano giusto un paio di domande di rodaggio, perchè il tema dell’incontro, "Internet è partecipazione", è proprio il ruolo attivo del nuovo lettore-produttore, ormai parte attiva del processo informativo.

Lanciato il dibattito, il mediatore Mario Tedeschini Lalli dà subito la parola ad Antonella Beccaria, blogger e giornalista, collaboratrice storica di Lsdi.

Beccaria inizia il suo intervento citando Giorgio Gaber, secondo cui "libertà è partecipazione", e non passività vissuta ai margini. E per far sì che ciò si realizzi anche nel mondo dell’informazione è necessario esplorare e sviluppare nuovi canali alternativi a quelli tradizionali, così da poter passare da una "cultura di sola lettura ad una cultura di lettura e scrittura", svincolando l’informazione, la consapevolezza, la partecipazione e, quindi, la libertà.

Beccaria si sofferma poi sul peccato originale della rete: la questione della trasparenza e dell’attendibilità. L’esempio lo fornisce Wikipedia, dove i tentativi di inquinamento vengono smascherati e corretti anche grazie al contributo degli utenti-cittadini. Quanto detto, sottolinea la giornalista, ci porta ad un aspetto cruciale del Web, ovvero il 2.0, il cui stimolo alla partecipazione rende i cittadini, e non solo i giornalisti, veri e propri cani da guardia del potere (proprio come avviene con il sito americano WatchDog, sulle cui tracce pare stia muovendosi anche E-Polis in Italia).

La palla passa poi a John Byrne, direttore di Business Week on-line, a cui viene chiesto come i media tradizionali si adattino ai new media, e come la tecnologia stia cambiando il giornalismo. Secondo Byrne il giornalismo tradizionale era un prodotto servito già pronto al pubblico. Oggi, invece, il giornalismo è un processo che coinvolge il pubblico. Le storie che si cerca di raccontare, quindi, sarebbero metafora di un falò conversazionale attorno a cui tutti possono discutere, il ché rappresenta un apsetto fondamentale del giornalismo in quanto lo scambio di idee e pareri apre naturalmente nuove prospettive su ogni tematica.

Byrne esalta anche l’importanza di essere in sintonia con il proprio pubblico, e pone l’esempio di Business Week, sui cui blog il pubblico propone delle storie che poi i redattori realizzano o, al contrario, i giornalisti dettano le linee guida per un articolo che poi viene sviluppato dagli utenti. Questo approccio naturalmente genera coinvolgimento, ed è per questo che Business Week chiede ed affida ai propri lettori precisi compiti di collaborazione con la redazione, tutto attraverso i social media, Twitter o Flickr che sia. e così, questa collaborazione si trasforma in un contenuto giornalistico unico e multiforme.

Il terzo ospite dell’incontro è Antonio Sofi, esperto tricolore di new media, che prende la parola dopo una domanda volutamente provocatoria: ma il pubblico dei new media esiste davvero? La risposta è sotto gli occhi di tutti: non c’è un posto a sedere e anche in piedi si fatica a starci tutti. Secondo Sofi il pubblico dei nuovi media è il frutto di una mutazione antropologica che ha trasformato il lettore in produttore grazie ai super poteri trasmessigli dal "morso virale della rete". Non più numeri anonimi di un’ audience senza volto, ma parte attiva del processo di informazione. Sofi è tuttavia cosciente del fatto che la realtà italiana debba crescere ancora molto (e guarda sospirando all’esempio di Business Week), e con la sua verve invita l’uditorio nazionale a farsi crescere la lingua e ad usarla, senza limitarsi a portarsi dietro solo grandi orecchie passive.

Un altro aspetto interessante sollevato da Sofi è un tema abbastanza diffuso tra i blogger: a volte i commenti ad un post sono più interessanti del post stesso. Ciò cambia la percezione del prodotto giornalistico, che non va più inteso come prodotto finito, ma come un work in progress in costante fase di raffinazione.

Dopo il primo giro di boa la parola torna ad Antonella Beccaria, stuzzicata sul fatto che spesso sul web ci sono molte pagine personali e poco dialogo. In pratica, si parla molto e si ascolta poco. Secondo la Beccaria anche se a volte il dialogo stenta, la rete aiuta comunque a comprendere le numerose sfaccettature di cui si compone la realtà, guidando il giornalismo verso una verità più ampia perchè corale. Basti pensare al G8 di Genova, ad esempio. Il materiale informativo fornito dai singoli manifestanti è stato, oltre che un contributo informativo in tempo reale, anche un importante strumento giudiziario per comprendere la dinamica dei fatti, esulando dalle conclusioni dei processi legali. Anche questo, secondo Beccaria, è un altro tassello che va ad edificare l’architettura di un processo informativo a scapito di un mero prodotto giornalistico.

Quando la parola torna a Byrne, il direttore americano si sofferma su una figura di spicco della propria redazione: il community editor, ovvero un redattore che si occupa di interagire con la comunità facendone emergere la voce in superfice. Il community editor di Business Week riceve circa 1200 ‘’cinguettii" al giorno su Twitter, canale attraverso cui stimola la partecipazione dei lettori ai quali vengono costantemente chiesti pareri ed interventi sulle vicende che il settimanale intende coprire.

Secondo Sofi è proprio questo l’ esempio da seguire per cambiare mentalità e, grazie alla partecipazione, tirare finalmente i giornalisti giù dal piedistallo dell’informazione a senso unico. I giornalisti, sostiene Sofi, devono imparare ad accettare i commenti del lettori (oggi possibili in rete) e farli fruttare per correggere il tiro ed avvicinarsi di più al proprio pubblico, che non è altro che la realtà di riferimento per un giornalista.

Il dibattito si chiude con qualche domanda dal pubblico, incentrate sul rischio di un sovraccarico di voci che potrebbe cortocircuitare il sistema dell’informazione, e sui dubbi circa un effettiva preparazione tecnica per un giusto utilizzo degli strumenti oggi a disposizione. La risposta è univoca. Bisogna cercare – tutti – di costruire un modello di senso, prima, e uno di business, poi, attorno a questo universo nuovo che sono i new media. Un universo in cui non è necessariamente tutto bello o tutto brutto, ma semplicemente tutto NUOVO!

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