L’ industria dei giornali e la ‘’scelta’’ del suicidio

| 7 giugno 2009 |

xark La volontà delle vecchie aziende editoriali di tornare ai contenuti a pagamento sul web nasconde in realtà il desiderio di non cambiare – Secondo un giornalista Usa ‘’tutta la struttura del giornalismo americano è basata su aziende morenti’’ e ‘’qualsiasi risposta alla crisi che non garantisca la possibilità di tornare a tassi di profitto a due cifre e non perpetui il controllo dall’ alto verso il basso, non viene neanche presa in considerazione’’

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L’ industria dei giornali ha scelto il suicidio rituale: una scelta drastica e irrevocabile. Lo sostiene un giornalista Usa, Dan Conover, in un articolo pubblicato sul blog collettivo Xark, dal titolo ‘’ The newspaper suicide pact’’, che Bernardo Parrella rilancia sul suo sito, Bernyblog, con toni un po’ apocalittici.

Il problema, spiega Conover, è la questione del paid content, dei contenuti a pagamento, di cui si sta ricominciando a parlare in maniera insistente e che è stata al centro di un recente summit organizzato dalla NAA (l’ Associazione dei giornali Usa) a Chicago.
Apparentemente, sostiene Conover, può sembrare una idea ragionevole che i cittadini possano pagare per dei contenuti, prodotti in maniera professionale, che essi consumano. Ma in realtà si tratta di una petizione post-razionale ritenere che i consumatori abbandonino consuetudini maturate nell’ ultimo decennio a favore di comportamenti che dovrebbero riportare le aziende editoriali a quei margini di profitto decretati per loro da Dio Onnipotente.

‘’Non interessa sapere che questa idea ha registrato, recentemente,una storia fallimentare? Oppure che l’ essere umano non ha nessuna intenzione di pagare per notizie che ha sempre ricevuto gratis?’’     

Secondo Conover, ‘’tutta la struttura del giornalismo americano – dai grandi gruppi editoriali alle Fondazioni non-profit come l’ American Press Institute o la Newspaper Association of America – è basata su aziende morenti. Così quando sentiamo parlare di sforzi per salvare i giornali (e, per estensione, il giornalismo), ci dobbiamo rendere conto che risposte che non garantiscono la possibilità di tornare a tassi di profitto a due cifre e non perpetuano il controllo dall’ alto verso il basso, non vengono considerate risposte. Non vengono nemmeno prese in considerazione’’.

‘’Faranno di tutto per sopravvivere… sempre che questo non implichi dei cambiamenti’’.

‘’Ma forse – conclude Conover – la cosa migliore che oggi queste vecchie aziende editoriali possono fare è fallire rapidamente…. E’ la scelta che loro si trovano davanti, non noi. Segnaliamoglielo finché sono in vita e cerchiamo di ricordare quello che erano una volta, non quello che sono diventate’’.

‘’Ho sempre pensato che la pseudo-diatriba su contenuti online a pagamento o meno, di cui si riparla variamente anche nei giri italiani – commenta Bernardo Parrella segnalando con enfasi il ragionamernto di Conover -, sia solo uno specchietto per le allodole o tutt’ al più l’ ennesimo ’smoke screen’ che l’industria giornalistica tenta d’imporre al pubblico onde spremerne altri denari per pagare i propri stipendi in questi tempi di crisi (riguardo vendite e inserzionisti, non sui contenuti) e di mancanza di idee (da parte loro, su come partecipare tali contenuti con gli ex-lettori)’.

Ma il punto, prosegue Parrella, ‘’è che sono stati proprio costoro – i Big Media, l’industra editoriale e i relativi giornalisti doc – ad aver creato tale crisi e a voler continuare a mettersi spesse fette di salame sugli occhi (quando in buonafede) insistendo con robe da fiction tipo “la crisi dell’informazione”, oppure a sfruttare bellamente l’apertura della Rete e i contenuti degli utenti solo per rubare spazio e attenzione per i loro vantaggi economici (quando in malafede). Eppure sono sempre costoro che vorrebbero addossare a lettori e utenti online la responsabilità di “trovare insieme” nuovi modelli commerciali, fingendo di volerli coinvolgere in una discussione nettamente viziata fin dall’inizio – in Italia tutto ciò è plateale, basta vedere come si muovono online i (anzi, gli ex) pescecani dell’informazione nostrana’’.

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