Informazione online: la scarsità di attenzione è più grave della carenza di fondi

| 5 dicembre 2009 |

Scrittori Per la prima volta nella storia esiste un’ampia abbondanza di contenuti e una grossa scarsità di attenzione: ed è quest’ ultima che cercano di ‘’comprare’’ i media creando, appunto, una falsa domanda per una offerta sovrabbondante – Su IdeaLab (Mediashift) un ampio articolo parte dalla storia della stampa per analizzare la grande rivoluzione di internet: ci sono voluti 600 anni per arrivare a un milione di autori di libri nel mondo; solo cinque anni per raggiungere il tetto di un milione di autori di blog, tre anni per toccare 1 milione di scrittori su Facebook e solo due anni per raggiungere un milione di autori su Twitter – E il prossimo strumento? – E quale sarà il ruolo dei media se ognuno di noi diventa parte del processo di produzione? – La morte del vecchio modello sembra segnata mentre comincia a delinearsi qualche barlume sul nuovo modello e qualche misura urgente da prendere per cominciare a fronteggiare il futuro

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CHANGES IN MEDIA OVER THE PAST 550 YEARS (I cambiamenti nei media degli ultimi 550 anni)

di David Sasaki
(IdeaLab)

(…) Recentemente ho ricevuto da NowPublic, un noto sito web di Giornalismo partecipativo, un messaggio. Argomento: “Ora assumiamo”. È raro di questi tempi un annuncio di questo genere nel settore del giornalismo – sia quello tradizionale che quello partecipativo – e quindi sono andato a vedere per che cosa assumono, e pagano, e come pensano di coprire le spese.

E’ venuto fuori che NowPublic non paga perché facciate i giornalisti e forniate dei contenuti, ma piuttosto perché portiate lettura. Vi pagheranno per ‘’visitatori, pagine viste, clic sulle inserzioni’’. Vi pagheranno perché spingiate altri a vedere contenuti e a cliccare sulla pubblicità. In termini economici potremmo dire che pagano per creare una falsa domanda per una offerta sovrabbondante.

Per me questo esemplifica lo stato attuale dei new media: c’ è ora, per la prima volta nella storia, un’ abbondanza di contenuti e una scarsità di attenzione. Ma come ci siamo arrivati?

Per capirlo meglio dobbiamo tornare indietro al 1453, nel nord della Francia, quando Jean Miélot, un prete e studioso francese, fu assunto per la prima volta come scrivano per Filippo il Bello, il Duca di Burgundy.
(…) E poi qualche anno dopo, a Gutenberg, con l’ invenzione della stampa, ecc., fino alla comparsa della London Gazette, che fu il primo pubblicato con regolarità.

Quello che io voglio dire è che alcune innovazioni tecnologiche sono così rivoluzionarie che cambiano tutto.

La stampa di Gutenberg ha portato la Riforma protestante, la Rivoluzione scientifica, il giornalismo, l’ Illuminismo e, senza dubbio, la democrazia rappresentativa. Ha creato quello che oggi è il continente europeo e la quasi totale alfabetizzazione.
Prima dei caratteri mobili, i cittadini dell’ Europa dipendevano dai sacerdoti per sapere che cosa ci fosse in un libro. Questa è la differenza rivoluzionaria. Ma è importante ricordare che non tutti trassero vantaggi dalla scoperta della stampa. Gli scrivani per esempio protestarono in tutta Europa. Non ci sono documentazioni di quelle proteste, ma posso immaginare il loro ragionamento: che la gente sarebbe stata sopraffatta da troppe informazioni; che sarebbero diventati degli isolati, dei lettori solitari all’ interno delle loro case, invece di stare insieme agli altri nelle chiese; che la mediocrità avrebbe prevalso se la stampa fosse finita nelle mani di persone ordinarie.

Praticamente, le stesse critiche che sentiamo su internet oggi. Alla fine gli scrivani persero e la stampa vinse. Con l’ aiuto della prospettiva storica vediamo ora quel risultato come inevitabile. E oggi stiamo assistendo alla stessa dinamica col giornalismo tradizionale e l’ internet partecipativo.

Negli Stati Uniti chiude un giornale quasi ogni settimana. Quelli che non hanno ancora chiuso stanno tutti perdendo soldi. Non c’è nessun grande giornale nel paese che non perda soldi. La domanda non è se il vecchio modello di giornalismo morirà, ma quando.

Cosa che mi porta al prossimo argomento: che il World Wide Web sta mostrando a se stesso di essere un rivolgimento tecnologico analogo a quello che fu la stampa di Gutenberg nel 15° secolo. Internet sta crescendo. Ci sono ora più utenti online di internet cinesi che americani.

Pew Internet ha rilevato che uno su cinque utenti internet usa regolarmente Facebook o Twitter per aggiornare il proprio status. Per gli ukraini possono essere LiveJournal o Kontact.

Due ricercatori americani, Denis G. PellI e Charles Bigelow, sostengono che stiamo seguendo una rotta che ci porterà a diventare una “umanità fatta quasi interamente di scrittori.”

Nel loro studio tracciano una mappa con la crescita degli autori di libri a partire dal 1400 a oggi e confrontano questo dato col numero di autori di blog, di ‘’scrittori’’ su Facebook e Twitter registrato negli ultimi dieci anni. Come si vede nella tabella, ci sono voluti 600 anni per raggiungere 1 milione di autori di libri. Al contrario, sono bastati solo cinque anni per raggiungere il tetto di un milione di autori di blog, tre anni per toccare 1 milione di scrittori su Facebook e solo due anni per raggiungere un milione di autori su Twitter. Quale sarà il prossimo?

Ecco. Ci sono alcune innovazioni tecnologiche così rivoluzionarie, che cambiano tutto.

Public Quale sarà il ruolo dei media se ognuno di noi è parte del processo di produzione? Io penso che continueremo a vedere una crescita di quello che Jessica Clark , del Center for Social Media, chiama “people centric media” che propagano informazione, comunicazione e capitale sociale attraverso reti basati su luoghi, problemi ed eventi. Ma i media e le redazioni giornalistiche come sopravviveranno in un’ epoca in cui i contenuti sono tanto abbondanti che nessuno vorrà pagare per averli?

Credo che per quante conferenze si facciano e per quanti libri bianchi si pubblichino, non ci sarà mai la pallottola d’ argento che potrà salvare l’ industria dei media. E’ inutile riunirsi come facevano gli scrivani del 15° secolo a discutere come salvare quella industria. Anche se stanno emergendo vari nuovi modelli e strategie che offrono un barlume sul futuro dei ‘’people centric media’’.

Trasformate i lettori in giornalisti. Nell’ agosto 2008 il New York Times pubblicò una bellissima visualizzazione delle ultime fermate della metropolitana di tutte le linee di New York City. Per farlo il giornale mandò vari cronisti per fare foto, raccogliere audio e mettere a punto i materiali. Un anno dopo un progetto analogo, chiamato Mapping Main Street, era stato realizzato sollecitando e accettando i contributi di tutti. Sono stati necessari un redattore e un grafico, ma in Mapping Main Street non c’ erano differenze fra lettori e cronisti.

Eliminate i cronisti non indispensabili. I giornali hanno dei cronisti che fanno i giri di nera presso la polizia, raccolgono informazioni e le scrivono. Oggi quelle informazioni possono essere pubblicate immediatamente in presa diretta. Everyblock, ad esempio, raccoglie le varie informazioni dai siti governativi e le rende disponibili per qualsiasi cittadino via web o cellulare. E proprio come i cittadini dell’ Europa dovevano rivolgersi ai sacerdoti per capire che cosa c’ era in un libro, i cittadini fino ad ora si rivolgevano ai giornali per sapere le cose della loro comunità. Ora possono guardare e misurarsi con le ionformazioni da soli.

Eliminate i redattori non indispensabili. I giornali hanno una quantità di sopazio limitato. Tocca ai redattori decidere cosa metterci e cosa no. Sono loro i controllori ultimi delle notizie del giorno. Oggi non siamo limitati dallo spazio ma piuttosto dal tempo e dall’ attenzione. NewsTrust è un sito editoriale partecipativo aperto a chiunque che decide collettivamente il livello di interesse e di rilevanza delle notizie da diffondere.
Qualche servizio resterà sempre costoso. Per esempio il grosso servizio (13.000 parole) del New York Times sulla vicenda del Memorial Medical Center dopo il disastro dell’ uragano Katrina è costato due anni di lavoro e 400.000 dollari per essere realizzato. Con i suoi $35,6 milioni di dollari di perdita nell’ ultimo quadrimestre, il New York Times non può più investire 400.000 dollari in un solo servizio. Fortunatamente per il NYT una organizzazione non-profit, ProPublica, ha pagato gran parte del conto. ProPublica è finanziata dal miliardario Herb Sandler, che fondò la Sandler Foundation nell’ ottobre del 2006.

Puntate sulla comunità locale per finanziare la cronaca locale. O cercando poche persone/organizzazioni che sostengano il tuo lavoro, oppure scegliendo la strada di molte persone che contribuiscono con una piccola somma per pagare un giornalista che faccia una determinata inchiesta. Quest’ ultimo è il modello della californiana Spot.us, che definisce la sua attività in termini di ‘’giornalismo finanziato dalla comunità’’. Qualsiasi giornalista può lanciare un progetto di articolo sul sito. Per esempio alla fine di giugno una giovane giornalista, Lindsey Hoshaw, aveva esposto una sua idea per un articolo sul Great Pacific Garbage Patch e lo ha realizzato con 10.000 dollari raccolti sul sito, pubblicandolo poi sul New York Times (vedi Lsdi, Il giornalismo crowd-funded sbarca sul New York Times). Per realizzare il suo progetto Hoshaw aveva registrato un video in cui spiegava perché quel servizio era importante e perché i cittadini avrebbero dovuto aiutarla a realizzarlo.
Ellen Miller, il direttore esecutivo della Sunlight Foundation, ha versato 20 dollari, Tim O’Reilly, editore e notissimo esperto di tecnologia, ne ha versati 100. Pierre Omidyar, fondatore di eBay, 100. Craig Newmark, ‘’padre’’ di Craigslist, 50, ecc.

Fornite una parte dei contenuti gratis, il resto fatelo pagare. Questo è il business model che in questi giorni viene indicato come come quello che meglio può tenere a galle le redazioni. E’ la strategia di GlobalPost,un sito di informazione internazionale. Puoi entrarci e leggere gratis tutti gli articoli che vuoi. Ma se sei veramente un patito di notizie internazionali, allora paghi 200 euro l’ anno per ottenere il ‘’Passaporto’’ che ti consente ‘’di entrare a far parte del circolo interno di GlobalPost’’.
Un paio di settimane fa, il fondatore di GlobalPost, Phil Balboni ha raccontato che finora 500 persone si sono abbonate a Passport. Aggiungendo che la testata dovrebbe quest’ anno registrare ricavi per 1 milione di dollari (l’ anno prossimo le entrate dovrebbero essere pari a 3 milioni, riducendo le perdite operative al 50% – complessivamente le spese dovrebbero essere pari a 5 milioni di dollari l’ anno – e l’ attività dovrebbe andare in attivo nel 2012, ndr da http://www.niemanlab.org/2009/10/globalpost-generating-revenue-of-1-million-in-first-year/).

A Global Voices la maggioranza delle spese sono coperte da Fondazioni private di natura filantropica. Il resto delle nostre entrate vengono da altre quattro fonti : commissioni per contenuti e temi specifici, pubblicità, consulenze e donazioni online.

Come potete vedere sta diventando sempre più difficile trovare fondi per sostenere le redazioni e la copertura giornalistica. E tuttavia, di nuovo, può essere ancora più difficile trovare qualcuno disposto a pagare in termini di attenzione quello che voi pubblicate.

Sembra che la scarsità di attenzione sia anche più grave della scarsità di fondi.

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David Sasaki è direttore di Rising Voices, progetto del network di Global Voices Online, centrato su temi, persone e regioni spesso dimenticati dai media mainstream. Oltre al blog personale, i suoi interventi compaiono spesso sul sito di Global Voices Online.

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