I micropagamenti? Russ-Mohl (EJO)ci crede

| 15 maggio 2009 |

ejo In Italia come in Europa si stanno susseguendo tappe estremamente delicate riguardo il futuro della Rete e la sua neutralità, un tema che inevitabilmente tocca da vicino anche le sorti dell’informazione on-line. E proprio per tracciare un quadro sul presente e sul futuro dei media digitali, LSDI ha incontrato il professor Stephan Russ-Mohl, direttore dell’ European Journalism Observatory, istituto che si occupa di studiare e comparare le tendenze del giornalismo in Europa, creando ponti continui tra la cultura giornalistica del vecchio continente e quella internazionale

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a cura di Andrea Fama

Il primo tema a saltar fuori è relativo proprio alla situazione europea e al travagliato percorso del Pacchetto Telecom che, se approvato senza le opportune modifiche, attribuirebbe ai provider un enorme potere di filtraggio, rischiando di minare la neutralità della rete, in cui la scelta e la gerarchia dei contenuti non sarebbe più decretata dal successo degli stessi, ma dagli ISP. Secondo molti, netizen e no, si tratta di un filtro eccessivo per la libertà d’informazione, poiché sarà possibile privilegiare unilateralmente alcuni canali anziché altri, sulla base di parametri che possono tranquillamente esulare dall’informazione in sé mentre, invece, strizzano l’occhio a fattori magari di natura economico-pubblicitaria.

Secondo il Prof. Russ-Mohl,

“è sempre difficile trovare il giusto equilibrio tra la libertà d’espressione e la necessità di proteggere gli utenti (come ad esempio i minori) da contenuti indesiderati. Non credo che Internet debba essere trattato diversamente rispetto ai media tradizionali e, pertanto, sarà necessario un sistema di filtraggio dei contenuti”.

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Ma cosa succederebbe se i provider, oltre a tutelare la navigazione degli utenti (per i quali, specie i minori, esistono già diverse iniziative istituzionali e sistemi di filtraggio, installabili anche in forma privata ed indipendente), ‘censurassero’ determinati canali mediatici a favore di quelli tradizionali, come alcuni/editori auspicano e molti/utenti temono? Ultimamente, infatti, rimanendo in tema di neutralità della rete, si è parlato molto delle pressioni che i grandi editori USA stanno esercitando su Google al fine di “ottimizzare” la propria visibilità on-line e, a tale proposito, il 30 aprile si è tenuto il Google’s Publishers Advisory Council, un incontro a porte chiuse tra gli editori e i vertici di Mountain View.

– “Tutelare la proprietà intellettuale è senza dubbio un’esigenza ineludibile se vogliamo mantenere un giornalismo di alta qualità. E Google, che beneficia trasversalmente dei contenuti prodotti dagli editori tradizionali, lo sta mettendo in pericolo. Tirate le somme”, continua il direttore dell’Osservatorio, “probabilmente il fatto che queste due realtà parlino tra loro è una buona idea. E poi, siamo realistici: se le porte non fossero chiuse, le due parti parlerebbero comunque in privato prima degli incontri pubblici, come fanno i politici in parlamento. Non è realistico, invece, aspettarsi che tutto abbia luogo in pubblico!”

Gli editori, dunque, parlano della tutela e del riconoscimento delle fonti originali e del giornalismo di qualità, ma Google si difende pubblicando i dati sul traffico che incanala proprio verso i siti degli editori. Ma il giornalismo di qualità, quando è veramente tale, specie nell’era delle interconnessioni e della status-sfera, non è di per sé auto-immune ai problemi che riguarderebbero una giusta visibilità e diffusione?

“Nessuno penserebbe di andare dal macellaio o dal fornaio e avere del cibo gratis. La visibilità e la diffusione sono fattori importanti, ma gli editori e i giornalisti professionisti devono anche guadagnare se vogliamo che sopravvivano. La sfida non è ottenere la visibilità, bensì convincere gli utenti a pagare per avere in cambio un’informazione di alta qualità. Nessuno ti regala da mangiare, e il cibo per la mente non fa eccezione”.

A questo punto, la conversazione si sposta opportunamente dal tema della visibilità (che per molti giornalisti digitali rimane comunque un fattore imprescindibile del proprio reddito) a quello cruciale della monetizzazione dell’informazione on-line. In Europa e nel mondo vi è una ricca casistica di business model e strategie che si smentiscono l’un l’altra, ma ciò che nella maggior parte dei casi risulta evidente è che gli utenti non sono disposti a pagare per i contenuti on-line, siano essi di qualità o meno. Come si manterrà quindi la Rete da grande? Micro-pagamenti? Freemium?

“Personalmente credo nei micro-pagamenti”, confessa il Prof. Russ-Mohl, “ma è tutto da vedere. Murdoch ha annunciato di voler far pagare le proprie news on-line: aspettiamo i mesi a venire per valutarne le strategie, e magari qualcun altro lo seguirà. Spero soltanto che gli utenti siano abbastanza svegli da imparare la lezione prima che il New York Times o qualche altra testata di alto livello chiuda per bancarotta. È quanto rischiano al Los Angeles Times, al Chicago Tribune, al Philadelphia Inquirer e ad altri quotidiani americani. Non siamo a cinque minuti dal giorno del giudizio, ma siamo già entrati nei cinque minuti successivi, ed è sorprendente la lentezza con cui in Europa ce ne stiamo rendendo conto”.

Senza dubbio, l’idea di veder fallire altre testate giornalistiche non può allettare nessuno tra coloro a cui sta a cuore il pluralismo e la libertà dell’informazione – sia essa digitale, catodica o cartacea – e di fronte a questa cupa prospettiva mi verrebbe da mettere serenamente una mano in tasca e tirare fuori qualche centesimo di euro per acquistare un’inchiesta del New York Times o un’analisi del Wall Street Journal. Ma (pur volendo prescindere dalle responsabilità, dalla miopia e dai ritardi editoriali che hanno portato a questa situazione) come si educherà il pubblico a questa tanto osteggiata forma di fruizione a pagamento?

“Si vedrà. Mettere gratuitamente on-line ciò che si voleva ancora vendere nella versione cartacea è stato senz’altro un grave errore da parte degli editori. E vi erano anche molti giornalisti a sostenere che, in una democrazia, l’informazione sarebbe dovuta essere gratuita. A questo punto, non dovrebbero essere troppo sorpresi se la gente gli ha creduto – e se, di conseguenza, stanno perdendo il proprio lavoro, visto che la pubblicità non è più sufficiente a pagare i conti”.

Ma se per alcuni Internet è la radice di tutti i mali che hanno colpito l’informazione tradizionale, per molti, invece, la Rete rappresenta la cura per tenere in vita un sistema dell’informazione altrimenti già avviato autonomamente verso l’estinzione. In ogni caso, le due realtà sono inscindibili, e resta solo da stabilire se il futuro dell’informazione risiederà nella cross-medialità o se Internet cannibalizzerà completamente gli altri media, da molti già considerati ‘info-sauri’.

“Non sono un ‘futurologo’, ma credo che sia evidente come i media tradizionali si stiano fondendo con la Rete. Inoltre, ritengo molto probabile che il giornale elettronico rimpiazzerà quello cartaceo, bisogna solo vedere quando ciò accadrà. Ad ogni modo, posso solo dire che nessuno dei miei tre figli – tutti adulti e ben istruiti – compra mai un giornale in edicola”.

Ma se il digitale è il futuro dell’informazione, qual è il futuro dell’informazione digitale in Italia? Tra disegni di legge che si susseguono e si emendano vicendevolmente, il Prof. Russ-Mohl ammette di non avere eccessiva familiarità con il quadro normativo italiano riguardo il Web, ma solleva un interrogativo interessante:

“Francamente, da esterno, mi domando perché in Italia siate tanto preoccupati per il Web; non dovreste esserlo molto di più riguardo l’incredibile concentrazione di potere nel campo dei media tradizionali?”

Touché.

La concentrazione degli old-media e il conflitto di interessi, però, rappresentano una stortura che, per quanto abnorme, sembra ormai calcificata nell’organismo mediatico italiano, e non pare che la politica voglia fare qualcosa in proposito. La partita del futuro, invece, cerchiamo di giocarcela in Rete, ed è  proprio lì che i poteri forti stanno tentando di entrare a gamba tesa. Ma Internet fa davvero così paura al potere? E perché?

“Non credo che il potere abbia paura di Internet. Al contrario, sta rapidamente imparando ad usarlo. Piuttosto, sono molto scettico riguardo l’ottimismo relativo ad una democratizzazione sancita dalla Rete. Questa è stata un’illusione che ha accompagnato l’avvento di ogni mezzo di comunicazione, fosse la radio, la televisione o Internet. La realtà è che Google è diventata un’azienda estremamente potente che, assieme a poche altre, esercita un’influenza dominante su Internet”.

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