Giornalista-imprenditore: un ossimoro?

| 20 ottobre 2009 |

giga-om Ancora tabù fino a poco tempo fa, l’ idea di trasformarsi da giornalista a ‘’imprenditore’’ sta guadagnando sempre più terreno – Una carrellata di Eric Scherer, esperto di nuovi media della France Press, sui vari esperimenti in corso fra Usa e Francia e una serie di recenti consigli per giovani giornalisti che cerchino di costruirsi dei propri, personali brand

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Giornalista-imprenditore: un ossimoro? Se lo chiede Eric Scherer su Mediawatch.afp.com, spiegando che, ancora tabù fino a poco tempo fa, l’ idea di trasformarsi da giornalista a ‘’imprenditore’’ sta guadagnando sempre più terreno.

Crisi, piani di ristrutturazione aziendale, prospettive bloccate quasi obbligano a farlo. Ma anche e, soprattutto, i nuovi orizzonti consentiti dalla rivoluzione digitale e le sue nuove consuetudini, che hanno quasi soppresso le barriere d’ ingresso, frantumando i vecchi monopoli di produzione e distribuzione dei contenuti.

Numerosi giornalisti esperti l’ hanno capito – precisa Scherer -: da Rue89 a Médiapart, passando per Slate.fr in Francia, o da Huffington Post a Politico, ProPublica, Daily Beast, Global Post negli Stati Uniti o a Soitu in Spagna.


Ma ancora di più università e scuole di giornalismo americano cercano oggi di avvicinare i corsi di giornalismo digitale, di business (quelli di pianificazione soprattutto) e di sviluppatori web. E’ il caso di Stanford, della Columbia University a New York e di varie altre, prosegue Scherer.

Un nuovo progetto è stato appena lanciato a San Francisco, in diretta concorrenza con i due giornali metropolitani attualmente in difficoltà (SF Chronicle e SF Examiner). Alla base di questa iniziativa la scuola di giornalismo di Berkeley, una radio pubblica locale e un ricco mecenate. 

Una decina di giorni fa, sempre a San Francisco, in occasione della  Conferenza per i 10 anni di vita dell’ ONA (Online News Association, americana), sono stati illustrati i risultati di una serie di esperienze di giornalismo imprenditoriale:

* A scopo di lucro:

GigaOm: dopo 20 anni di giornalismo in quotidiani e riviste, in India e negli Usa, Om Malik decise di lanciarsi nel 2006. Oggi guida 7 blog e coordina 21 persone.

I suoi redditi di suddividono pressoché a metà fra pubblicità online, organizzazione di conferenze e lavori di ricerca. Malik rivende anche i suoi contenuti di high tech a NYT, BusinessWeek, Salon e CNN.

La sua nozione di convergenza non è solo multimediale visto che riunisce atorno a uno stesso tavolo giornalisti, sviluppatori web e addetti commerciali.

"Ma attenzione,
– avverte Malik – è facile dirlo dall’ esterno ma non c’ è niente di più falso. E’ molto più difficile di quanto si immaginino le persone. Senza contare che bisogna darsi parecchio da fare senza troppe feste. Il 99% delle giornate sono di merda, ma noi viviamo per l’ eccitazione del restante 1%! E poi i soli vantaggi dei grandi media sono il loro volume di traffico, l’ attenzione che calamitano e la loro forza di vendita. Per il resto il nostro giornalismo non ha niente da invidiare al loro.Noi siamo più flessibili e reattivi. E cerchiamo di fregarli!’’

* Non-profit:
Voiceofsandiego : 13 persone.

"La cosa più dura
– spiega il direttore – è tagliare sui costi, separarsi dale persone, affrontare i problemi giuridici"

Un anno fa le iniziative di giornalismo non-profit, finanziate da contributi, fondazioni e syndication di contenuti, apparivano esotiche. Poi si sono moltiplicate a New York, in Texas, a San Diego e ora a San Francisco.

– Un altro progetto è in fase di studio: un gruppo di giornalisti che provengono dal quotidiano Union Tribune di San Diego sta pensando di realizzare una equipe di giornalismo investigativo inserito in un quadro non-profit.

Più spesso queste iniziative puntano a inserirsi in una missione di servizio pubblico, di servizio a una comunità. Non sorgono per fare concorrenza alle altre testate sul mercato della pubblicità online.

Altre esperienze che sono state evocate:  

  • ArtsJournal, lanciato 10 anni fa.
  • Xconomy che copre le biotech sulla costa occidentale.
  • Pegasus News a Dallas, che continua a crescere.
  • Spot.us (giornalismo collaborativo) che si è esteso a Los Angeles.
  • Publish2 (piattaforma di giornalismo collaborativo).

E queste iniziative vengono riconosciute dalla professione: nei giorni scorsi i siti ProPublica, Publish2 e Muckety hanno vinto i primi premi in alcune sezioni di giornalismo online dell’ ONA.

* Consigli professionali:

– Ann Grimes (prof a Stanford, ex WSJ):

  • "Non innamoratevi del vostro progetto. La vostra passione non sarà necessariamente condivisa. Rinunciate rapidamente e spesso (per temperamento i gioralisti, perfezionisti, non amano il rischio)
  • Mettete alla prova le vostre idee"

– Om Malik (GigaOm):

"Non aspettate che tutto il settore della stampa si getti ai vostri piedi. Non restate seduti. Fate! E’ la sola soluzione per la nostra professione".

– Scott Lewis (Voiceofsandiego):

"Lasciate la tecnologia ai professionisti e utilizzate degli strumenti semplici e dei sistemi gratuiti".

Alfred Hermida, ex BBC e professore di giornalismo digitale a Vancouver:

"Studenti, dovete sviluppare il vostro marchio personale!"

*    Da consultare anche un recente forum del Poynter Institute, che vede nell’ iniziativa personale dei giornalisti una delle soluzioni alla crisi dei media tradizionali. (…..)

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