David Cohn (Spot.Us): ‘’Dobbiamo difendere la pratica del giornalismo’’

| 9 dicembre 2009 |

In una intervista a Libération Cohn (nella foto) parla dell’ esperienza di Spot.Us, il sito attraverso cui gli internauti finanziano progetti di giornalismo investigativo – ‘’C’ è spazio per tutti i livelli di giornalismo, è vitale per la società’’ – ‘’La questione fondamentale è sapere se le persone sono pronte a versare dei soldi per il giornalismo. Direi sì ma non abbastanza, e quindi bisogna lavorare ancora…’’ – ‘’Il mercato è molto difficile. Dovunque i giornali tagliano e lo stesso accade per radio e tv. I tempi sono duri per i free lance, le prime vittime dei tagli del budget. Spot.Us cerca di trovare un modello economico per loro. Non vogliamo cambiare il volto del giornalismo: la qualità del contenuto dipende prima di tutto dal fatto di avere i mezzi per pagare le persone che li producono’’

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di Laureen Ortiz
(Libération)

David Cohn, 27 anni, è un giornalista che lavora a Oakland, nella zona di San Francisco. Ha cominciato ad occuparsi di tecnologia per il sito Wired come collaboratore esterno per quattro anni, prima di ottenere un master di giornalismo alla Columbia University, a New York.

Un anno fa ha lanciato Spot.us (vedi Lsdi, Il giornalismo ‘crowdfunded’ sbarca sul New York Times) per sostenere i giornalisti indipendenti. Il principio è semplice: il free lance propone su Spot.us uno schema di un servizio che vorrebbe realizzare, gli internauti lo finanziano e l’ inchiesta viene poi venduta ai giornali.

Tu incarni la nuova generazione di giornalisti: qual è la tua esperienza?

Sono sempre stato un giornalista indipendente e penso che ce ne saranno sempre di più come me data la situazione finanziaria così aleatoria dell’ industria dei media e visti i mezzi di visibilità che offre il Web. L’ idea è quindi di trovare uno strumento che consenta ai giornalisti free lance di opoter fare il loro mestiere e anche ai media di poter collegarsi più facilmente con loro.

Come hai creato questo sito?

Ho avuto un finanziamento dalla Fondazione Knight, che ha sede a Miami e cerca di trovare un futuro al giornalismo.

Puntate a salvare la stampa, ma come?

Più che i giornali si tratta di salvare il giornalismo. C’ è una famosa citazione secondo cui ‘’Il giornalismo sopravviverà alla morte delle istituzioni’’. I giornali sono importanti, ma quello di cui c’ è bisogno oggi è difendere la pratica del giornalismo, al di là del supporto.

Che tipo di giornalismo promuove Spot.Us ?

Il giornalismo partecipativo, inchieste su temi locali. In questo momento stiamo lavorando al finanziamento di un servizio sulla baia di San Francisco. Si indaga sull’ azione, o l’ inazione, degli amministratori, che devono render conto dei loro atti.

Il ‘’giornalismo partecipativo’’ è dunque un Giornalismo molto locale…

Sì, lavoriamo su San Francisco e Los Angeles per il momento, sperando di allargare il raggio d’ azione. Alcuni criticano il termine ‘’citizen journalism’’, ma non è questo il problema. Non dico che non sia importante chi indaga su un argomento; di fatto sono dei giornalisti… Ma non bisogna accontentarsi dei grandi media, che trattano degli argomenti dominanti, nazionali o internazionali. C’ è spazio per tutti i livelli di giornalismo, è vitale per la società.

Come scegliete gli argomenti?

Dei free lance propongono degli schemi di servizio, come farebbero con altre testate, salvo che nel nostro caso lo schema viene pubblicato sul sito. A questo punto i cittadini, ma anche gli stessi media, possono finanziare una inchiesta o un’ altra, versando qualche dollaro. I giornalisti fissano l’ ammontare della somma di cui pensano di aver bisogno e vedono, entro un certo periodo di tempo, se hanno raccolto fondi a sufficienza. E incamerano tutto. Spot.Us vive grazie a una opzione che permette ai donatori di versare il 10% in più per l’ organizzazione. E la maggior parte lo fanno

Basta per sopravvivere come modello?

Per il momento no, ed è per questo che vogliamo allargarci. La questione fondamentale è sapere se le persone sono pronte a versare dei soldi per il giornalismo. Direi sì ma non abbastanza, e quindi bisogna lavorare ancora…

Quanto versano in media?

Fra 2 e 2.000 dollari [da 1,30 a 1 336 euro]. Lo scopo è di vendere l’ inchiesta a dei giornali: se non ci si arriva, i donatori vengono rimborsati.

A che livello ha partecipato il New York Times, per l’ inchiesta sull’ isola di rifiuti gigante che si è formata vicino alle Hawai?

Il New York Times ha comprato l’ articolo 800 o 900 dollari [530 o 600 euro], non sono sicuro, perché è stata la giornalista a gestire la cosa, e Spot.Us ha finanziato il viaggio. In questio caso ci hanno guadagnato tutti. La giornalista ha potuto fare l’ inchiesta grazie a Spot.Us, senza di cui non avrebbe avuto i mezzi per andare sul posto. I donatori sono stati felici di vedere il risultato sul New York Times. Che a sua volta ha pubblicato una inchiesta con pochissime spese.

Ma finanziate delle inchiesta anche se non avete ancora trovato dei media interessati?

Sì. Per il momento abbiamo più progetti che inchieste pubblicate.

Voi vi rivolgete soprattutto alla stampa scritta. Non è difficile vendere articoli in questo momento?

Il mercato è molto difficile. Dovunque i giornali tagliano e lo stesso accade per radio e tv. I tempi sono duri per i free lance, le prime vittime dei tagli del budget. Spot.Us cerca di trovare un modello economico per loro. Non vogliamo cambiare il volto del giornalismo: la qualità del contenuto dipende prima di tutto dal fatto di avere i mezzi per pagare le persone che li producono.

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