Cresce la selezione di classe fra i nuovi giornalisti UK

| 18 ottobre 2009 |

uk Sempre più marcata la chiusura della professione agli strati sociali popolari – Nel 2002 solo il 3% appartenevano a famiglie operaie – Un Rapporto del Cabinet Office britannico – Le conseguenze di questa chiusura sociale sempre più ermetica della professione sono disastrose e vanno al di là di una semplice questione di uguale rappresentazione delle classi sociali all’ interno del giornalismo professionale

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Un Rapporto del Cabinet Office britannico* pubblicato l’ estate scorsa attesta in maniera soprendente la sparizione delle classi lavoratrici dalla professione di giornalista. Ne dà notizia un articolo di di Alyssa Lenhoff e Tim Francisco apparso il 28 settembre scorso sul sito di ‘’Working-Class Perspectives’’ (una rivista online che fa capo alla Youngstown State University, Ohio, Usa) col titolo  « The Costs of Becoming a Journalist », riportato qualche giorno fa in traduzione francese da Acrimed (Action-critique-médias).

Il Rapporto, ‘’Liberare le aspirazioni’’ (Unleashing Aspirations), rileva in particolare che i giornalisti nati dopo il 1970 provengono per la maggior parte dalle classi medie agiate (middle class) o dall’ alta borghesia (upper middle class). E la professione di giornalista si classifica al terzo posto delle professioni più chiuse socialmente, subito dopo i medici e gli avvocati.

Lo studio rileva fra l’ altro:

« Tra i segmenti generazionali nati nel 1958 e nel 1970 il più forte calo di mobilità sociale si è verificato nel campo del giornalismo e della ragioneria. Per esempio i giornalistidella carta stampata e del broadcasting provenivano mediamente da famiglie che godevano di un reddito superiore di circa il 5,5% al reddito medio, ma questo scarto si è elevato al 42,4% per la generazione dei giornalisti nati nel 1970.. »


La  National Union of Journalists
– il sindacato britannico dei giornalisti – ha spiegato al panel che ha compilato il rapporto che un sondaggio realizzato nel 2002 dal Journalism Training Forum aveva mostrato che meno del 10% dei nuovi giornalisti provenivano dalle classi popolari, e che solo il 3% appartenevano a nuclei in cui il capofamiglia era un operaio, specializzato o non qualificato.

Una delle numerose rivelazioni inquietanti del rapporto (…..) è che, per entrare nella professione di giornalista, è necessario seguire uno stage, che la maggior parte delle volte non è pagato. Una rapida analisi sugli stage disponibili negli Stati Uniti rivela che su 50 offerte di stage elencate ad esempio sul sito internet www.journalismjobs.com , soltanto 15 promettono una remunerazione. Altri 15 sono retribuite non con un salario ma con dei crediti universitari, cosa che in diverse università, compresa la nostra, significa che fare uno stage costa, almeno le  spese universitarie.

(….) Tra l’ altro, gli stage più prestigiosi si svolgono nei grandi centri mediatici di New York e Washington, dove il costo della vita è al di fuori della portata di uno studente che proviene da una famiglia con reddito medio, o addirittura inferiore alla media.

(…) E questo significa che solo gli studenti e le studentesse che possono permettersi di lavorare gratuitamente per diversi mesi acquisiscono le referenze richieste per accedere alla professione che hanno scelto.

Le implicazioni generali di questa esclusione dalla professione di giornalista sono evidenti e sono state documentate da noi stessi e da altri: meno studenti venuti dalle classi popolari hanno l’ opportunità di diventare giornalisti e meno si troveranno giornalisti sensibili ai problemi complessi delle classi popolari e articoli sulle difficoltà che devono affrontare i lavoratori.

(…..) Le conseguenze di questa chiusura sociale sempre iù ermetica della professione sono disastrose e vanno al di là di una semplice questione di uguale rappresentazione delle classi sociali all’ interno del giornalismo professionale, nella preoccupazione di uguaglianza o di diversità.

Se, sempre di più, i giornalisti vengono da una classe sociale o da uno strato della società privilegiati, è probabile che anche i migliori fra di loro non rimetteranno in questione le grandi narrazioni che hanno ingannato le classi popolari per decenni: il massimo profitto prevale su un trattamento giusto ed equo, ciò che è buono per gli affari è sempre buono per l’ America, e così via.

Alla fine, continueranno ad aumentare gli articoli che ometteranno di rimettere in questione questi postulati fondamentali e che riducono il lavoratore a un banale dispositivo aneddotico, un trampolino narrativo verso le persone e le poste in gioco ‘’veramente importanti’’.

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* Struttura chiave dell’ esecutivo, che assicura fra l’ altro la coordinazione delle politiche e della strategia interministeriali.

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