Bloomberg, ‘’la testata più influente’’ del pianeta? Tra i media al crepuscolo, spunta una nuova alba per l’ impero del sindaco di New York

| 24 novembre 2009 |

Bloomberg Un esercito di 2.200 ‘’ubergiornalisti’’ controllati a vista dalle telecamere interne, lavoratori infaticabili ma molto simili agli operatori di borsa e quindi un po’ frustrati per il tipo di giornalismo che gli viene imposto, sperano nelle nuove frontiere che si sono aperte con l’ acquisto di Business Week – Il modello a cui puntare? The Economist, dicono ambiziosamente i giornalisti – Mentre lo staff prepara ancora un’altra scommessa: una vera e propria agenzia giornalistica che aprirà i battenti grazie ad una partership con il Washington Post- Intanto la ragnatela si va estendendo con nuovi uffici di corrispondenza in Ecuador ed a Abu Dhabi, in Nigeria e in Ghana, oltre che a Cipro, mentre le vecchie redazioni rimangono di dimensioni enormi: 142 persone a Washington, 196 a Tokyo, 30 a Parigi – Un fiume di denaro (i ricavi quest’anno dovrebbero essere di 6,3 miliardi di dollari) dal mondo della finanza, disposto a pagare fino a 20.000 dollari l’ anno per un terminale dell’ agenzia

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di Matteo Bosco Bortolaso

New York – A quasi trent’anni di vita, l’impero Bloomberg è pronto ad espandersi, diventando una creatura giornalistica enorme che nei prossimi anni potrebbe essere, secondo le parole del manager Andrew Lack, “la testata più influente” del pianeta. Lack, ex di Nbc News, coordina le protesi televisive e telematiche dell’agenzia di notizie finanziarie famosa in tutto il mondo per i terminali a doppio schermo che popolano gli open space del Financial District della Grande Mela, della City di Londra e dei templi del capitalismo in ogni angolo del mondo.

Proprio come gli yuppies, che dal 1981 usano i computer sfornati dall’azienda del sindaco di New York, anche gli impiegati di Bloomberg sono famosi per essere lavoratori infaticabili, “uber-giornalisti” capaci di mandare notizie dai mercati finanziari a getto continuo, peraltro continuamente controllati sul posto di lavoro, sottoposti all’indiscreto occhio di telecamere alla Grande Fratello.

Si tratta di un vero e proprio esercito di 2.200 colleghi (se, oltre all’agenzia, si contano anche quelli di radio, tv e sito internet). Un esercuto che supera ampiamente i 1.250 giornalisti del New York Times e i 1.900 del Dow Jones (e del Wall Street Journal). Un esercito le cui truppe sono state finora considerate “figli di un Dio minore” piuttosto che “uber”, perché costantemente spinte a lavorare meglio e più velocemente, senza la possibilità di preparare pezzi dal sapore letterario e dalla profondità d’analisi. Aggettivi ed avverbi sono vietati, così come i “ma” e i “comunque” che non renderebbero l’articolo abbastanza chiaro. I pezzi, dai quali dipendono guadagni o perdite per migliaia di dollari, devono essere brevi e diretti.

“Potrei scrivere un dipaccio Bloomberg sui guadagni di un’azienda mentre sto dormendo”, racconta Chris Roush, professore di giornalismo economico alla Università della Nord Carolina di Chapel Hill, che ha lavorato per Bloomberg nei dorati anni Novanta. “Molti reporter sentivano che la loro creatività veniva soffocata”, aggiunge.

Finora i soldatini di Bloomberg sono stati più simili agli operatori che erano loro clienti piuttosto che agli “scribani veterani e ai ricchi pedigree di Condé Nast, Time e New York Times”, scrivono Stephanie Clifford e Julie Creswell in un’interessante analisi dell’impero Bloomberg.

Ora però l’agenzia ha trovato un cavallo di troia che potrebbe farla entrare nell’olimpo del giornalismo: si chiama BusinessWeek, un settimanale letto dalla comunità economica americana ed internazionale con ottant’anni di storia alle spalle, acquistato dalla gigantesca agenzia in ottobre per una cifra che molti considerano ridicola, 5 miliardi di dollari, in contanti (basti pensare che il magazine, l’anno scorso, aveva perso qualcosa come 43 milioni).

Non solo. Bloomberg, nell’allargare le proprie fila giornalistiche, ha aperto le porte ai profughi di Fortune, Forbes e Wall Street Journal (6 su 11 redattori capo vengono da quest’ultima testata), vittime della scure dei tagli degli ultimi tempi.
Quindi l’impero si è espanso, aprendo nuovi uffici di corrispondenza in Ecuador ed a Abu Dhabi, in Nigeria e in Ghana, oltre che a Cipro. Le redazioni più tradizionali, invece, rimangono di dimensioni enormi: 142 persone a Washington, 196 a Tokyo, 30 a Parigi. Il fiume di denaro – i ricavi quest’anno dovrebbero essere di 6,3 miliardi di dollari – arrivano tutti dal mondo della finanza, disposto a pagare profumatamente le informazioni targate Bloomberg (ogni anno la tariffa per un terminale si aggira attorno ai 20 mila dollari).

Negli anni Ottanta e Novanta, che sono stati l’epoca d’oro per Wall Street, i terminali dell’agenzia andavano a ruba: adesso ce ne sono in giro almeno 280 mila. La crisi, però, s’è fatta sentire. Se nel 2004 e 2007 la bolla di Wall Street faceva crescere l’agenzia del 13% ogni anno, il collasso della Lehamn Brothers ha polverizzato anche gli abbonamenti a 3.500 terminali. Quest’anno, per la prima volta nella sua storia quasi trentennale, i numeri dei computer venduti diminuirà, anche se in maniera modesta (-2%). Bloomberg comunque continuerà a guadagnare (la crescita dovrebbe attestarsi su un modesto 3%), difendendo il terzo del mercato delle informazioni finanziarie che è riuscito a conquistare. Un altro terzo del mercato, stimato in 16 miliardi di dollari, è controllato da Thomson Reuters, e il resto da testate sparse.

In tempi di crescita o di crisi, comunque, Bloomberg non ha mai tentato il grande salto nel mondo del giornalismo. “Nell’ultimo decennio – scrivono Clifford e Creswell – Bloomberg si è raramente interessata ad andare al di là dell’alta finanza,le notizie erano prodotte per aiutare gli abbonati a far soldi”. Insomma, con un’espressione efficace si può dire che l’agenzia del sindaco era un’azienda che “nasce e muore a Wall Street”.

IL GRANDE PASSO CON BUSINESSWEEK

Ora, però, le cose dovrebbero cambiare, prima di tutto grazie alla rivista, che con ogni probabilità si chiamerà Bloomberg BusinessWeek. Il nuovo direttore sarà Josh Tyrangiel, 37 anni, ex giornalista e critico della rivista Time, per la quale ha curato il sito internet dal 2006. Tyrangiel prenderà il posto di Stephen Adler.

A dispetto della crescita di Bloomberg, che prenderà ufficialmente possesso di BusinessWeek il 1 dicembre, il settimanale taglierà 100 o più giornalisti (il 25% circa dell’organico). I colleghi, comunque, non si troveranno senza occupazione e saranno probabilmente assorbiti dall’agenzia. Non a caso la redazione verrà trasferita all’interno della sede di Bloomberg, nell’East Side a Manhattan. A chi voleva rimanere al magazine è stato chiesto di rispolverare curriculum vitate, articoli pubblicati e lettere motivazionali. Chi voleva posizioni dirigenziali doveva scrivere sei pagine spiegando come avrebbe lavorato per l’integrazione di Bloomberg e BusinessWeek.

“Sarà una sfida, e non solo per i tempi nei quali viviamo, che non sono favorevoli ai media: è una sfida anche a livello organizzativo”, ha detto Tyrangiel, scelto da Norman Pearlstine, capo dei contenuti di Bloomberg ed ex responsabile di Wall Street Journal e Time. Pearlstine aveva pensato anche di conquistare il Congressional Quarterly, rivista specializzata letta dai potenti di Washington. Ma alla fine la scelta è caduta su BusinessWeek.

I dispacci dell’agenzia arriveranno così non solo agli affaristi di Wall Street, ma anche a quelli di Main Street – cioè i decisori politici – ai capitani d’industria e, come dicono in America, ai “global movers and shakers”. Insomma, a chi conta. La readership è di 900 mila lettori per la copie cartacee e di 11 milioni di visitori al mese.

“Dobbiamo cambiare la nostra audience – spiega Daniel Doctoroff, presidente di Bloomberg – la storia della nostra azienda è legata a decisioni contro-intuitive, contro il ciclo dominante, è nel nostro DNA”. Il modello? Ambiziosamente, The Economist. Il sogno? Poter intervistare il numero uno della General Electric, Jeffrey Immelt, oppure, addirittura, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Sia chiaro, però, niente giornalisti-star. “Non è cosa nostra, noi ci basiamo su lavoro di squadra e contributi”, sottolinea Donald Reynold del National Center for Business Journalism.

Si pagherà per i contenuti? Verrà adottato il modello Murdoch? Su questo, per ora, non c’è ancora risposta (anche perché i soldi, nelle tasche di Bloomberg, arrivano comunque).

I PRECEDENTI PASSATI E LE SCOMMESSE PER IL FUTURO

Finora, l’unico esperimento paragonabile ad una simile scommessa era stata la rivista Bloomberg Market, nata nel 1992 senza aver generato alcun profitto. Era una pubblicazione aziendale, un manuale per i possessori del prezioso terminale, il quale sarà anche una miniera di informazioni ma non è semplicissimo da utilizzare. Il manuale era peraltro utile: i possessori del computer a doppio schermo usano ben poche delle oltre 30 mila funzioni disponibili.

La rivista, ovviamente, non è mai decollata sul mercato editoriale. E nemmeno la televisione di Bloomberg, nata due anni dopo, nel 1994, ha avuto grande successo. Chi l’ha vista sa che le immagini in diretta erano attorniate da informazioni continuamente aggiornate dai fiumi di dati che ogni giorno scorrono sotto l’etichetta Bloomberg. “Sembra di essere soffocati da tutti questi dati”, dice Lack, che allora era ancora alla Nbc. Una volta preso il timone, il manager ha reimpostato la grafica sullo schermo, ha spostato i conduttori da uno studio poco luminoso alla classica newsroom, e ha aggiunto nuovi show come quello di Charlie Rose, che viene trasmesso di sera. Ad ogni modo, il canale via cavo continua a boccheggiare, e al momento ha un’audience molto più bassa rispetto a Cnbc, la bibbia per gli operatori di borsa. Ma Lack è sicuro che presto anche la sua creatura televisiva diventerà profittevole. “Ancora quattro o cinque anni”, dice. BusinessWeek, invece, dovrebbe tornare positiva prima, tra uno o due anni.

Altra scomessa ancora, di cui si sa ancora poco, è una vera e propria agenzia giornalistica che aprirà i battenti grazie ad una partership con il Washington Post. In questo modo, così come con la rivista BusinessWeek, i contenuti andranno ben al di là dei 280 mila terminali e dei pochi giornali che usano il materiale di Bloomberg, come The Florida Times-Union di Jacksonville.

IL SINDACO

Il primo cittadino della Grande Mela continua ad avere un ruolo in tutto questo. Da quando si è candidato per la prima volta, nel 2002, Bloomberg si è formalmente sfilato dall’agenzia. Eppure le sue tracce sono ancora visibili. Doctoroff, il presidente, è stato il suo numero due al municipio di Manhattan prima di arrivare in azienda. Peter Grauer, amministratore delegato, ha conosciuto il sindaco grazie alle competizioni a cavallo delle rispettive figlie. E il primo cittadino continua a controllare l’ 85% dell’azienda.

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