Aggregazione e ‘’curation’’: due concetti essenziali per il giornalismo digitale

| 29 ottobre 2009 |

getty ‘’Non accusiamo i giornali di non essere pronti per il nuovo mondo. La loro strategia di aggregazione e di selezione è stata creata per un mondo fisico e non per quello digitale. Non si tratta di vedere se il contenuto è gratuito o a pagamento, ma del fatto che Internet riformula le regole di costruzione di un’ aggregazione e di una selezione ragionevole’’ – Un articolo di uno dei massimi esperti Usa di editoria libraria delinea un importante fascio di questioni valide anche per il giornalismo (l’ immagine è di Getty images)

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‘’L’ ordine dei Giornalisti magari non sarà felice -qui da noi, unici ad averlo- se con il tempo (e la frequenza dei casi) si sostituisce curation a journalism. Ma il fatto è – rilevava Giuseppe Granieri qualche giorno fa su Bookcafè – che ‘’aumentano le riflessioni su questo aspetto peculiare della mediazione di informazioni in un mondo in cui la notizia è una commodity e la produzione di contenuti fotocopia una cosa costosissima’’.

Granieri segnalava nel suo post  dieci articoli sul tema. Suggerendo per approfondire il concetto, in caso di poco tempo a disposizione, di partire da ‘’Aggregation and curation: two concepts that explain a lot about digital change’’. Interessante articolo di Mike Shatzkin (uno dei massimi esperti Usa di editoria), che Lsdi pubblica qui in traduzione.

 
Aggregation and curation: two concepts that explain a lot about digital change

schatzkindi Mike Shatzkin
(da IdeaLogical blog)

Ogni volta che leggo qualche articolo sulla crisi dei giornali in cui non viene menzionato fra i problemi il ruolo dell’ aggregazione e della selezione/cura, penso che sia stato trascurato qualcosa di veramente importante, anche da parte di osservatori molto sofisticati.  

L’ aggregazione è uno dei concetti chiave della presentazione e commercializzazione dei contenuti. Qualsiasi analisi di quello che sta accadendo ai giornali o di previsione sul futuro dei libri e delle librerie, delle riviste e delle tv che non affronta questo concetto fondamentale è sicuramente difettoso. Aggregazione, naturalmente, significa semplicemente mettere insieme delle cose che non sono necessariamente connesse.
 
La cura è un termine che si è sempre riferito alla selezione attenta e alla sfrondatura dei materiali aggregati, come nel caso di un museo o di una mostra d’ arte. Ma nel lessico del mondo digitale il concetto indica soprattutto la selezione e la presentazione di oggetti diversi per aiutare i browser o gli utenti a navigare e a scegliere fra di essi. L’ aggregazione senza selezione, normalmente, non serve a niente. E’ invece proprio la cura che crea il marchio.

Gli agenti editoriali sono aggregatori, perché mettono insieme il lavoro di molti scrittori per presentare una offerta agli editori. Il business sarebbe considerevolmente meno eficiente e più costoso se gli agentgi non aggregassero il lavoro degli scrittori per presentarlo agli editori.
 
Gli editori sono aggregatori, perché mettono insieme elenchi di libri da presentare – attraverso una offerta da parte di un marchio editoriale – a librerie, biblioteche e media vari.

Le librerie sono aggregatori e la loro selezione-presentazione si riflette sulle scansie e le vetrine e le sezioni che creano una offerta ‘’firmata’’ in cui i lettori possono navigare.

Nel mondo musicale, le case discografiche aggregano 10 o 12 o 15 brani di un singolo artista in una singola offerta (chiamata ‘’album’’, un termine che proviene dal tempo in cui si facevano le raccolte di 78 giri per riprodurre un concerto o una sinfonia, che venivano diffuse dentro dei cofanetti).

Quando venne messa a punto la tecnologia dei  long-playing (i 33 giri), il formato divenne molto più efficace e meno costoso del vecchio singolo, con un costo pari a un penny a minuto, e così prevalse.

O meglio, prevalse fino a quando arrivò Internet. E siccome l’ unità di apprezzamento era rimasta la canzone singola, l’ album aggregato perse il suo apeal di vendita. Non era solo la pirateria attraverso la possibilità del download, ma l’ abilità dell’ ascoltatore di curare direttamente con se stesso la selezione dei brani.

I giornali naturalmente sono aggregatori e ”curatori”. Le differenze nei criteri di selezione crea la testata. Il  New York Times non pubblica fumetti. Il New York Post evita le parole con troppe sillabe. Il Daily News gonfia le pagine di sport e, per anni, era noto per le sue belle fotografie. Ma una cosa era comune a loro e a tutti gli altri quotidiani: essi coprono tutti i fronti (la definisco una copertura ‘’orizzontale’’). Aggregano notizie a livello di mondo, nazione e città con sport, meteo, valori azionari, ricerche di anime gemelle e tante altre cose.

I giornali vendono la selezione del materiale aggregato a persone che non vogliono altro in quanto il prezzo complessivo è un buon prezzo per quello che essi vogliono, così come un disco era un buon affare se uno voleva solo alcune canzoni. 

E ora i giornali soffrono proprio la stessa sorte del disco. L’ unità di valutazione è più piccola di tutto l’ insieme. E per ogni unità di valore – ciascun punteggio realizzato, ciascun prezzo delle merci, ogni resoconto da Washington o ogni vignetta di satira politica – c’ è un nuovo protagonista che fa concorrenza. Così  la lunga storia dei quotidiani si riduce a questo: un business model di vendita di una aggregazione (in più argomenti) orizzontale, curata da qualcuno esterno agli argomenti toccati, era basato su meccanismi economici di un mondo fisico in cui l’ aggregazione produceva efficienza nella produzione e nella distribuzione (diffusione). Internet ha cambiato tutto.

Non c’ è più bisogno per un aggregatore di utilizzare un intero giornale per darmi notizie sul tempo e sull’ andamento della borsa.

L’ aggregazione orizzontale era più efficace in un mondo di distribuzione fisica. L’ aggregazione verticale invece ha più senso in un mondo di distribuzione digitale. E consentire al consumatore o all’ utente di avere un qualche controllo sulla selezione (e la cura) è npossibile nel mondo digitale ma difficile in quello fisico.

Che conseguenze ne derivano?

1. Non accusiamo i giornali di non essere pronti per il nuovo mondo. La loro strategia di aggregazione e di selezione è stata creata per un mondo fisico e non per quello digitale. Non si tratta di vedere se il contenuto è gratuito o a pagamento. Si tratta del fatto che Internet riformula le regole di costruzione di un’ aggregazione e di una selezione ragionevole.

2. Anche le librerie devono caricare a bordo le nuove realtà. Fino all’ arrivo di internet, l’ aggregazione del maggior numero possibile di elementi sotto lo stesso tetto aveva un valore enorme per l’ utente perché era molto alta la difficoltà di ottenere quello che non c’ era sotto quel tetto. Non lo è più. Amazon, Barnes & Noble e qualsiasi libraio servito da Ingram ha a disposizione una quasi-universale selezione da consegnare in pochissimi giorni, se non ore. Quindi il divario tra quello che c’ è in libreria e quello che non c’ è si è drammaticamente assottigliato. Il potere relativo della mega-aggregazione è stata intaccato.

3. L’ importanza della selezione e della cura diventa più rilevante. Se avere grandi quantità di libri nel proprio negozio non dà più il potere di prima, diventa invece molto piùimportante avere i libri giusti.

4. L’ aggregazione e la cura da parte degli editori hanno creato il loro marchio, e il loro brand (nella gran parte dei casi) voleva dire comunicare significato ai dettaglianti, ai bibliotecari, e ai recensori, ma non al pubblico! In un mondo in cui il potere degli intermediari è diventato sempre più sensibile sul piano dei contenuti piuttosto che sul piano dei format, gli editori devono ripensare a quello che pubblicano e a come presentano l’ insieme delle cose che scelgono.

5. Senza considerare i motori che producono automaticamente consigli per gli acquisti (‘’basandoci su quello che hai già comprato, abbiamo un nuovo libro per te!’’), i rivenditori online di libri hanno ancora molta strada da fare per permettere quella selezione personalizzata che sembra possibile e desiderabile nell’ era digitale. Anche rivenditori sofisticati come Barnes & Noble possono  presentare risultati multipli se si fa su Google una ricerca sul teatro di Shakespeare. E anche rivendtori sofisticati come Amazon vi proporrà un libro per l’ eBook pubblicato direttamente dall’ autore nello stesso modo con cui cercherà di vendere un volume pubblicato da un normale editore.

Sono errori nel lavoro di cura.

A parte gli scrittori, tutti noi nella catena di valutazione di un libro siamo parte dello sforzo per aggregare e curare l’ offerta di scrittori gli uni con gli altri. Ogni redattore ed editore, ogni libraio ed agente, sono quel che sono aggregando e curando  il laoro degli scrittori in modo da costruire un senso commerciale nel mondo fisico. Alcune di queste scelte sono contestate. Sto dicendo che più orizzontale è l’ aggregazione e più difficile è funzionare nel mondo digitale.

Ma ricordate: quando si cercano dei motivi per spiegare perché uno che vince nel cartaceo sia un perdente sul web, bisogna probabilmente partire dalle funzioni di aggregazione e di cura e da come bisogna cambiarne i criteri per adattarsi al cambiamento delle circostanze. 

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