2009 – 2010 gli anni decisivi per il futuro dei media tradizionali

| 7 gennaio 2009 | Tag:, , , , ,

di Vittorio Pasteris

crashQuando Philip Meyer pubblicò nel 2004 il suo “the vanishing newspaper” diventato famoso soprattutto per la profezia secondo cui l’ultima copia del New York Times sarebbe stata stampata nel 2040 non aveva probabilmente previsto che nella fine del 2008 in Usa sarebbero fallite molte fra le maggiori banche e che l’economia mondiale sarebbe arrivata con un grosso fiatone a fine anno.

Allo stesso modo non era conscio di quello che sarebbe successo negli ultimi mesi di quest’anno Arthur Sulzberger quando nel febbraio del 2007 dichiarò “Non so davvero se stamperemo ancora il Times tra cinque anni, e, se vuole proprio saperlo, non me ne importa nulla. Internet è un posto meraviglioso e noi lì siamo leader”

Il giorno dell’ultima copia del New York Times si sta drammaticamente avvicinando ? Probabilmente sì . I segnali di un processo inarrestabile sono piuttosto chiari. Ma non è quello il problema . Il definire e spostare le date dell’ultima copia cartacea del più ascoltato giornale statunitense è un indicatore dei segni dei tempi, un indice come potrebber essere il Dow Jones per Wall Street.
Senza voler essere dei Nostradamus mediatici che giocano con date ed eventi per capire che succederà nel futuro dell’informazione ci troviamo volenti o nolenti di fronte a un biennio 2009-2010 in cui si assisterà ad un’accellerazione violenta della variabile tempo e della variabile cambiamento nel mutare del mercato dell’informazione mondiale e italiano per quello che ci riguarda direttamente.

La crisi dei media tradizionali è una liturgia officiata ormai da tempo, ma mai completamente recepita da addetti ai lavori editori e giornalisti. Per molti anni editori e giornalisti si sono comportati come i produttori di carrozze all’avvento del motore a scoppio. Invece che investire nel nuovo settore decisero di fare carrozze sempre più belle e ricche, mentre altri attori pensavano che il mercato delle automobili era quello del futuro. Sappiamo chi è sopravvissuto alla transizione.

Riassumiamo velocemente i segni dei tempi nei media tradizionali: la stasi se non la riduzione dei lettori o delle copie diffuse dei giornali cartacei, la perdita di autorevolezza globale dei giornali cartacei (e dei loro giornalisti), la crescita della freepress che a sua volta cerca nuovi mercati e in parte si cannibalizza fra testata e testata, la crescita esponenziale del media internet, il resistere della televisione e il continuo rinnovarsi della radio.

Il 2009 potrebbe essere l’anno della “mazzata”. Il mercato pubblicitario ha vissuto una recente flessione congiunturale, solo l’on-line ha resistito anche perché è un media giovane che continua a vantare buoni margini di crescita e sviluppo.
Su questi indicatori orientati al brutto costante si è innestata la crisi economica nata dai problemi finanziari americani e una recessione sempre meno sussurrata a volte urlata per giustificare crisi che hanno origini diverse come valutazioni errate, scarsa predisposizione all’innovazione e spesso addirittura grave incompetenza.

Gli anni 2009-2010 saranno i decisivi per il futuro possibile dei giornali tradizionali ? L’anno 2008 si chiude in attesa del biennio 2009-2010. Il 2009 dovrebbe essere un vero anno horribilis per le economie mondiali secondo la maggioranza degli osservatori. Nel 2010 inizierà a vedersi qualche miglioramento che si rivelerà più compiutamente verso la fine dell’anno.

Il risultato di questa mistura esplosiva sarà una brusca accelerazione di un processo di evoluzione di un comparto che non ha innovato e non ha guardato troppo al futuro salvo alcuni pochi casi di editori che probabilmente potranno permettersi di ragionare come Arthur Sulzberger: “il giornale cartaceo, finisce: e chi se ne frega, siamo leader del mondo dell’informazione digitale”.

Tentiamo qualche previsione con il rischio di sbagliare, ma prendendoci la responsabilità di avere il coraggio di fare previsioni.
Quelli che hanno rinnovato, digitalizzato ed integrato per tempo reggeranno il colpo che sarà molto duro: si parla di ridurre i ricavi pubblicitari del 30-40%

Qualche giornale non ce la farà a sopravvivere e dovrà accettare di chiudere le sue pubblicazioni o di farsi acquistare da gruppi più grandi. Questo porterà a una ricomposizione dei grandi gruppi editoriali per avere dimensioni “crtiche” per reggere il colpo.

Reggerà chi manterrà una qualità giornalistica importante che sarà anche la caratteristica dominante per vincere la sfida on-line. Il giornalismo digitale tette e culi si rivelerà un arma a doppio taglio perché porterà i sui autori a fare a spallate con le centinaia di testate on-line analoghe.

Reinventarsi, cercare di ibridare e mescolare i diversi media resterà un fattore decisivo. Kindle e i suoi fratelli lettori di ebook, in buona compagnia di Iphone e simili porteranno lentamente la lettura dei quotidiani sui terminali mobili.

Il quotidiano cartaceo dovrà accettare di ridurre la sua esaustività ed enciclopedicità per ridurre i suoi costi di realizzazione e stampa. In questi giorni di vacanza natalizia abbiamo già valutato “al peso e al volume” che i quotidiani si sono fatti più “leggeri” . E’ un ridimensionamento di periodo, che vedremo ripetersi nel biennio. Ridurre la quantità sarà utile per aumentare la qualità dei giornali.

Per ottimizzare i costi si inizierà (finalmente) a ricorrere in manier più strategica al telelavoro per avere redazioni più agili e reattive e per ottimizzare le risorse disponibili.

L’attenzione all’informazione locale diventerà un fattore importante per ottenere risultati importanti e salvarsi nella selezione naturale.

Arriveremo a fine 2009 con la necessità di un piano di salvataggio di alcune tipologie di media come è successo per banche e automobili ? Probabilmente sì. Varrebbe la pena che i legislatori offrissero aiuti agli editori che veramente vogliono innovare e a quelli che possono di avere dimostrato di aver lavorato con correttezza, ad esempio evitando nelle loro redazioni la presenza di lavoratori abusivi. Soldi e finanziamenti non come un pannicello caldo, ma per dare una sterzata vera verso un evoluzione del settore.

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