Un quotidiano che esce ogni 2 o 3 giorni

| 28 agosto 2008 | Tag:, , , , , ,

out-34.jpg La sopravvivenza della stampa scritta, secondo un ex redattore capo di Libération, è possibile solo se si abbandonano una serie di tabù, fra cui quello che un giornale debba uscire 365 volte l’ anno – Il DIS (Daily Information System), il ritratto del giornale “moderno” – “Rivoluzionare la produzione, appiattire al massimo la struttura della redazione, affidare all’ esterno tutto quello che non è la cifra identitaria della testata” – Il modello 20minutes

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Il ritratto del giornale “moderno”, quello che potrebbe avere una chance di sopravvivere nel nuovo mondo dell’ informazione. Lo delineava qualche giorno fa Frédéric Filloux sul suo blog, Mondaynote, chiamandolo “DIS (Daily Information System)”.

La monomedialità – sostiene – è una pratica del passato; così come il quotidiano, il giornale che esce 365 giorni su 365. Dunque, lasciare il flusso dell’ informazione sul web e far confluire l’ approfondimento su un giornale che esce 2 o 3 volte alla settimana, con carta e stampa di qualità, a costo molto basso se non gratuito e con una modularità di tariffe pubblicitarie a seconda degli inserzionisti. E poi rivoluzionare la produzione, appiattire al massimo la struttura della redazione, affidare all’ esterno tutto quello che non è la cifra identitaria della testata.
Riprendendo una conversazione che aveva avuto qualche anno fa con un rappresentante della proprietà di Libération (il giornale per cui lavorava e del cui sito web era stato uno dei principali artefici, prima di passare a 20minutes),che gli chiedeva che cosa si dovesse fare per salvare il giornale, Filloux – racconta Narvic su Novovision – aveva consegnato all’ editore una proposta di terapia che allora sarebbe stata una cura da cavallo.

  • 1. Abbandonare l’ idea di giornale quotidiano (troppo caro, troppa concorrenza con internet, enormi problemi di distribuzione.
  • 2. Suddividere le risorse fra un sito web, e la sua versione per il mobile (le informazioni del giorno) e un settimanale cartaceo, una rivista del venerdì (pochi articoli ad alto valore aggiunto, inchieste e analisi approfondite).
  • 3. Cambiare tipografia adottandone una moderna per stampare una rivista di 60 pagine di formato tabloid, con una qualità di stampa del livello di quella dei giornali britannici.
  • 4. Rivedere in maniera drastica l’ organizzazione della redazione: conservare le “firme” del giornale e i redattori. Appiattire completamente l’ organizzazione gerarchica. Iniettare del sangue nuovo e esternalizzare tutto quello che non fa lo stile e la sostanza della testata.
  • 5. Valorizzare il marchio.

Naturalmente quei consigli – ricorda Narvic – non furono accolti e oggi Libération scivola lentamente lungo la china « accompagnando i lettori nella tomba! » .

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F. Filloux Filloux intanto prosegue la sua riflessione, immaginando, questa volta, il giornale moderno ideale, quello che farebbe se dovesse cominciare da zero.
Una descrizione che per molti versi, come osserva Narvic, finisce per coincidere proprio con 20minutes Francia.  

1. La monomedialità è morta.

« Quando la velocità è la chiave, la carta è morta ». L’ informazione “calda”, l’ “ultima ora”, ecc. – rileva Narvic ricostruendo il ragionamento di Filloux – appartengono ormai alla radio, al sito web e al web-mobile. La sopravvivenza del giornale è legata alla sua capacità di ripartire con scioltezza le risorse fra la carta e l’ elettronica. 

2. Il giornale quotidiano è morto.

Non si stampa più 365 giorni l’ anno: il lettore non è interessato (e neanche i pubblicitari!). Una volta ammesso il principio di una « pubblicazione non lineare », un « modello durevole » potrebbe essere di 3 o 4 edizioni alla settimana… Visto che l’ informazione è disponibile su un media che è sotto il controllo della stessa equipe redazionale, per un’ analisi approfondita si può ben aspettare un giorno o due. Dal punto di vista dei costi, questo modello è molto diverso.

3. L’ equazione del prezzo: gratuito o a pagamento?

Filloux sceglie il gratuito.

  • La maggior parte dei giornali sono in realtà già gratuiti e la pubblicità fornisce gran parte dei ricavi.  « Lettori pronti a pagare per sostenere il loro giornale? E’ una pia illusione… ».
  • « Poi,  la “generazione X”, che lo si voglia o no, non vuole informazione se non gratuitamente ».
  • Infine, le tecniche di individuazione del target di riferimento sono talmente sofisticate e precise che permettono di assicurare una ottima distribuzione di un giornale gratuito sofisticato ( un’m alternativa al modello gratuito potrebbe essere quella di un prezzo molto basso, che permette una migliore misurazione numerica dei lettori ed evita che la copia sia gettata entro 30 secondi).

4. Un modello di vendita più sofisticato:

con una gradazione tariffaria della pubblicità a seconda dell’ inserzionista (inspirandosi alle pratiche delle compagnie aeree, facendo il contrario di quello che si fa oggi).

5. Rivoluzionare la produzione:

Il giornale di grande formato su carta di cattiva qualità è finito.

  • La ricetta di oggi: piccolo formato, non più di 40 pagine, che non spande inchiostro, incollato o spillato, con una buona qualità di stampa per giustificare i prezzi chiesti agli inserzionisti. Funziona, basta vedere 20minutes in Francia.
  • Questo significa anche « la fine dei mega centri tipografici (controllati, in Francia dai sindacati del Libro ». Le piccolo strutture sono essenziali e ci sono delle formule più flessibili rispetto alla proprietà diretta delle tipografie.

6. Appiattire la struttura dell’ inquadramento del personale:

Il più piatto possibile! Tre o quattro livelli di gerarchia, non di più, assolutamente meno di dieci-dodici.

  • Cosa che significa esternalizzare tutto quello che non rappresenta una competenza di base, compresi i giornalisti. Competenze di base vuol dire: quello che definisced l’ identità e l’ orientamento di un giornale, la copertura nazionale e internazionale, l’ economia e la cultura. Sport, consumi, scienza, moda, viaggi: possono essere affidati all’ esterno, a collaboratori fissi o a fee lance.
  • « Meno persone in una redazione di base, una catena di commando più corta e quindi un metabolismo molto più sano. Nessun posto dove nascondersi, proprietari inclusi ».
  • « L’ affidamento all’ esterno comprende il ricorso a degli esperti. L’ esperienza mostra che molti articoli sarebbero notevolmente migliori se ci fosse l’ apporto di esperti tecnici (nel campo economico o giuridico, ad esempio) ».
  • D’ altra parte « i giornalisti-star », che dovrebbero migliorare la vostra visibilità sono molto rari e bisogna pagarli quello che valgono (« bisogna cancellare l’ idea del giornalismo low-cost. Avreste fiducia di un neurochirurgolow-cost ? »).

7. Sperimentare e imparare.

Il successo sta nella capacità di cambiare e di adattarsi rispondendo al cambiamento (Come ogni prodotto, un giornale ha bosgno costante di aggiustamenti »).

Ecco dunque il modello di « DIS (Daily information system) » secondo Frédéric Filloux. E non è affatto « una opzione » per i giornali… è la condizione per la loro sopravvivenza.

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Io condivido quasi integralmente questa analisi – dice Narvic -. La principale obiezione riguarda la sua applicazione.

In un giornale già esistente, parrebbe un obbiettivo irraggiungibile perché sfo cerebbe in un conflitto sociale « all’ ultimo sangue », sia con la redazione che con i poligrafici. Un conflitto che lascerebbe l’ azienda esangue, senza capacità di riprendersi.

Creare un giornale nuovo su questo modello? Porrebbe senza dubbi meno problemi con i giornalisti, ma quello dei sindacati dei poligrafici resterebbe intero, e lo si è visto cinque anni fa in occasione del lancio del gratuito Metro e di 20minutes.

out-44.jpg A meno che il modello difeso da Filloux non esista già in realtà, e si chiami 20minutes Francia ! Non è al riparo dai conflitti sociali… Ma il modello economico sembra che sia positivo: le edizioni cartacee sarebbero già redditizie. Il sito web non ancora, ma in via di diventarlo…

Allora – conclude Narvic –  20minutes un modello da seguire anche per Le Monde, Le Figaro e Libération ?