Un direttore ragazzino al Wall Street Journal?

| 4 maggio 2008 | Tag:, ,

Sorkin Gawker.com, un blog molto attento ai media, indica al vertice del giornale il giovanissimo Andrew Ross Sorkin (nella foto), un giornalista finanziario di 31 anni che lavora al New York Times, dove si occupa di fusioni e acquisizioni – L’ anticipazione sarebbe stata “rubata” a Paul Steiger, direttore del Wsj prima di Brauchli

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di Matteo Bosco Bortolaso

New York – Chi guiderà il Wall Street Journal targato Rupert Murdoch, dopo la defenestrazione del direttore Marcus Brauchli?

Gawker.com, un blog attento ai media, indica come papabile il giovanissimo Andrew Ross Sorkin, un giornalista finanziario di 31 anni che lavora al New York Times, dove si occupa di fusioni e acquisizioni.

Il blog cita come fonte Paul Steiger, direttore del Wsj prima di Brauchli. Qualcuno lo avrebbe ascoltato di nascosto mentre parlava del futuro del giornale, ad un evento pubblico.

Quando il vecchio Steiger lasciò il timone del giornale, nel 2007, aveva più del doppio degli anni del “ragazzino” Sorkin. Anche Brauchli era relativamente giovane quando aveva ereditato il timone dal suo predecessore: 46 anni. Sorkin cura una newsletter finanziaria di successo promossa dal New York Times, intitolata Deal Book. Ed era tra i meno contrari a Murdoch quando quest’ultimo mise gli occhi sul gioiello Wsj. Maestro degli scoop, Sorkin è uno dei reporter più pagati del giornale di casa Sulzberger (secondo i pettegoli di Gawker, circa 200 mila dollari all’anno).

Intanto, però, il direttore di fatto al Wall Street Journal è Robert Thomson. Murdoch lo ha trasferito da Londra, dove dirigeva un altro gioiello, il Times, all’altra parte dell’ Atlantico a fare l’ editore del giornale della Grande Mela.

Ironia della sorte: Thomson, australiano, 47 anni, aveva conosciuto Brauchli quando entrambi lavoravano come corrispondenti a Pechino. Incontrando i colleghi all’ indomani della defenestrazione di Brauchli, il direttore de facto ha detto che il quotidiano non deraglierà dalle tradizioni.  E potrebbe pure esserci un aumento di foliazione. L’ idea di avere più spazio per gli articoli può rassicurare la redazione, ma i dubbi rimangono.

Come altri giornali, il Journal ha registrato meno ricavi pubblicitari nei primi tre mesi del 2008. A livello di copie vendute, invece, c’è stato un aumento praticamente inesistente: più 0,3 per cento negli ultimi sei mesi. Meglio, comunque, del New York Times, che è sempre più il suo diretto concorrente e che ha perso il 9,2 per cento delle copie vendute di domenica e il 3,8 per cento durante la settimana.

Normalmente un’ editore (in inglese publisher) non frequenta le riunioni redazionali. Ma Thomson è stato incaricato di trasformare il Murdoch-pernsiero in realtà: ha dichiarato di essere “il capo per i contenuti”.

Uno dei giornalisti del Journal, citato in maniera anonima dal New York Times, lo definisce “un uomo misterioso”, sperando che sia “un giornalista ispirato”, piuttosto che trasformarsi “in Darth Vader”, il terribile personaggio di Guerre Stellari capace di soffocare gli avversari senza nemmeno toccarli.

Thomson nasce nell’Australia rurale. A 17 anni, invece di andare all’università, che frequenterà successivamente, dà una mano al Melbourne Herald. Il giornalismo? “È il lavoro più interessante del mondo – risponde il direttore de facto – sei pagato per essere curioso”.

Il giovane Thomson riesce a gettare luce su alcuni scandali di corruzione nella magistratura australiana e, come corrispondente a Pechino, a raccontare piazza Tienanmen per il Financial Times e il Sydney Morning Herald. All’FT assume posizioni di rilievo – una vera e propria scalata – ma nel 2001 non viene nominato direttore. Voci dicono che Thomson sarebbe stato un direttore troppo “morbido” sui licenziamenti che in quel periodo servivano al giornale rosa, finita la sbornia del boom di Internet.

Le cose, comunque, non gli vanno male, perché Murdoch – suo amico personale – gli offre la direzione del Times, che Thomson cambia radicalmente, trasformandolo da broadsheet a tabloid. “È servito un australiano per restringerlo a tabloid, o a compact – scherza – usiamo la parola con la C per renderlo socialmente più accettabile”. Thomson avrebbe convinto Murdoch a frequentare il forum economico mondiale di Davos e forse pure a comprare il Wall Street Journal. Che ora si ritrova a dirigere: non è salito sul trono del Financial Times, ma su quello del suo maggiore concorrente.

In che direzione andrà il Wsj? Durante una lezione presso un ateneo australiano, Thomson si è lamentato della “grande tentazione ad essere così rispettosi della storia da esserne ossessionati, ma la verità è che se sei ossessionato dalla storia, diventerai storia”.
E per cambiarla, la storia, si potrebbe chiamare un giornalista ragazzino a guidare la bibbia di Wall Street. Pare che Thomson l’abbia già fatto.

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