Morte dei media e mutazione della democrazia

| 25 dicembre 2008 | Tag:, , , ,

teste-di-pesce.jpgLa campagna elettorale condotta su internet da Barack Obama, sullo sfondo del disastro generale che sta colpendo i gruppi editoriali negli Stati Uniti, incapaci di impiantarsi online per assicurare il trasferimento lì della loro attività, porta a interrogarsi seriamente sull’ avvenire di una democrazia che dovvesse funzionare senza il relé dei media – Si passerebbe così dal modo classico di funzionamento della democrazia rappresentativa, in cui i  mass media e i giornalisti giocano un ruolo centrale, a una democrazia partecipativa, che non è certo sottratta ai rischi di deriva demagogica, ma che presenta la particolarità, attraverso l’ uso di internet, di funzionare lasciando ai media e ai giornalisti solo un ruolo marginale nello spazio del dibattito pubblico e nella formazione dell’ opinione pubblica.

Pone questo complesso problema Narvic su Novovision, in un ampio articolo dal titolo “Mort des médias et mutation de la democratie”. Dando in ogni caso per scontato che il giornalismo abbia davanti a sé nient’ altro che una scelta drammatica fra infotainement (con i giornalisti ridotti a una sorta di ‘’tecnici editorial-commerciali’) o ‘’nicchia’’ (conservando autonomia e indipendenza ma senza poter andare oltre al livello di un blog dignitoso) 

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di Narvic
Mort des médias et mutation de la democratie
(…) Il ruolo dei mass media d’ informazione nella formazione di quella opinone pubblica indispensabile al dibattito democratico sembra in effetti essenziale ed è stato sottolineato dai filosofi (specialmente Jürgen Habermas). Al punto che i giornalisti hanno potuto convincersi – e pretendere – di costituire degli snodi fondamentali della democrazia. Con dei media sfumati e dei giornalisti dispersi, che cosa diventa la democrazia? Dove si svolge il dibattito democratico? Come si forgia l’ opinione pubblica?

Non è detto che si profili il peggio. Se il futuro al tempo di internet appare parecchio oscuro per i mass media e i giornalisti che lavorano per essi, non è scontato all’ inverso che questa evoluzione sia realmente una minaccia per l’ informazione dei cittadini e un colpo per la democrazia. Ma come potrebbe funzionare l’ informazione senza mass media e quale forma di democrazia potrebbe svilupparsi in queste condizioni? E, prima di tutto, è veramente la fine dei mass media ?

La morte dei mass media

I mass media d’ informazione (la stampa scritta a grande tiratura, la radio e la televisione), organizzati attorno a delle redazioni di giornalisti professionali, sono in  una profonda crisi. Per la stampa scritta, la conclusione è chiara:  « Il modello economico della stampa scritta non funziona più »,  come stimava qualche giorno fa il presidente della Washington Post Company, Donald Graham. Il suo avvenire oggi si conta in mesi, al meglio in anni. La radio e la televisione non sono neanche loro in una condizione migliore, scosse da nuovi usi che ne fanno i cittadini, incoraggiati dallo sviluppo di nuove tecnologie che rispondono meglio a delle nuove attese.

Non è necessario che dei nuovi impieghi sostituiscano completamente quelli vecchi per determinare la sparizione dei media da cui ci si allontana: i modelli economici di questi media sono fragili e basta che una sola frazione dei loro utenti li abbandoni per far loro superare la soglia della redditività e precipitare la loro caduta. La stampa scritta francese ha già da anni superato quella soglia: essa sopravvive da tanti anni soltanto grazie da una iniezione permanente di massicce sovvenzioni pubbliche.

Alla fine è il modello di produzione centralizzata dell’ informazione dei mass media, che impone la loro agenda e il loro « tempo » informativo, ad essere rimesso in causa, a vantaggio di un consumo dell’ informazione sempre più diversificato e individualizzato, e anche frammentato, favorito dallo sviluppo di internet e del telefono mobile.

I mass media hanno sperato di poter sopravvivere trasferendo la propria attività pari pari su internet, seguendo così il pubblico che abbandona progressivamente il loro precedente supporto: il calo dei lettori è in effetti generale sui supporti tradizionali, più pronunciato per la stampa scritta ma sensibile ugualmente anche per le catene televisive. Ma questo trapianto sull’ online non funziona.

Al limite del panico, gli editori della stampa hanno appena scatenato un attacco contro Google (vedi Lsdi, Google? La causa di tutti i mali per gli editori francesi), perché, se non fosse colpa di Google, allora… tutto sarebbe perduto!

Non vedo che due possibili opzioni di sopravvivenza per queste aziende editoriali, ma entrambe presuppongono una tale mutazione che sarebbe abusivo parlare di loro, alla fine di questa operazione, come di mass media d’ informazione. Secondo la prima opzione, potrebbero restare dei media di massa sacrificando l’ informazione a vantaggio dell’ intrattenimento. Secondo la seconda opzione, dovrebbero restare media di informazione, ma sacrificando la diffusione di massa, attraverso un ripiegamento ben pianificato verso delle « nicchie » organizzate attorno a delle comunità online. In tutti e due i casi sarebbe la fine dei mass media…

Fate posto ai « tecnici editorial-commerciali »

La prima opzione è quella che viene chiaramente delineata dalla lettura del Rapporto Giazzi (vedi Lsdi, Stati generali della stampa in Francia all’ insegna del sarkozismo) e che è germogliata nelle menti feconde dei tecnocratici gestionisti che sono oggi al vertice dei nostri media: fondere i media di informazione con le industrie culturali per formare dei grandi gruppi multimedia di infotainment. Mastodonti destinati a godere di grandi economie di scala nella produzione di contenuti, a massimizzare la redditività della loro diffusione attraverso la declinazione multimediale sviluppando sinergie promozionali per la vendita di prodotti derivati.

Non si vede bene come l’ informazione potrebbe sopravvivere a un tale innesto. Si può immaginare: una informazione-spettacolo (ma è ancora informazione’?), a-poco-prezzo e diffusa a furia di forti  iniezioni di pubblicità. Un prodotto di basso profilo che si riassume in un flusso continuo di lanci di agenzia, videoclip, people, varietà, giochi, sport e promozione di prodotti  « culturali » derivati venduti dalla stessa azienda (cinema, musica, giochino video, libri e oggetti vari…). In sostsnza, una vasta azienda di televendite multimediali nutrite dalla pubblicità.

Un modello così impone di piegarsi totalmente alla logica pubblicitaria e alla promozione di prodotti derivati, che sono le sole risorse disponibili. L’ informazione viene sacrificata perché essa costa e non costituisce nemmeno più un prodotto di richiamo. Solo l’ infotainment crea  l’ audience di massa indispensabile all’ equilibrio economico di questo modello. Ed è una audience volatile e infedele, poco attenta, poco qualificata, che porta molto poco in termini di ricavi pubblicitari. E tutto questo impone di orientare gli investimenti esclusivamente sulla cattura di questa attenzione futile.

L’ informazione viene integralmente sostituita dal marketing redazionale. E’ chiaro che in queste condizioni non si può più parlare realmente né di informazione, né di giornalismo, né di indipendenza delle redazioni (resta ancora un mestiere, ma non è più quello del giornalismo…). Si tratta piuttosto di una sorta di ingegneria editoriale, che cura l’ adattamento dei contenuti ai format di diffusione e agli obbiettivi di marketing. Piuttosto che giornalista propongo che questo nuovo lavoratore si definisca ”tecnico editorial-commerciale” (agent d’ambiance éditoriale en contexte commercial)

Giornalisti di nicchia… ma liberi!

La seconda opzione di sopravvivenza delle aziende editoriali è chiaramente quella di un ripiegamento. Essa preserva la qualità dell’ informazione e l’ indipendenza redazionale, ma a prezzo della quantità prodotta, dell’ ampiezza di diffusione, della visibilità e del ruolo sociale. E’ un ripiegamento ordinato verso una diffusione di « nicchia » attorno a una comunità di lettori fidelizzati.

Questa opzione presuppone l’ abbandono delle infrastrutture pesanti e delle forme di diffusione deficitarie per cercare di ritrovare una redditività economica con dei costi di produzione ridotti al minimo, senza rinunciare all’ indipendenza e alla qualità. E’ la scelta delle redazioni che abbandonano la carta (o ne conservano solo una forma residuale, con delle cadenze sporadiche), e delle radio e televisioni che diffondono solo online. Ed è quella dei media di giornalisti « pure web », nati direttamente online (come Rue89, Mediapart, Bakchich…).

E’ un chiaro ripiegamento, perché le risorse che sembra possibile ricavare da un’ attività online sono considerevolmente inferiori a quelle che i media conoscevano nei loro tempi d’ oro (sull’ online la pubblicità non paga). E questo vuol dire niente corrispondenti permanenti all’ estero, meno inchieste e reportage…

Un tale prodotto, online, sembra votato a delle audience più modeste, parecchio lontane da quelle di massa di un tempo (a meno di non prostituirsi puntando sui tasti più ‘bassi’). Le audience di cui sembra possibile captare l’ attenzione in questo modo sono più difficili da raggiungere, richiedono più tempo, ma sembrano più fedeli. Se le si tratta bene finiscono per formare una vera comunità online, forse anche pronte a pagare per il servizio che viene loro proposto, o a contribuire volontariamente.

L’ equilibrio economico per tali progetti sarà probilmente complesso, associando fonti di reddito multiple e complementari. Può darsi che sia fattibile (lo spero). Anche se nessuno ha ancora trovato al momento una formula efficace, può darsi che essa arrivi…Ma questo implica anche una serie mutazione professionale dei giornalisti per imparare a giocare con i lettori il gioco della comunità online, scendere dal piedistallo, finire con l’ arroganza. Diventare modesti e cordiali, interattivi e conviviali. Una vera rivoluzione del giornalismo!

Per le redazioni l’ ora della scelta  

Non vedo altra soluzione per la sopravvivenza delle redazioni degli attuali mass media. Nella misura che la loro « attività di base » (stampa scritta, radio o televisione) diventerà via via più insostenibile, perché troppo deficitaria, esse dovranno scegliere una delle due opzioni.

Per alcune la scelta è facile. Si tratta di quelle redazioni che già vendono infotainement e che si sposteranno senza difficoltà nel primo modello.

Anche se da un momento all’ altro bisognerà chiedere loro… di restituire le loro tessere stampa e passare al contratto collettivo di lavoro dei pubblicitari. Sarà forse doloroso per l’ ego e il prestigio sociale, bisognerà forse ridimensionare qualche pretesa salariale  (a parte qualche privilegiato che svolgerà il ruolo di richiamo) e accettare delle condizioni di lavoro da cani, ma chi lo farà troverà probabilmente una relativa sicurezza professionale al riparo dei grandi gruppi multimediali.

Ma per altri la scelta sarà molto più difficile… Le Monde e Canal+, ad esempio, come succursali di Lagardère, oppure Le Figaro, con gli annessi TF1 e NRJ, sotto le silhouettes benevolenti di Bouygues e Dassault insieme? Tutte le grandi firme prestigiose accetteranno di scendere tutti i giorni sul marciapiede per fare le intervistine ai passanti?

L’ alternativa? Fare del Monde, ad esempio, un grosso blog serissimo e un po’ noioso per quadri e dirigenti che invecchiano, ma sempre in piena dignità, nella scia di Hubert Beuve-Méry (il fondatore del giornale, ndr), e potendola mostrare orgogliosi del rispetto impeccabile della deontologia ereditata dai secoli passati… Forse non troppo male, alla fine.

Ma chi decide l’ agenda del dibattito pubblico?

In un futuro come questo per i media – e i giornalisti – (che io non auspico, ma non vedo veramente come potrebbe essere diversamente) si pone un vero problema per la democrazia, in ogni caso per la democrazia come quella che funziona nelle nostre « società economicamente avanzate » da vari decenni… Parlo della democrazia rappresentativa di massa.

Il ruolo che giocano i media e i giornalisti nella formazione dell’ opinione pubblica e nella determinazione dell’ agenda del dibattito pubblico è in effetti determinante. Senza per nulla aderire alla fiction del giornalismo come missione al servizio della democrazia, agente disinteressato dell’ interesse generale, quarto potere pilastro dell’ equilibrio istituzionale, un discorso di natura puramente ideologica prodotto dagli stessi giornalisti al servizio della difesa del loro interesse corporativo, del loro status personale e del loro prestigio sociale -, mi sembra che comunque i mass media servano comunque a questo: una sorta di gigantesco shaker al centro della pubblica piazza, assediato da ogni parte dalle pressioni congiunte di tutti i poteri economici e sociali, di tutti i gruppi di pressione più diversi, di tutti gli interessi particolari antagonisti, da cui finisce per uscire, nel bene e nel male, per efetto di una misteriosa alchimia, a volte esplosiva… un consenso sociale che assicura la legittimità del potere politico agli occhi dei cittadini.

Senza i mass media, chi deciderà l’ agenda pubblica? Chi fabbricherà l’ attualità? Perché la funzione dei mass media, e dei giornalisti, non è mai stata quella di produrre l’ informazione. Non sono loro che producono l’ informazione, sono le loro fonti, è il corpo sociale stesso che produce l’ informazione. Il ruolo dei media è di selezionarne una parte, trattarla per fabbricare un manufatto che viene re-iniettato nel corpo sociale e che si chiama attualità.

L’ attualità è lo specchio che i media orientano verso la società affinché essa possa specchiarvisi e prendere coscienza di sé stessa. E’ uno specchio complesso e cangiante, quasi sempre deformante, ma indispensabile al funzionamento delle democrazie. L’ attualit è quello che permette alla società di fare delle scelte…di società, che si materializzano nel momento elettorale attraverso la designazione delle equipe dirigenti. Senza questo specchio bene in vista, sarebbe impossibile  « cristallizzare » le opinioni sotto forma di scelta elettorale ricondotta a un’ offerta ridotta di opzioni alternative.

I media di massa possono giocare questo ruolo perché sono loro a determinare un’ agenda, fabbricano una attualità-comune all’ insieme del corpo sociale, in particolare il corpo elettorale. Affinché tutto questo funzioni c’ è bisogno naturalmente che ci siano più media, che permettano delle « cristallizzazioni » multiple, esprimendo delle « sensibilità » collettive differenti, coprendo l’ insieme della società e fornendo la convinzione a ciascuno di potersi esprimere, di vedere la propria opinione presa in considerazione. Anche se alla fine del processo ciascuno dovrà ritrovarsi più o meno da uno dei poli: nella maggioranza o nell’ opposizione. Senza i media delle elezioni non hanno senso.

Affinché il sistema funzioni non è necessario che i media siano perfetti, siano indipendenti, obbiettivi e disinteressati, in breve  « puri e senza macchie », come pretende la mitologia dei giornalisti missionari e la teoria del quarto potere. Bisogna soprattutto che essi siano pluralisti e coprano l’ insieme delle sensibilità che si esprimono nella società, affinché chiunque possa ritrovarsi da qualche parte.
Ma nello stesso tempo i media devono condividere un terreno comune, devono giocare lo stesso gioco, concorrere all’ espressione dell’ opinione pubblica, nella sua diversità, ma sulla stessa pubblica piazza. Perché questa opinione pubblica, nel gioco democratico, è regolarmente chiamata a trasformarsi in corpo elettorale e lo spazio pubblico diventa allora il suffragio universale. Il ruolo dei media è di far vivere lo spazio pubblico tra due elezioni e provocare la trasformazione periodica dell’ opinione pubblica in suffragio universale quando interviene il momento elettorale.

La fabbrica mediatica del consenso sociale si è inceppata  

Bisogna riconoscere c he questo sistema funziona già sempre più male. I media non ci sono affatto, anche se non sono i soli responsabili, anche se hanno delle circostanze attenuanti.

Le grandi narrazioni che strutturavano il corpo sociale non vengono più credute (come sottolinea Jean François Lyotard in La condition post-moderne), i corpo intermedi (partiti, sindacati…) sono in pieno deliquio, l’ individualismo non smette di crescere, l’ opinione pubblica è sempre più frammentata. Diventa sempre più difficile « cristallizzare » l’ opinione pubblica quando viene il momento elettorale.
Per arrivare lo stesso a una mobilitazione elettorale minima, necessaria a far in modo che il voto abbia un senso e una legittimità, i politici fanno ricorso sempre di più alla pubblicità (sul registro della seduzion), cioè alla propaganda (sul registrto della mensogna) e sempre meno all’ informazione (sul registro dell’ argomentazione razionale destinata a convincere). Il sistema democratico scivola verso la demagogia.

I media in crisi, che perdono la loro legittimità perché il loro pubblico li abbandona, si distaccano dal loro ruolo per cercare di correre verso l’ audience, usando la stesso demagogia. Economicamente indeboliti, cadono l’ uno dopo l’ altro sotto l’ influenza dei gruppi di pressione e degli interessi particolari (logicamente quelli dei più ricchi). Il loro pluralismo diminuisce. Non si rendono più conto dell’ insieme delle sensibilità sociali. Una parte crescente della popolazione non si ritrova più in essi. Non tutte le opinioni trovano espressione sullo spazio pubblico mediatico.

E’ una tendenza suicida per i media, ma sono in trappola e non hanno a disposizione nessuna buona soluzione. E’ un circolo vizioso.Perché con la gente che li abbandona, è tutto il loro sistema che crolla: la loro struttura economica così come la loro legittimità sociale. E più sono infragiliti, più sono spinti verso delle   « soluzioni » che aggravano ancora di più la loro condizione: vendersi a dei gruppi di interessi particolari, precipitare nella demagogia, dopo aver rincorso l’ audience.

Quando la campagna di Obama aggira i media su internet

Il modo con cui Barack Obama ha condotta la sua campagna elettorale e ha mobilitato internet per ‘aggirare’ i media mainstream, i mass media, è probabilmente più importante per l’ avvenire del fatto che lui sia il primo presidente non bianco degli Stati Uniti. Anche se i media Usa gli erano favorevoli, non si è particolarmente appoggiato su di loro perché non gli erano utili più di tanto. Obama è riuscito attraverso internet a stabilire un legame diretto con la popolazione per organizzare una mobilitazione elettorale che è realmente la prima esperienza politica post-mediatica. I media sono stati per lui solo uno strumento di propaganda in cui ha versato milioni di dollari di spot pubblicitari. Ma lo spazio pubblico, il luogo dove si è realmente prodotta la   « cristallizzazione » delle opinioni attorno alla sua candidatura, era su internet e non più sui media.

Che cosa è cambiato perché si arrivasse fino a questo punto? Che cosa indica tutto questo per il futuro? Perché ciò significa che lo spazio pubblico si sposta su internet e che i mass media non riusciranno a ritrovare il ruolo che hanno perduto sul loro supporto tradizionale.
Internet rovescia il dato della fabbrica dell’ attualità. Non c’ è più bisogno di media per arrivarci. L’ attualità che emerge da internet è di natura profondamente diversa e funziona in maniera molto differente.

Ogni internauta, ogni comunità online dispone oggi su interet degli strumenti per fabbricarsi la propria attualità personalizzata a partire dalle stesse fonti di informazione, dalla stessa materia prima che utilizzano i media per fabbricare il proprio prodotto di attualità, ma in maniera molto diversa.

Non c’ è affatto da meravigliarsi se le persone si ritengono meglio attrezzate con del materiale a disposizione che si fabbricano loro stesse, piuttosto che con l’ agenda generalista dei mass media, concepita per raggiungere il massimo di persone ogni volta, la stessa agenda imposta a tutti, secondo il più piccolo denominatore comune, che va bene più o meno per tutti ma mai realmente a nessuno…

Ci si rivolge alle stesse fonti dei media, si ricicla anche la produzione dei media online, ma col contagocce e su misura: si scegle, si seleziona, si personalizza. Ci si nutre nei blog, nelle reti sociali, negli aggregatori, nei motori di ricerca. I media sono solo delle fonti fra le altre che contribuiscon alla fabbricazione personalizzata dell’ attualità da parte di ciascuno. Non forniscono più l’ attualità. Non c’ è più realmente l’ attualità…

Questa personalizzazione sempre più spinta conduce evidentemente a una frammentazione sociale sempre più ampia. Al punto che viene da sospettare la pura e semplice scomparsa di uno spazio sociale comune, dello spazio pubblico comune. Gli internauti condividono molta informazione online, internet è un luogo di interazioni sociali di massa, ma tutto questo avviene in maniera sempre più frammentata, individualizzata.

Delle mobilitazioni sociali naturalmente sono sempre possibili, e Obama lo ha dimostrato, ma non passano attraverso i media mainstream e i giornalisti. E sono molto più evanescenti, mobili. Si formano per punti, esprimono un’ attualità passeggera, inafferrabile.

I media sono già passati al modello infotainment e giocano ormai ai margini di questo meccanismo: creano un vocio di cui si tiene più o meno conto, ma lo si considera, appunto, come un brusio senza credibilità, senza valore. I media – e i giornalisti – che sono passati al modello comunitario, nei siti alternativi e nei blog, svolgono ancora un certo ruolo, ma resta frammentario e marginale. Sono una fonte che conserva un buon credito, acquisito durante il gioco comunitario, ma calato insieme agli altri e non più veramente determinante.

C’ è sempre naturalmente uno spazio pubblico, anche se ha cambiato posto, e vi si forma sempre una pubblica opinione, anche se i media e i giornalisti non vi giocano più il ruolo centrale che avevano prima e nessuno può controllare ormai il fenomeno della « cristallizzazione », che si produce sempre, ma in maniera sempre più imprevedibile…

Non è detto che in questo scambio la democrazia debba essere perdente per forza. Alla fine è tutto da vedere. Questo sistema alla fine manca del tutto di regolazione… e di regolatori. Sono soprattutto dei fenomeni sociali o dei processi collettivi, assecondati da algoritmi, che assicurano la regolazione. Si sa che le folle non sono sempre sagge e i collettivi sempre intelligenti. Ma anche i giornalisti non è che si siano mostrati sempre saggi e intelligenti nella regolazione del sistema precedente.

Sembra, in ogni caso, di essere sul punto di uscire dalla democrazia rappresentativa regolata da media e giornalisti, per passare poco alla volta a una democrazia partecipativa regolata da internet e da algoritmi. Non so che cosa succederà. Non è detto che sia un progresso, perché niente assicura che la democrazia partecipativa, vista sotto questa angolazione, sia una panacea contro la demagogia. Ma non credo che sia possibile tornare indietro.

Non ci sono più mass media per ritornare al sistema precedente. I loro navigli si sono incendiati, sono tutti affondati. I giornalisti che sono sopravvissuti al naufragio conservando una sembianza di dignità perché si sono rifiutati di diventare dei tecnici edtorial-commerciali, sono diventati dei gentili blogger, ascoltati e rispettati fra gli altri, ma non più degli altri. Conservano un potere di sveglia quando si tratta di mobilitare i cittadini su un caso che lo merita, con i mezzi che internet consente di usare oggi, ma niente di più.

Questa visione non mi pare che faccia presagire un mondo tanto peggiore di quello di oggi, ma neanche migliore, va detto. Savo che per i giornalisti, che, loro sì, avranno perso parecchio nel cambio. Ma non sono molto convinto che li si compiangerà più di tanto per questa loro disavventura…

 

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