Mediapart va forte, ma è davvero un modello per il web?

| 11 aprile 2008 | Tag:,

Il logo Il sito di giornalismo partecipativo sembra andare a gonfie vele (molti abbonati in più rispetto alle previsioni), ma c’ è chi lo accusa di essere soltanto “una escrescenza del vecchio giornalismo cartaceo” e non un esperimento avanzato, come i suoi creatori ritengono, replicando polemicamente: “sul piano del giornalismo noi rivendichiamo una cultura professionale per non prendere i nostri lettori per degli imbecilli”

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Un modello per il web o una escrescenza del vecchio giornalismo cartaceo? Mediapart sembra andare molto bene ma qualche osservatore, nonostante il successo, è convinto che si sia fatta troppa enfasi sul progetto.

Uno di questi è  Nicolas Kayser-Bril che, su Observatoire des médias, semina molti dubbi. Ma che viene rimbeccato dagli interessati e tacciato di essere un “piccolo marchesino”.

Il sito, inaugurato meno di un mese fa (vedi Lsdi ),  ha raggiunto già più di 5.400 abbonati e ne guadagna 100 ogni giorno che passa. Le previsioni quindi – 5.000 abbonamenti alla fine di marzo – sono state ampiamente rispettate.

Come mai questo successo? – si chiede Kaiser-Bril -.

Primo perché – sostiene – gli obbiettivi sono stati rivisti al ribasso. Le previsioni iniziali parlavano di 10 000 abbonati al momento del lancio.

E poi perché Edwi Plenel, il direttore, è cambiato: mentre l’ anno scorso si mostrava molto sprezzante con il partecipativo,  oggi ha voluto lasciare un po’ di posto ai suoi abbonati, liberi di farsi la loro sbobba nel loro angolino, al Club (un settore del sito aperto ai lettori,ndr).

Li tratta sempre come dei coglioni  – « voi non sapete sperimentare » «la notizia nasce senza che voi la comprendiate, bisogna che io ve la decritti » – ma lascia loro un piccolo recinto dove scambiarsi le opinioni. Eh certo, solo i giornalisti sono abilitati a stabilire le « verità dei fatti »!

Infatti, se Mediapart produce, come fa, del giornalismo di grande qualità, questo ha poco a vedere con il design del sito – « nello spirito dell’iPhone » (sic) – o con la strategia di Plenel. Chiudendosi dietro il muro dell’ abbonamento, il sito  esce dalla rete .

Mentre i siti si costruiscono una reputazione e una rete di legami e di lettori sulla base dei post pubblicati, Mediapart raccoglie invece gli investimenti fatti dai precedenti datori di lavoro dei suoi giornalisti. Non ricava la sua legittimità che dalle firme “impegnate” e dai loro carnet di indirizzi.

Mediapart, insomma – conclude Kaiser-Bril – è una escrescenza del giornalismo cartaceo,  non un modello per il web.

La replica di Mediapart

Il successo incontrato in termini di contenuti – ha replicato per conto di Mediapart François Bonnet, uno dei fondatori -, “mostra agevolmente come nessuno dei nostri collaboratori abbia avuto la sensazione di essere preso per un coglione (per riprendere la vostra espressione)”.

Sulla questione dell’ idea che uno ha del mestiere del giornalismo, “si può pensare – commenta Bonnet – che si tratta di una occupazione senza particolari saperi e cedere alla demagogia da pasticceria del ‘citizen journalism’. Oppure, ed è il nostro caso, rivendicare una cultura professionale per – giustamente – non prendere i nostri lettori per degli imbecilli”.

Quanto alla vulgata secondo cui il web non potrebbe essere che gratuito, “si tratta – aggiunge Bonnet – di un dibattito molto complesso. Quello che comunque si può in ogni caso dire è che oggi non c’ è un modello economico sostenibile basato sul ‘gratuito’ per chi voglia fare dell’ informazione generale”.

La conclusione. “Ci siamo ben guardati, dopo l’ avventura di Mediapart, di fare la lezione a chiunque. Andiamo avanti con prudenza, ripetendo che nessuno oggi può pretendere di detenere la formula magica. Allora, cercate di capire la mia meraviglia di fronte alle dichiarazioni perentorie di certi piccoli marchesini”.

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