La triste morte di Feral Tribune

La copertina dell' ultimo numero Il 16 giugno è uscito il suo ultimo numero (nella foto la copertina) e in una lunga e amara intervista a Vildana Selimbegović, di DANI, il direttore responsabile , Viktor Ivančić, spiega perché il Feral è morto. Di eutanasia – ammette -, ma anche di censura – E racconta amareggiato il boicottaggio dell’ industria pubblicitaria e il silenzio dei giornalisti croati

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In un silenzio assoluto ha chiuso Feral Tribune, giornale satirico croato molto noto ai tempi delle tempeste balcaniche per il suo coraggio e la sua testarda resistenza alle intimidazioni del  potere, ma che da alcuni mesi stava dando segnali di agonia senza che nessuno, alla fine, abbia mosso un dito per cercare di salvarlo.

Il 16 giugno è uscito il suo ultimo numero e in una lunga e amara intervista a Vildana Selimbegović, di DANI,  (tradotta e pubblicata dall’ Osservatorio dei Balcani), il direttore  responsabile, Viktor Ivančić, spiega perché Feral è morto.

Di eutanasia, ma anche di censura.

Il boicottaggio del Feral da parte dell’industria pubblicitaria – racconta Ivancic – è un fatto oggettivo, e il Feral di questo non ha colpa. Sì, il Feral è colpevole, ma per la sua politica di redazione, non per incapacità professionale.

È legittimo affermare che il Feral non ha adeguato la sua politica redazionale di «mercato», e per questo è fallito. Questo è evidente. Ma allo stesso modo è legittimo – se sappiamo qual è stata la politica gestionale del Feral – parlare delle caratteristiche di questo «mercato». Perché non ci si dovrebbe interrogare sul fatto che il «mercato» croato stabilisce criteri inviolabili? Io credo che questi criteri siano perversi e dannosi, in quanto generano un giornalismo castrato e servile, e le corporazioni dei media lo sostengono, per via del profitto e per danneggiare la concorrenza indipendente, costringendo i loro giornalisti a sottostare a tali regole di gioco senza opporre resistenza. Se il “mercato” del marketing fissa un cordone sanitario per un giornale che vende 13-14 mila copie alla settimana, perché affronta temi che sono politicamente scomodi e non c’è rispetto nei confronti delle lobby dei nuovi ricchi – allora io qui vedo un modo di agire da Commissariato, non di standard liberali.

Quanto alla mancanza di reazioni, sia dei media che delle diverse associazioni e difensori dei diritti umani, per i quali proprio il Feral rappresentava un rifugio, Ivancic rileva:
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È vero, questa volta noi non ci siamo sforzati di fare chiasso, anzi, abbiamo deciso di chiudere l’ultima pagina e andarcene, mettendo a tacere tutti, come si dice. Tutto ciò che dovevamo dire l’abbiamo scritto nel nostro testo di accomiato sul Feral. Perfino questa intervista è un «di più» che faccio un po’ contro voglia. Per quanto riguarda i media, non sono più così ingenuo da non riconoscere i «programmi» e le «strategie». Le pubblicazioni EPH [Europapress holding], ad esempio, guidata dallo “Jutarnji List” – che comprende il 60% della stampa del paese – non solo hanno boicottato qualsiasi racconto sul Feral, ma non hanno nemmeno dato la notizia che il Feral non sarebbe più uscito, così come la mancata reazione dell’Associazione dei giornalisti croati sulla chiusura del Feral. Non dare la notizia sulla fine della pubblicazione del Feral è infine poco professionale – dal punto di vista del nostro mestiere perfino imperdonabile – ma è evidente che esistono delle ragioni che sono più importanti della professione, e che la professione serve solo per soddisfare queste ragioni più alte, e così in sostanza ha lavorato alla sua autodistruzione.

Con questo piccolo esempio, per me assolutamente poco importante, si vede bene il sistematico utilizzo della censura. È sempre più frequente che i giornali non si redigano nelle redazioni, a cui è stata tolta qualsiasi autonomia, ma nei centri corporativi del potere, a loro volta collegati con i loro partner politici ed economici. I mezzi di comunicazione non sono qui per informare veramente o, Dio ci guardi, per essere criticamente almeno un po’ scomodi, ma per produrre l’«opinione pubblica», o l’appetibile «umore della società», combinando metodi di riduzione radicale e pura propaganda. È sempre meno necessaria la forza politica, per raggiungere ciò è sufficiente l’abuso del «mercato» e della proprietà privata, e i risultati sono molto più evidenti. Žižek lo definirebbe “violenza invisibile”.

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L’ intervista completa è su http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9884/1/51/ .