La tribù del vecchio giornalismo professionale deve migrare, ma il terreno su cui deve ricostruirsi è in parte già occupato

| 12 luglio 2008 | Tag:, ,

out-17.jpg Un intervento di Jay Rosen sulla crescita del giornalismo semi-professionale e sul panico che si è impadronito di gran parte del giornalismo professionale – “Come succede a tutti coloro che sono costretti a migrare dovunque nel mondo, i membri della tribù della stampa devono decidere che cosa prendere con loro. Quando partire. Dove andare” – “Cosa sarà la vita nell’ oceano digitale resta una incognita. E il tutto sarà ancora più duro visto che il terreno sul quale la stampa dovrà ricostruirsi è già occupato da persone impegnate a costruire una sorta di civilizzazione alternativa alle informazioni e ai commenti del giornalismo professionalizzati”- E poi “nell’ attuale frattura digitale, le condizioni di esercizio del giornalismi non sono più del tutto le stesse. La comunicazione è bidirezionale, many-to-many. La condivisione orizzontale dell’ informazione è diventata importante tanto quanto il modello top-down della sua diffusione. I lettori sono diventati redattori, e le persone che un tempo si definivano ‘audience’ sono oggi dei produttori di contenuti, degli esperti che condividono le loro opinioni e dei consumatori autonomi”- “La tribù dell’ informazione pensava di poter condizionare anche il web dominandone i contenuti, ma questo la ha solo aiutata a ritardare la data della sua migrazione e ora la stampa è un territorio condiviso, con delle zone professionali e delle zone amatoriali: una condivisione appropriata perché la libertà di stampa stessa è un territorio condiviso, che appartiene sia agli amatori che ai professionisti” – “E’ da qui che viene l’ idea di un giornalismo pro-am. Io penso che le forme ibride saranno le migliori: grande apertura con quel tanto di controllo che è necessario, gli amatori che lavorano a fianco dei professionisti” – L’ esperimento di OffTheBus

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Migration Point for the Press Tribe

Jay Rosen

di Jay Rosen

(versione rivista
dell’ intervento compiuto
al Personal Democracy Forum,
del 23 giugno scorso)

 

Siamo nella fase iniziale della crescita del giornalismo semi-professionale, che si accompagna al declino del vecchio modo di vivere della tribù dei giornalisti professionali. La chiamo “tribù” perché essi condividono una cultura e uno stesso senso del destino e perché si immaginano di possedere la stampa, che apparterrebbe a loro, in qualche modo, perché essi ne dominano la pratica.

Il  primo emendamento della Costituzione americana dice a tutti i cittadini:avete il diritto di pubblicare quello che volete, di dire quello che pensate. Ebbene, ieri questo diritto veniva esercitato solo in modo molto astratto, mentre oggi esso viene applicato concretamente, dopo che i cittadini nel suo insieme condividono il potere di pubblicare. I progetti che conducono le persone a esercitare il loro diritto ad avere una stampa libera rinforzano la stampa, non i giornalisti di professione che hanno espropriato la stampa.

La tribù della stampa professionale attraversa una situazione drammatica, in cui ne va della sua sopravvivenza. In questi ultimi anni essa ha coninciato a rendersi conto che non poteva più sopravvivere sulla base delle rendite ereditate da una situazione in cui i giornalisti erano i fornitori industriali di informazioni  one-to-many, capaci di imporre il consenso.  

Il terreno su cui hanno vissuto le persone nelle redazioni – che era anche il loro modello economico – non basta più a remunerare il loro lavoro: da qui la svolta che devono seguire, a dispetto della loro reticenza. E per continuare, per mantenere la stampa professionale sulla sua strada, la tribù dell’ informazione dovrà emigrare, attraverso la frattura digitale, e reinstallarsi su delle nuove terre, un nuovo terreno, o, come noi la chiamiamo spesso: una nuova piattaforma.
      
Ogni migrazione, che gli americani idealizzano facilmente, è un trauma per la comunità. E’ difficile lasciare tutto e abbandonare delle zone familiari. Alcuni membri della tribù non vogliono partire: i biliosi delle redazioni, un gruppo reazionario. Altri preferiscono negare la situazione, altri ancora allontanarsi discretamente dal giornalismo. Molti sono espulsi, vista la regressione delle condizioni contrattuali ed economiche della tribù. Alcuni, infine, ammettono che c’ è il panico.

E quindi, come succede a tutti coloro che sono costretti a migrare dovunque nel mondo, i membri della tribù della stampa devono decidere che cosa prendere con loro. Quando partire. Dove andare. Devono scegliere quello che è essenziale per il loro modo di vita, stabilire quali sono le cose adatte al mondo antico che ormai sono inutili, e anzi producono degli handicap nel nuovo mondo; e chiedersi se possono portare con loro quello che sanno. Ora, cosa sarà la vita nell’ oceano digitale resta una incognita e genera un sentimento di crisi immediata per i vecchi della tribù, che fino ad ora hanno sempre saputo come vivere. 

E’ già abbastanza duro tutto questo. Anche se lo sarà ancora di più – una sfida sempre maggiore da affrontare per la saggezza politica della tribù – visto che il terreno sul quale la stampa dovrà ricostruirsi è già occupato da  persone come Jane Hamsher, Roger L. Simon, Arianna Huffington e Glenn Reynolds, che sono impegnati a costruire una sorta di civilizzazione alternativa alle informazioni e ai commenti professionalizzati, cosa che non impedisce loro di far uso della vecchia stampa e dell’ industria che la sottende.

Una delle questioni di fronte a cui i giornalisti sono sempre più perplessi oggi è che cosa fare dei professionisti dell’ establishment e delle loro vecchie abitudini, e come situarsi di fronte ad essi.
 
Nell’ attuale frattura digitale, le condizioni di esercizio del giornalismi non sono più del tutto le stesse. Lasciatemi citare qualche fatto evidente. La comunicazione è bidirezionale, many-to-many. La condivisione orizzontale dell’ informazione è diventata importante tanto quantoil modello  top-down della sua diffusione. I lettori sono diventati redattori, e  le persone che un tempo si definivano ‘audience’ sono oggi dei produttori di contenuti, degli esperti che condividono le loro opinioni e dei consumatori autonomi.

C’ è una cosa che la tribù dell’ informazione non ha capito nel 1996, quando si è ritrovata online, considerando il web come un buon mezzo per ricondizionare il suo contenuto, preso di peso dalla vecchia piattaforma. Ora, anche se il web lo può permettere, l’ idea di condizionare nuovamente il contenuto informativo ha un costo intellettuale enorme. Questo non ha aiutato la tribù a capire bene su quale terreno doveva ricostruire, ma ha permesso alla stampa di ritardare la data della sua migrazione.

Ai giorni nostri, la stampa è un territorio condiviso, con delle zone professionali e delle zone amatoriali: una condivisione appropriata perché la libertà di stampa stessa è un territorio condiviso, che appartiene sia agli amatori che ai professionisti. Sull’ online le due zone sono connesse e hanno un flusso comune (come mostra l’ esempio  qui). Tutto questo funziona sempre in modo verticale: dalla stampa verso il pubblico. Ma funziona anche orizzontalmente: da ari a pari. Con una parte a ‘sistema chiuso’ – i sistemi chiusi sono utili per controllare le scelte editoriali – e una parte a ‘sistema aperto’.

I sistemi aperti, invece, sono buoni per la partecipazione, per formare comunità e identificare l’ intelligenza lì dove essa si trova sulla Rete. Sono byoni per condividere e far emergere dei buoni contenuti. Non sono affatto contrapposti. E anzi abbiamo bisogno di capire meglio come possono lavorare insieme.
 
E’ da qui che viene l’ idea di un  giornalismo pro-am. Io penso che le forme ibride saranno le migliori – l’ apertura con quel tanto di controllo che è necessario, gli amatori che lavorano a fianco dei professionisti -, ma questo significa che dovremo imparare come funzionano queste forme miste di collaborazione.  Arianna Huffington, Amanda Michel, Mayhill Fowler, Marc Cooper et me stesso , insieme a più di 3.000 abbonati, siamo attualmente immersi in un tentativo di questo tipo,  OffTheBus.

Arianna e io volevamo unire le nostre forze per coprire le elezioni americane, ma non  avevamo le idee chiare sulla maniera di farlo, fino a quando abbiamo trovato il nome, OffTheBus. Sentivamo entrambi che la corrente dominante della stampa non era riuscita fino ad allora né ad innovare né ad aprirsi bene all’ esterno. Volevamo allargare i poteri della stampa che seguiva la campagna presidenziale a quelle e a quelli che non facevano parte dei club dei prof, ai non accreditati che avevano delle convinzioni ed erano fieri di partecipare alla vita politica. Cosa che ha fatto l’Huffington Post permettendo a migliaia di blogger di scrivere sulle sue colonne,seguendo la campagna con le firme di migliaia di cittadini-giornalisti.

La nostra idea: potete pubblicare degli articoli politici indipendentemente dalla vostra posizione. Non avete bisogno di essere nella zona “stampa” per fare del giornalismo sulla campagna presidenziale. Huff Post filtra i migliori articoli che vanno in prima pagina e, da lì, sono iniettati nel dibattito pubblico nazionale. E quindi presto sperimenteremo un nuovo modello di pubblicazione distribuita  per coprire la campagna.

Nella corsa alla narrazione, intraprenderemo qualcosa di “nuovo”, come ha  osservato Zephyr Teachout per inaugurare questo avvenimento, qualcosa che è fuori dei terreni battuti. Come ha sottolineato Clay Shirky, “l’ azione collettiva ne viene facilitata”. Mettendo in pratica le nostre idee abbiamo voluto fare, per quanto possibile, un rinnovamento della stampa.
 
In conclusione, io penso che è venuto il momento che la stampa si allarghi, non credete? E questo significa che dobbiamo allargare sempre di più le nostre idee sull’ argomento. Che è lo scopo di questo intervento.

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