Il giornalista? In fondo serve ancora a qualcosa

| 29 maggio 2008 | Tag:, , ,

A che serve un giornalista? Alle Assise internazionali del giornalismo di Lille Benoit Raphael ha trovato un clima cupo sulla situazione della professione, un’ atmosfera di vera e propria “angoscia esistenziale” – Ma anche se alcune funzioni del giornalista stanno scomparendo, internet ne sta portando altre – Non ha più il monopolio della mediazione informativa, perde il ruolo di testimone della notizia e di analista, ma conserva ad esempio il ruolo di verifica e contestualizzazione, quello di investigazione e, soprattutto, la funzione di rendere accessibile a tutti il flusso di informazioni che la rete diffonde

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Di ritorno dagli incontri di Lille, dove ha tenuto un intervento sul giornalismo partecipativo, Benoit Raphael ricostruisce sul suo blog l’ atmosfera – piuttosto cupa – che aleggia sul mondo del giornalismo.

Dominano la confusione e la tentazione della ritirata, dice, parlando anche di vera e propria “angoscia esistenziale” che caratterizzerebbe questo nostro tempo ora che si è capito “che i soldi non arrivano più” e che “stanno per cominciare i primi pesanti colpi sulle redazioni”.
Le Assise di Lille si chiedevano: “A quoi sert un journaliste?”, a che serve un giornalista?

Anche se il declino è sotto gli occhi di tutti, a qualcosa in fondo ancora serve, risponde Raphael. Ci sono funzioni che scompaiono, ma nascono anche dei ruoli nuovi, imposti dalla Rete.  Così, se il giornalista perde il ruolo di intermediario, di testimone diretto dei fatti e di analista, ad esempio, conserva quello della verifica e della contestualizzazione. E non perde certo quello dell’ investigazione, mentre diventa essenziale per rendere accessibile l’ informazione e animare “conversazioni” in rete.

Sì, ma il futuro? Difficile dire che cosa verrà.

“Quando le grosse redazioni dei giornali cartacei saranno scomparse, chi fornirà l’ informazione? Delle grandi redazioni sulla Rete? A meno che l’ avvenire del giornalismo – ipotizza Raphael – non passi attraverso una esplosione delle redazioni e la nascita di piccole unità di produzione, che costeranno meno care e che venderanno le loro notizie a più media. Una evoluzione già in atto in televisione”.

Révolution ou choléra?
di Benoit Raphael

Benoit Raphael Nell’ articolo, che utilizza l’ immagine del “journalisme au temps du choléra", lanciata a metà aprile da Charlotte Hall, la nuova presidente dell’ Associazione dei redattori capo (ASNE) degli Usa –  Raphael ricorda che, “dopo due anni in cui, nei dibattiti sulla rivoluzione dei media, la questione era soprattutto quali fossero le nuove pratiche e quali i mezzi per arrivarci, con sullo sfondo una vaga minaccia apocalittica sul collasso del cartaceo, oggi siamo di fronte a una vera crisi esistenziale”.

“E’ l’ angoscia di una professione che comincia a realizzare concretamente che i tempi sono cambiati, (come sostiene ad esempio da anni Alain Giraudo, giornalista e dirigente editoriale, secondo cui “credere al futuro della carta scritta e stampata su carta e venduta nelle edicole o per abbonamento sarebbe come praticare il culto degli obelischi come supporto di una antica forma di scrittura, i geroglifici”, ). Che i soldi non arrivano più. Che stanno per cominciare i primi pesanti colpi sulle redazioni”.

Rivoluzione o colera?

Secondo Raphael “è una rivoluzione prima di essere un colera”. Una rivoluzione “tanto più angosciante per i giornalisti dei ‘vecchi media’ quanto più l’ universo di internet non somiglia affatto al loro. Si cerca di rassicurarsi con le esperienze di Rue89 o Médiapart, che portano sulla rete i fondamentali del giornalismo tradizionale (reportage sul campo, firma, analisi e, per Mediapart, anche se non funziona bene…, il modello a pagamento…), ma l’ angoscia resta. Non ci sono più riferimenti”. 

A fianco al grosso punto interrogativo economico (chi mai avrà bisogno di giornalisti domani?), il 2008 sembra essere, più che mai, il punto interrogativo esistenziale di tutta una professione.

"A che serve un giornalista?" era la domanda di base delle Assise di Lille. Ma la domanda sottintesa era: un giornalista serve ancora a qualcosa?

Se Philippe Couve – che ha posto la domanda a cui diversi specialisti hanno risposto a Lille (sul sito delle Assise si possono leggere e ascoltare i loro interventi) -, è estremamente duro sul futuro della professione e sul suo blog (e su  Médiachroniques) delinea un bilancio molto cupo, forse qualche spiraglio comunque c’ è ancora.

Il dibattito, dice ancora Raphael, è ancora tutto aperto.

– Sembra chiaro che il giornalista sta per perdere il suo ruolo di intermediario fra i fatti (l’ avvenimento) e l’ individuo, fra i “grandi” di questo mondo e i cittadini. Internet, che non è un media ma una rete, ha permesso all’ informazione di sfuggire ai filtri dei media per raggiungere direttamente il pubblico. E’, al fondo, una buona cosa (ha consentito ad alcune informazioni di venire a galla), ma pone ugualmente molto spesso un problema di validità delle notizie. E quindi un rischio di disinformazione.

– Uno dei primi compiti del giornalista resta dunque quello della verifica, della contestalizzazione e della redazione dell’ informazione. Invece la gerarchizzazione (delle notizie, ndr) gli sfugge sempre di più.

– Non sparisce invece una delle sue funzioni fondamentali: quella dell’ investigazione. E’ un mestiere specifico, che non tutti i giornalisti hanno (anche se tutti ogni giorno fanno un lavoro sommario di indagine). Anche se è il più romantico, insieme a quello del reporter di guerra. Anche se è un mestiere che costa caro.

– Accanto a questo, il giornalista perde poco a poco il suo ruolo di testimone della notizia (i testimoni diretti possono ormai esprimersi e inviare i loro documenti direttamente sulla rete). E perde ugualmente la sua funzione di analisi (gli esperti si esprimono sempre più facilmente sui loro blog o si siti partecipativi).

– Ne guadagna però una funzione di animatore di conversazioni, che non piace però a tutta la professione, ma che non può essere svolta che da un giornalista: animare una rete di informatori, scrivere e mettere insieme le testimonianze e la partecipazione degli internauti visto che essi sono ormai testimoni ed esperti della loro propria attualità.

– Un altro ruolo, di cui si parla molto poco e che io trovo invece basilare oggi: il giornalista deve, più che mai, rendere l’ informazione accessibile al lettore. La deve scegliere, sintetizzare, ma anche  mettere assieme quello che si dice di più interessante su questo o quell’ argomento. La giungla di internet –  non solo una rete di media, ma un nuovo terreno fattuale a lato della vita reale -, richiede la formazione di giornalisti dotati di nuovi riflessi e di nuove competenze per aiutare il pubblico a ritrovarsi.

Un certo numero di cose sono cambiate per il giornalista, ma il cambiamento non è definitivo. Tutto si evolve, e internet – come viene praticato oggi dai giornalisti – non può dare una idea seria di come sarà il giornalismo dulla Rete domani. Una delle principali ragioni è che l’ informazione è ancora oggi prodotta essenzialmente da redazioni del cartaceo e della tv. Il web gioca quindi oggi un ruolo di aggregazione e di conversazione che dovrebbe naturalmente evolvere. Verso che cosa? Difficile da dire. Quando le grosse redazioni dei giornali cartacei saranno scomparse, chi fornirà l’ informazione? Delle grandi redazioni sulla Rete?

A meno che l’ avvenire del giornalismo non passi attraverso una esplosione delle redazioni e la nascita di piccole unità di produzione, che costano meno care alle redazioni, e che venderanno le loro notizie a più media. E’ una evoluzione già in atto in televisione.

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