“Il giornalismo, professione dai contorni vaghi”

| 10 luglio 2008 | Tag:,

out-710.jpg Secondo « Le journalisme, ou le professionnalisme du flou », un saggio dello studioso francese Denis Ruellan, il discorso sulla specificità delle competenze e delle pratiche giornalistiche non sarebbe altro che ideologia di un gruppo professionale utilizzata per conservare il predominio sulla professione che, invece, nella realtà, è costitutivamente “vaga” – La professione si adatterebbe continuamente, incorporando a mano a mano le attività che si svogono ai suoi margini – Ora, con internet, sarebbe la volta dei blogger, la cui «assimilazione» alla professione è in preparazione nel momento in cui «l’ irruzione del giornalista pubblico» sta rimettendo in causa in profondità il giornalismo professionale – Una nota di Novovision

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Il discorso che – a partire dalla fine dell’ Ottocento – il gruppo professionale dei giornalisti comincia a fare sulla selezione e sulla specificità delle competenze necessarie per entrare nella professione e impadronirsi delle sue pratiche, si rivela in realtà solo come un’ arma per circoscrivere un campo professionale esclusivo, per “arrogarsi il monopolio del giornalismo” ed escluderne coloro i quali ne avevano una pratica diversa. L’ analisi della realtà del mestiere indica al contrario che questa professione si è costruita e funziona in una delimitazione delle sue frontiere e in una definizione delle sue pratiche che restano costitutivamente e produttivamente “vaghe”, permettendo un’ adattamento permanente del gruppo, che incorpora progressivamente le attività che si svolgono ai suoi margini.

E’ la tesi al centro di « Le journalisme, ou le professionnalisme du flou » (PUG, 2007, 230p. 21 €), un saggio che Denis Ruellan*, docente all’ Università di Grenoble, dedica alla storia della professione giornalistica.

Si tratta di uno studio storico-sociologico della formazione progressiva del giornalismo moderno che, secondo una nota di lettura che gli ha dedicato il blog Novovision, mostra il corso singolare che ha seguito la professionalizzazione del giornalismo.

Scrive Narvic:

Il discorso funzionalista, formalizzato un po’ alla volta dai « giornalisti professionali » a partire dalla fine del XIX° secolo, secondo cui « solo dei professionisti selezionati dalle competenze verificate, organizzati in un gruppo, avevano il diritto all’ identità e alla pratica giornalistica » si rivela all’ analisi come un’ arma utilizzata da un gruppo per circoscrivere un campo professionale esclusivo, per « arrogarsi il giornalismo » ed escluderne quelli che ne avevano una pratica diversa.

La storia della formazione del gruppo professionale e l’ analisi delle sue pratiche rivelano il carattere fondamentalmente « ideologico » di questo « contro-discorso permanente e preventivo » opposto dai giornalisti stessi a coloro che proponevano un approccio differente a questa attività. La realtà del mestiere indica invece che questa professione si è costruita e funziona attraverso una delimitazione delle sue frontiere e una definizione delle sue pratiche che restano costitutivamente e produttivamente « vaghe (floues) », permettendo un adattamento permanente del gruppo che incorpora progressivamente le attività che si svolgono ai suoi margini.

Nell’ epoca di internet si tratta dei blogger, la cui « assimilazione » alla professione è oggi in preparazione, nel momento in cui « l’ irruzione del giornalista pubblico» rimette in causa in profondità il giornalismo professionale. In un notevole tentativo di previsione, l’ autore immagina che internet possa spingere il giornalismo a ridefinirsi attorno a due poli: da un lato, dei giornalisti salariati, mediatori, aggregatori e regolatori di contenuti, che vengono forniti, dall’ altro lato, da autori semi-professionali, esternalizzati e messi in concorrenza gli uni con gli altri.

Si tratterebbe di uno sbalorditivo e paradossale ritorno al giornalismo delle origini, quello del XVII° secolo e di Theofrasto Renaudot.

* Su Ruellan vedi: Lsdi, Lo chiameremo giornalismo ordinario

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