Il giornalismo dopo internet: un mestiere “al ribasso”?

| 12 giugno 2008 | Tag:, ,

La copertina del libro « Le journalisme après internet » , un libro di un ricercatore francese, Yannick Estienne, compie una immersione profonda nelle viscere del giornalismo online come viene praticato in Francia – Ne emerge (spiega un’ ampia nota editoriale di Narvic su “Novovision”, di cui pubblichiamo la traduzione) il quadro di “un giornalismo asservito, dai contorni vaghi”, un giornalismo banalizzato fra « la professionalizzazione dei lettori e la de-professionalizzazione dei giornalisti », sotto l’ egemonia del marketing e testimone dello sbriciolarsi definitivo del “muro del danaro”, quella separazione tradizionale fra il redazionale e il promozionale su cui è stata costruita la stampa moderna e la coscienza del giornalista professionale – L’ online come laboratorio del giornalista del futuro, caratterizzato da un profilo professionale ibrido, a mezza strada fra il manager e il giornalista – E la cultura partecipativa come una sorta di “astuzia” della logica commerciale, che strumentalizza la carica libertaria delle origini per puntare invece a un doppio obbiettivo: fidelizzare l’ internauta e metterlo al lavoro, sub-appaltandogli una parte del carico di informazione

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Un lavoro di taglio etnografico, una immersione nelle viscere del giornalismo online, come lo si fa oggi nei siti di informazione francesi. Una inchiesta sul campo, che svela il mondo invisibile della bassa manodopera dell’ editoria sul web, quei “giornalisti asserviti”, dal profilo “ibrido”, senza prestigio, senza autonomia, sottomessi a una logica commerciale e ai margini dei canoni deontologici professionali.
E’ così che Narvic, sul suo blog Novovision, definisce « Le journalisme après internet » (Il giornalismo dopo internet), un libro di Yannick Estienne – un ricercatore che si situa deliberatamente ai margini della cultura tecno-escatologica secondo cui internet avrebbe provocato una rottura radicale di cui non si riesce ancora a capire la portata -, edito da L’Harmattan e apparso qualche mese fa.
In attesa di leggere il libro (ed eventualmente di tradurne le parti più significative), riteniamo utile riportare alcuni brani dell’ ampia recensione che ne ha fatto Narvic, convinti che alcuni dati di base siano comuni anche al nostro paese, anche se il quadro italiano è ancora molto povero di analisi e di “racconti” soprattutto.
Nonostante gli sforzi di “apertura” fatti dal sindacato dei giornalisti nei confronti dei nuovi giornalismi, mancano delle voci su che cosa succede nelle redazioni online: sia quelle dei media tradizionali, sia quelle alla base delle testate nate interamente per e nel web.
La recensione a questo libro mette molta carne al fuoco e potrebbe spingere anche qualcuno a raccontare la vita della produzione giornalistica online. Per esempio qualcuno dei redattori di lastampa.it.
Sarebbe interessante capire ad esempio – come scrive il BdS (bentornato!) – “perchè qualcuno cancella alcune informazioni sulla situazione della redazione internet del giornale torinese”.
 
”Nell’articolo del Barbiere intitolato "www.la stampa.it. Sedici a tavola" si descriveva la situazione redazionale del sito e i problemi giuslavoristici e professionali irrisolti.

L’articoletto riportava il link alla pagina http://www.lastampa.it/common/_info/credits.asp che illustrava la composizione della redazione del sito nome per nome e invece nelle ore successive all’articolo del Barbiere qualcuno ha fatto sparire i nomi di tutti i redattori”.
E’ un segnale significativo, non vi pare?

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« Le journalisme après internet », di Yannick Estienne, L’Harmattan, 2007, 313 p., 31 €.
Nota di lettura di Narvic (da Novovision)

Un lavoro di taglio etnografico, una immersione nelle viscere del giornalismo online, come lo si fa oggi nei siti di informazione francesi. Una inchiesta sul campo, che svela il mondo invisibile della bassa manodopera dell’ editoria sul web, quei “giornalisti asserviti”, dal profilo “ibrido”, senza prestigio, senza autonomia, sottomessi a una logica commerciale e ai margini dei canoni deontologici professionali.

Ma secondo Estienne il giornalismo online è anche « un laboratorio sul giornalismo del futuro», « sotto l’ egemonia del marketing », che a poco a poco cancella le frontiere fra professionista e appassionato, fra pubblicità e redazionale, fra informazione e divertimento, che anticipa una revisione in profondità della cultura del mestiere,  « le cui ambizioni pedagogiche e civiche devono essere riviste al ribasso » in nome della logica consumerista.

L’ autore propone una analisi molto efficace di questa sorta di « astuzia della ragion ‘partecipativa’ », che consisterebbe oggi nel recuperare, anche strumentalizzandola, la cultura libertaria del “citizen journalism” associata agli strumenti del Web 2.0, per confortare « la posizione dei media commerciali come attori ineludibili dell’ informazione su internet »

 

Un giornalismo asservito, dai contorni vaghi

I mestieri dell’ informazione online sono « giovani ed estremamente labili », ma soprattutto segnati, come rivela questo libro, da una indifferenziazione fra attività di informazione e di comunicazione che non finisce di crescere. In questo quadro « la indeterminatezza regna tanto più diffusamente sulle frontiere professionali che il giornalismo online non può che essere definito senza nettezza».
Si sviluppano online delle pratiche dell’ informazione « che si situano giusto a margine del giornalismo », « in un contesto estremamente instabile », che le rende fragili e «ne contrasta la strutturazione » : webmaster, webmaster editoriale, responsabile di progetto… Appaiono pratiche « ibride » che « incorporano tre dimensioni: tecnica, editoriale e commerciale-gestionale ».

La separazione fra pratiche del giornalismo e pratiche della comunicazione si situa a fondamento della legittimità della professione di giornalista (…). Ora questa separazione formale riposa su basi sempre meno solide e queste frontiere sono ancora più fragili su internet che su altri media. Malgrado una volontà chiaramente espressa di dissociare i giornalisti dagli altri professionisti dell’ informazione su intrnet – prosegue Novovision – una qualche forma di indifferenziazione si impone, tanto i territori dei giornalisti online sono mobili.

L’ assegnazione della Carta professionale di giornalista a questi giornalisti online non è avvenuta senza difficoltà, tanto che « la Commissione [incaricata della loro assegnazione, ndr] riafferma in continuazione il mito del giornalismo ‘puro’, separato dalla comunicazione e dal commercio, ‘impuri’ ».

E inoltre, poiché questa Carta non viene assegnata secondo dei criteri professionali (il lavoro fatto è o non è di tipo giornalistico?), ma su criteri giuridici (statuto giuridico del datore di lavoro) ed economici (quanta parte dei guadagni dell’ aspirante giornalista derivano da un’ azienda editoriale),  « molti redattori del web non possono pretendere di ottenere la Carta stampa e devono rinunciare ai vantaggi materiali e alla sicurezza e al prestigio che essa procura » e « si trovano buttati fuori dallo spazio giornalistico, in una zona indeterminata del mondo dell’ informazione-comunicazione ».

Le offerte di lavoro « relative ad attività editoriali online  » mostrano « una forte ambiguità », tra il tipo di lavoro a cui corrispondono, la denominazione che gli viene data e lo status che gli è legato, accentuando così « gli effetti di interferenza fra i confini ».

Internet viene spesso percepito dai giovani assunti « come un buon “imbuto” d’ ingresso nel giornalismo », secondo il principio secondo cui « il giornalismo online porta dovunque ma a condizione di uscirne ». D’ altronde « una parte importante della popolazione di lavoratori dell’ informazione online che è emersa con lo svilippo di internet ha lasciato le file del giornalismo dopo la crisi ».

La « specializzazione » del giornalista « online » ha sempre « difficoltà a imporsi come tale nel campo giornalistico ». « Poco numerosi, invisibili e sconosciuti al pubblico, essi dispongono di pochissimo potere (…) e svolgono spesso un lavoro, se non ingrato, quanto meno con poco valore aggiunto. » Non hanno « la coscienza di far parte di un gruppo » e quindi non hanno « né rappresentanti, né portavoce, né organi rappresentativi ».

L’ inchiesta di Yannick Estienne – prosegue Narvic – rivela « un potente distacco fra due grandi categorie: i giornalisti delle aziende internet  [testate al 100% internet] ei giornalisti delle testate derivate ([legate a un media tradizionale] ».

I giornalisti dei siti web dei media tradizionali desiderano come prima cosa affermare la propria legittimità agli occhi dei loro pari dei media tradizionali. Mentre per i giornalisti delle testate web al 100%, la priorità sembra essere quella di costituire le basi di quella legittimità che è loro negata.

I rapporti fra i giornalisti di questi due settori sono « tesi » : sentimenti di « mancanza di considerazione » e di « riconoscimento professionale » per gli uni, « sfiducia e scetticismo » per gli altri, che associazione volentieri i primi « alle minacce che pesano sul giornalismo »

Se fra i manager si parla sempre di più di sviluppare sinergie fra carta e web, fra le redazioni dei giornali e quelle dei siti le paratie sembrano ancora solide e la comunicazione fra le persone e i settori resta difficile.

La natura reale del lavoro effettuato dal giornalista online contribuisce ampiamente ad alimentare questa frustrazione, a fare di lui « un giornalista asservito ». Le redazioni web sono piccolo, fanno soprattutto un lavoro di desk, di « giornalismo ‘seduto’ », che non va mai sul campo e non dispone di mezzi per fare inchieste: « l’ essenziale del loro lavoro si articola intorno ad informazione di seconda mano ». Viene realizzato con i criteri del « just-in-time », con una forte richiesta di « reattività » e di « produttività », in una posizione molto spesso assoggettata alla macchina.

« L’ essenziale del lavoro di editorializzazione del giornalista Web consiste nel selezionare e nel gerarchizzare l’ informazione fornita dal supporto originale, le agenzie di stampa e i service esterni ». Non richiede mai un lavoro reale di scrittura o di produzione di articoli, attività che resta considerata come la più interessante e carica di valore nel mestiere di giornalista: online il giornalista non firma…

 

Un giornalismo banalizzato

« Nell’ epoca del “giornalismo Web 2.0” », « il magistero dei giornalisti professionisti è sconvolto » da un « fenomeno che nasce dai primordi di internet: l’ indifferenziazione crescente fra giornalismo professionale e giornalismo non-professionale. Giornalista, dilettante, pubblico: queste categorie si accavallano perdendo a poco a poco la loro pertinenza ».
Con lo sviluppo dell’ « autopubblicazione online e il “fenomeno blog”  », « le frontiere dei territori del giornalismo professionale tendono a mischiarsi sempre di più ».

« Giornalismo collaborativo », « giornalismo partecipativo » o « citizen journalism », queste espressioni designano spesso lo stesso fenomeno: l’ associazione, ritenuta feconda, fra giornalisti, collaboratori occasionali e « semplici » lettori. Si parla già di giornalismo « pro-am » (professionale-amatoriale). Ma tali concetti suggeriscono uno scivolamento surrettizio verso una concezione del giornalismo in cui i giornalisti professionisti non sono più necessari.

In alcuni progetti l’ autore vede quasi una forma di linguaggio doppio:  

Se i giornalisti “cittadini” incarnano l’ avvenire del giornalismo, consentono prima di tutto alla catena di essere alimentata con contenuti gratuiti o a costo minimo (…). L’ obbiettivo principale è di riuscire a fare economie sui costi fissi (locali, personale, ecc.), grazie a contributi e collette, mettendo la retorica partecipativa al servizio di un progetto di natura commerciale.

Le possibilità offerte da internet in materia di autopubblicazione contribuiscono allora a un doppio movimento: « la professionalizzazione dei lettori e la de-professionalizzazione dei giornalisti ».

Il lettore diventa sempre più competente nella ricerca di informazione, e nel processo “redazionale”, « competenze che fanno parte per tradizione del lavoro dei professionisti dell’ informazione: raccogliere, verificare, approfondire le notizie diffuse dalla stampa o da altre fonti di informzione. »

Di fronte allo sviluppo dell’ autopubblicazione e all’ evoluzione dei comportamenti dei loro lettori, i giornalisti del web possono legittimamente temere di venire alla fine privati della loro esperienza e di dover abbandonare il loro ruolo tradizionale di gate keeper. (…) Il giornalista in qualche modo concede (loro) dei segreti di fabbricazione.

E anche al di là di questa « banalizzazione del giornalismo », « la forma che sembra prendere il giornalismo online suscita delle inquietudini rispetto al rischio di dequalificazione del lavoro giornalistico » : rimessa in discussione della sua autorità, condivisione delle suo competenze, declino del suo “carisma”…

 

L’ egemonia del marketing

Fenomeno già ben conosciuto dai ricercatori, « l’ egemonia crescente delle logiche economiche e del marketing nella stampa » («conversione al management dei gruppi di direzione dei giornali, crescita della dipendenza dalla pubblicità, intensificazione delle battaglie di concorrenza e della ricerca dell’ audience, ecc. »), sembrano esprimersi nella stampa e nel giornalismo online in maniera ancora più intensa e « contribuiscono, per certi versi, ad accelerare il movimento ». La stampa online, « un laboratorio per il giornalismo del futuro »

Se il marketing editoriale si diffonde in tutti i settori della stampa, l’ approccio orientato al marketing sembra essere, a ben vedere, costitutivo della stampa online.

Le riviste di carta avevano già ben conosciuto il fenomeno dei « contenitori pubblicitari », « quelle pubblicazioni in cui l’ informazione non è che un pretesto per la pubblicità », che inondano oggi le edicole. Come ha scritto Erik Neveu, le riviste e la stampa specializzata costituiscono « il laboratorio delle logiche di marketing sulla scrittura e il lavoro redazionale » [1].

Acclimatata online sotto forma di webzine tematiche (donna, uomo, salute, cucina, auto, viaggi…), questa logica da marketing vi si dispiega senza ostacoli: « in questo tipo di webzine, le paratie tradizionali fra lo spazio promozionale e lo spazio redazionale sono praticamente abolite ».

Una sorta di riconciliazione fra stampa e pubblicità segna sul web una svolta importante e contribuisce ad eliminare una barriera: « fin dagli anni ‘70, il pubblico e i giornalisti non hanno mai dissimulato la loro ostilità alla pubblicità, spesso associata, nell’ immaginario sociale, al lucro e alla propaganda ». D’ altronde, « l’ idea che esiste una incompatibilità fondamentale fra la funzione del giornalista e la funzione mercantile è ancora molto diffusa in seno alla società francese. »

Ma su internet, « il carattere invadente e intrusivo della e-pub si afferma » e « rosicchia terreno sullo spazio redazionale ». « L’ integrazione della pubblicità all’ interno del contenuto ha compiuto un passo ulteriore con l’ arrivo della pubblicità della “contestuale”. »

Queste pubblicità perfettamente mirate che, attivate dall’ internauta, si piazzano nel senso stesso del contenuto editoriale dei siti, rappresentano l’ ultima avanzata della distruzione totale del “muro del danaro”, la separazione tradizionale fra il redazionale e il promozionale. Per i giornalisti online, è in gioco nient’ altro che il mantenimento a un livello minimo di questa distinzione, su cui è costruita la stampa moderna.

Che il “muro del danaro” crolli, nessuno se l’ immagina realmente. Tuttavia, il flusso va avanti a mano a mano che convergono le logiche giornalistiche e le logiche commerciali.

Fenomeno ancora più insidioso, la possibilità per il giornalista, sconosciuta fino ad allora, di sapere con esattezza e quasi in tempo reale le caratteristiche della sua audience online (attraverso gli strumenti di misurazione dei visitatori, i sistemi di annotazione da parte dei lettori…) portano in germe la minaccia di una influenza determinante sulla definizione della politica editoriale: la vittoria del marketing editoriale.
Altra minaccia, verso cui spinge, in modo del tutto insidioso, la logica del marketing applicata all’ informazione: lo sviluppo dell’ infotainement.

Sembra abbastanza chiaro che la concezione “pratica” e “ludica” dell’ informazione ha guadagnato terreno con l’ arrivo di internet.

Lo sviluppo dei novi media non ha fatto che confermare lo spostamento del centro di gravità dell’ informazione cartacea verso il polo “pratica” e “divertimento”.

In un tale contesto è difficile mantenere una distinzione netta fra una informazione destinata a formare il cittadino e a nutrire la democrazia, da un lato, e una informazione più pratica, che serve a guidare il consumatore e a sostenere la crescita del mercato del consumo, dall’ altro lato.

Il lavoro di giornalista si orienta verso la creazione di messaggi divertenti, utili e rasserenanti, allo scopo di accompagnare i lettori nella loro vita di consumatori.

La stampa online è un potente agente messo al servizio della produzione e della riproduzione del modo di vita consumerista.

 

Il laboratorio del giornalismo del futuro

Oggi, a dispetto dei discorsi che loro stessi possono fare, i giornalisti non sono più realmente in grado di dichiararsi estranei alle preoccupazioni commerciali e di gestione.

Un profilo professionale ibrido, a mezza strada fra il manager e il giornalista, sta emergendo.

Da questo punto di vista, la riappropriazione delle logica « partecipativa »,venuta fuori dal web libertario delle origini, da parte del web commerciale può essere vista come una deviazione, o meglio, « una strumentalizzazione ».

L’ economia della stampa online ha attribuito all’ internauta un valore mercantile. In questa prospettiva, la partecipazione serve un doppio obbiettivo: fidelizzare l’ internauta e metterlo al lavoro.
Grazie ai dispositivi di partecipazione dell’ internauta alla produzione dell’ informazione, una parte del lavoro di informazione è sub-appaltata al consumatore stesso.
La volontà di fidelizzazione del pubblico si accorda sempre di più con la ricerca di identificazione col “marchio”.
Il “giornalismo partecipativo” starebbe allora al giornalismo come la “democrazia partecipativa” e il “management partecipativo” stanno alla democrazia rappresentativa e all’ impresa:  dei concetti che puntano a rigenerare in profondità delle istituzioni in crisi.

Dunque, «i giornalisti online funzionano come un laboratorio in cui tutta una generazione di giornalisti nati culturalmente coi nuovi media sperimenta un nuovo rapporto col “mestiere”. 

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