Giornalismo: come ricostruire la credibilità perduta

| 19 novembre 2008 | Tag:, ,

Cartesio Riaffermare cocciutamente i dogmi con cui i giornalisti autogiustificano loro stessi e cercano di riprodurre la mitologia della professione non potrà mai portare alla rifondazione della fiducia – Quest’ ultima infatti ha cambiato natura: non è più cieca e istituzionale – Il giornalista non può pretenderla soltanto perché si proclama giornalista ma deve costruirla articolo per articolo, sotto lo sguardo e il controllo permanente dei cittadini – Le riflessioni di Paul Villach e Narvic – Il fatto e la rappresentazione – Il dubbio cartesiano

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In un post dal titolo “La relatività dell’ informazione e la fiducia perduta nel giornalismo” (che riportiamo tradotto pressoché integralmente), Narvic segnala una interessante riflessione di Paul Villach, su Agoravox, sulla relatività del giornalismo e dell’ informazione, che porta a mettere fortemente in dubbio – dice – i « dogmi della teoria promozionale dell’ informazione diffusa dai media »*.

Per Villach – aggiunge Narvic – è la messa in discussione di questi dogmi e non la sua riaffermazione di principio, la condizione per la rifondazione della credibilità perduta dei giornalisti nei confronti dei cittadini.

Villach, soprattutto, non prende per oro colato quella teoria di autogiustificazione del giornalismo – costruita e promossa dai giornalisti stessi – che pretende di distinguere il « giornalismo » dalla « comunicazione » (l’ uno supposto virtuoso e l’ altra discutibile) :
I termini di  « comunicazione » e « informazione » non sono diventati altro che le due maschere per una stessa strategia di influenza: « comunicazione » è la parola dei pubblicitari, « informazione » è quella dei giornalisti.

Questa riflessione – prosegue Narvic – si lega largamente a quella che vado facendo io sulle condizioni di sopravvivenza – eventuale – del giornalismo. Voler conservare questa distinzione artificiale sperando di recuperare così la credibilità perduta dei giornalisti è un falso problema e un ostacolo. La fiducia ha cambiato natura: essa non è più istituzionalizzata, ma va costruita.

 

I fatti sono fatti  

Paul Villach sottolinea molto giustamente il vuoto assoluto di questo discorso di autopromozione dei giornalisti, che assegnano a loro stessi niente di meno che una missione di interesse generale di protezione della democrazia (senza aver ricevuto per questo nessun mandato, da nessuno, se non da loro stessi). La missione del giornalista sarebbe « di interesse generale », perché darebbe conto « dei fatti ». Cosa che lo differenzierebbe, beninteso, dal pubblicitario, come da qualsiasi portatore di interessi particolari. « I fatti », sono « informazione», tutto il resto è « comunicazione »

Il giornalista si figura come una sorta di scienziato dell’ attualità, in grado di accedere alla realtà del fatto in se stesso. Il fatto sarebbe quindi accessibile, in assoluto, e a fortiori nel tempo breve dell’ attualità?

Quali che siano la sua buona volontà e il suo rigore, il giornalista, non più di chiunque, non sarebbe in grado di accedere a « un fatto ». Non ne ha né il tempo né i mezzi. Anche gli scienziati nei loro laboratori, con tutti i protocolli di osservazione e di analisi che hanno messo a punto in decine di anni, sanno che non possono fare altro che, nel migliore dei casi, descrivere una « rappresentazione della realtà ».

La carta non è il territorio  

Contrariamente alla pretesa del giornalismo, questo accesso al fatto non potrà mai essere altro che una approssimazione.
Certo, « metodo del dubbio », il pluralismo delle fonti, i riscontri plurimi, l’ analisi comparata permettono un approccio più stringente al « fatto » come un’ asindote tende verso l’ ascissa o l’ ordinata. Ma come quella non le incontra mai, così  la «  rappresentazione di un fatto » non si confonde mai con « il fatto ». E ha voglia il giornalista di andare sul « terreno »- parola a cui è tanto affezionato -, ma non ne porterà mai ogni volta altro che « una mappa ». E « la mappa » non sarà mai « il terreno » che essa rappresenta.

Se « l’ informazione è un fatto », che l’ uso del  « dubbio metodologico » da parte del giornalista permette di restituire, ecco il cittadino fiducioso, invitato ad ammettere docilmente questa realtà. Il giornalista dubita per lui, e lui non ha più bisogno di dubitare personalmente.

Ma se « l’ informazione è una rappresentazione di un fatto », filtrata attraverso il prisma dello sguardo di un giornalista, l’ atteggiamento del cittadino dovrà essere completamente diverso: « in questo caso il ‘dubbio metodologico’ di Cartesio deve essere la regola di condotta per la formazione e la libera espressione di una opinione ».

In questi due casi, il progetto di società corrispondente a ciascuno di essi è molto diverso, come diverso sarà quindi il ruolo che i giornalisti sono chiamati a svolgervi.

Se il giornalismo insiste a considerarsi lo scienziato dei fatti di attualità, sarebbe ora che desse ai cittadini qualche garanzia sulla sua metodologia e sulla sua etica. Se riconosce invece che non fornisce altro che una rappresentazione, ammette di sottomettersi all’ approccio critico del suo interlocutore e deve accettare in maniera definitiva il fatto che resta degno della fiducia che viene riposta in lui soltanto in maniera definitivamente provvisoria.
     

Perché bisognerebbe aver fiducia nei giornalisti?

Esistono due risposte a questa domanda: perché l’ etichetta « journaliste inside » sarebbe una garanzia affidabile per un contenuto che risponde a una serie di prescrizioni e di norme definite e approvate, oppure perché uno ha potuto verificare personalmente attraverso la propria esperienza e i propri criteri che quel giornalista era degno di fiducia.

Nel primo caso, si darebbe fiducia al giornalista come si fa con medico, l’ architetto o l’ avvocato. Il paragone è valido?  Queste professioni sono in effetti regolamentate: sono richieste in entrata delle condizioni di competenza, su presentazione delle relative lauree, vengono codificate delle buone pratiche professionali e una deontologia, è istituito un ordine professionale per controllarne e sanzionarne l’ applicazione, il cittadino che dovesse lamentarsi per qualche mancanza o qualche fallimento ha disposizione la possibilità di fare ricorso**.

E’ chiaro che il giornalismo  non  risponde a nessuna di queste condizioni: nessuna laurea è richiesta, nessuna codificazione delle pratiche professionali né alcuna deontologia si impongono al giornalista, perché non c’ è alcuna istanza di controllo professionale, nessuna sanzione nei confronti delle violazioni deontologiche e nessun ricorso è possibile per il cittadino insoddisfatto. Secondo la formula di Denis Ruellan, il giornalismo è  « le professionnalisme du flou » ***.

Ma quand’ anche il giornalismo operasse una tale rivoluzione professionale, accettando di definire in maniera precisa le competenze tecniche richieste, di codificare le pratiche e le metodologie professionali valide, di piegarsi a una deontologia imperativa, controllata e sanzionata, di sottomettersi a delle possibilità di ricorso dei cittadini, sarebbe in gradi di recuperare la credibilità perduta?

 

Non c’ è più fiducia cieca e istituzionale

Si può dubitarne, perché tutte le professioni soggette a un tale inquadramento subiscono ugualmente gli assalti da parte del dubbio dei cittadini, dell’ utente o del cliente. Impegnare il giornalismo su questa strada è una impasse, perché esso si confronta come le altre in questa nostra società « post-moderna » alla delegittimazione generale di tutte le élite e di tutti i discorsi autoritativi.

Bisogna accettare il fatto che la fiducia oggi non può più essere istituzionalmente cieca, ma deve essere costruita, e mantenuta, in una relazione interattiva con un interlocutore che non abbandona mai una briciola del suo spirito critico e della sua facoltà di giudizio.

E quindi non c’ è più nessuna « cultura del fatto » che tenga, non c’ è più nessun professionalismo dell’ informazione e nessuna etica autoaffermata, non ci sono più « cani da guardia della democrazia » auto-designati. C’ è invece una relazione di fiducia da costruire, attraverso la testimonianza e nel dialogo. E’ a questa condizione che i giornalisti ricostruiranno una credibilità articolo per articolo, sotto lo sguardo e il controllo permanente dei cittadini.

Molto più che nella ricomposizione delle condizioni di vitalità economica dei media in piena dislocazione, molto più che nell’ identificazione dei nuovi ruoli da giocare nel nuovo mondo dell’ informazione designato da internet, è quella la sfida della sopravvivenza del giornalismo. 

E’ una rivoluzione culturale che la maggior parte dei giornalisti non sono oggi pronti ad accettare, senza capire che è proprio attraverso questo rifiuto che essi condannano la loro professione alla scomparsa.

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* La frase citata da Villach – ha spiegato Narvic a Lsdi in una mail – “non si riferisce in particolare a un testo o a un’ opera specifica, ma designa l’ insieme dei discorsi tenuti dai giornalisti per assicurare la promozione della loro professione. Nelle mie riflessioni – aggiunge – faccio riferimento direttamente all’ opera di Denis Ruellan, "Le journalisme ou le professionnalisme du flou" (vedi Lsdi, Il giornalismo, professione dai contorni vaghi) e ai lavori dei ricercatori in giornalismo e scienze dell’ informazione che gli sono vicini, i quali mettono in evidenza l’ esistenza di una ideologia del giornalismo e di un discorso costruito dai giornalisti per giustificare verso l’ esterno la loro professione. E’ per esempio, il discorso del “cane da guardia della democrazia” e del “4° potere”, il discorso sull’ obbiettività, quello sulla separazione dei fatti dai commenti, ecc.”. 

** Anche se in Italia questo quadro di norme e parametri deontologico-professionali formalmente esiste, non possiamo dire che questa rete di istituti formali garantisca, di fatto, una maggiore affidabilità del giornalismo italiano rispetto a quello descritta in questo articolo. O no? (ndr).

*** Professionalismo, in sociologia del lavoro,  indica “un fenomeno, assieme, culturale, economico e politico” che fa riferimento in qualche modo al “concetto di chiusura sociale”, cioè a “un tentativo di monopolizzare non solo la conoscenza sul mercato, ma anche lo status in un sistema di stratificazione”.

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