Giornali: in Italia sono fatti “troppo bene”

| 9 maggio 2008 | Tag:,

Il logo della Fieg Lo sostengono gli editori della Fieg nell’ ultimo Rapporto sulla stampa in Italia presentato ieri a Roma, contestando quei commentatori (fra cui molti giornalisti) che attribuiscono soprattutto alla qualità dei giornali stessi la colpa della scarsa propensione all’ acquisto da parte dei cittadini – Questo fenomeno, secondo la Fieg, deriverebbe invece, oltre che dalle tradizionali strozzature nella distribuzione (denunciate da anni), dalla diminuzione della capacità di spesa delle persone, che non tocca solo i giornali ma tutto il settore della cultura – E va inquadrato nel problema più generale del “deficit culturale” del nostro paese

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I giornali italiani sono fatti “troppo bene”: lo sostengono gli editori della Fieg nell’ ultimo Rapporto sulla stampa in Italia presentato giovedì scorso a Roma nella sede della Federazione editori.

La convinzione, che potrebbe apparire paradossale, viene espressa come replica a quei commentatori che “attribuiscono la colpa della scarsa propensione all’ acquisto dei giornali agli stessi giornali”. Mentre in gran parte il fenomeno – secondo la Fieg – rientra, oltre che nelle tradizionali strozzature nella distribuzione (denunciate da anni), dalla diminuzione della capacità di spesa delle persone, che non tocca solo i giornali ma tutto il settore delle cultura.

Per alcuni commentatori – precisa il Rapporto, coordinato da Federico Megna,– i giornali italiani “sono fatti male, sono troppo politicizzati, non rispondono per la loro formula ‘omnibus’ a un pubblico frammentato negli interessi e ormai avviato verso modalità di fruizione dell’ informazione diverse e più innovative”. L’ aspetto paradossale, aggiungono gli editori, è che “a dirlo sono spesso gli stessi giornalisti che nei giornali scrivono e che, quindi, concorrono a fare un prodotto che poi criticano”.

E invece, sostiene il Rapporto, “i giornali italiani sono fatti troppo bene: sono ricchi di pagine, di inchieste, di indagini, di cultura, di intrattenimento e per questo motivo costi di produzione sono molto elevati” (La stampa in Italia 2005-2007, pagg. 18-19; il Rapporto non è stato pubblicato sul sito della Fieg, ma è comunque consultabile su quello di Primacomunicazione).

Comunque, secondo lo studio, “a non essere comprati un granché in Italia non sono solo i giornali, ma in generale la cultura“, per cui la spesa delle famiglie nel settore che era il 7,52% nel 2000, è scesa al 7% nel 2006.

Ma, soprattutto, la Fieg ritiene che l’ editoria giornalistica faccia le spese di una sorta di “deficit culturale” che investe tutto il paese.

Ad esempio, ricorda il Rapporto, “gli studenti italiani di 15 anni sono al 33° posto dei Paesi Ocse per competenza di lettura e al 36° posto per cultura scientifica” e “i risultati del 2006 indicano che la tendenza è al peggioramento”.

La strada, secondo la Fieg, è avvicinare i giovani ai quotidiani non in maniera episodica. Si tratta di “educarli a leggere la vita attraverso i giornali, educarli al confronto fra opinioni diverse (…) ed è questo il terreno dove un Stato, meno disattento nei riguardi dei processi formativi, dovrebbe produrre lo sforzo più incisivo”:   

  

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