Giornali di tutto il mondo unitevi (contro l’ AP)

| 25 ottobre 2008 | Tag:, ,

out-56.jpg Quotidiani in rivolta contro la maggiore agenzia mondiale per i canoni di abbonamento, diventati, secondo molti direttori, troppo alti – La disdetta del Columbus Dispatch e l’ avviso della Tribune Company – “Paghiamo un milione di dollari all’ anno: con quella somma potremmo impiegare 12-13 reporter”, si lamenta Nancy Barnes, direttore dello Star Tribune di Minneapolis – Contro questa sollevazione l’ agenzia ha deciso di sospendere ogni aumento delle tariffe e di eliminare qualsiasi restrizione nell’ uso dei suoi servizi informativi

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Perché tutti i giornali del mondo non si accordano e mettono a disposizione l’ uno dell’ altro i loro articoli?

Se lo chiede Joe Wikert, general manager di O’Reilly Technology Exchange (OTX), riflettendo su un articolo del New York Times sui difficili rapporti fra quotidiani e AP, una delle prima agenzie d’ informazioni al mondo, e osservando che un giornale come il Columbus Dispatch spende qualcosa come 800.000 dollari all’ anno per i servizi dell’ Associated Press.

“Anche se i contenuti forniti dall’ agenzia – rileva Wikert – sono un ingrediente assai importante per qualsiasi tipo di giornale, si tratta di una grossa somma, in particolare in un periodo così problematico (e in questo settore così sofferente). E allora, mentre capisco perché i giornali abbiano pagato queste cifre nel passato, non capisco perché debbano continuare a farlo per il futuro”.

E allora, suggerisce Wikert,

perché tutti i giornali del mondo non si uniscono e si scambiano l’ uno con l’ altro i propri contenuti? Va bene – aggiunge – è un suggerimento naif e troppo radicale, ma si potrebbe pensare a delle regole ragionevoli per realizzare un equilibrio ed impedire che  qualche giornale sia costantemente parassita degli altri.  

Se ad esempio in Ohio alcuni giornali hanno formato delle alleanze per scambiarsi articoli su argomenti locali, perché non si fa qualche passo avanti e si realizza una cooperazione a livello mondiale?

Una provocazione? E questa sorta di sollevazione contro l’ agenzia (motivata finora con i costi eccessivi degli abbonamenti all’ agenzia) non è per caso la spia di una crisi profonda dell’ AP e – forse – del modello generale stesso dell’ agenzia di stampa come si è sviluppata nell’ ultimo secolo? Per ora la polemica è rimasta sul piano delle valutazioni economiche.

Quello che sta succedendo – spiega Followthemedia (in un articolo disponibile solo per abbonamento, ndr) – è un profondo ripensamento da parte dei giornali di quello che essi desiderano dall’ AP e del prezzo che pensano sia giusto pagare, date le attuali condizioni economiche. L’ AP può certo dire pubblicamente che l’ avviso di cancellazione di qualche abbonamento può significare in realtà l’ avvio di una loro rinegoziazione, ma la realtà sembra essere più oscura. I giornali Usa si stanno realmente chiedendo se possono spendere i loro soldi meglio piuttosto che nei servizi dell’ AP.  

Il Columbus Dispatch dell’Ohio, che per i 137 anni della sua storia si era basato sulle notizie della prima agenzia di stampa americana (48 premi Pulitzer di cui 29 per la fotografia) per integrare il lavoro dei suoi giornalisti, qualche giorno fa ha disdetto il contratto. A questa è seguita una decisione analoga, presa sempre la scorsa settimana, da parte del gruppo Tribune, una delle principali catene editoriali Usa che fa capo al miliardario di Chicago Sam Zell*.

Il gruppo si è limitato a spiegare che la decisione di “denunciare” il contratto (diventerà operativa fra due anni, questo l’arco di tempo richiesto dall’Ap per dare la disdetta) nasce da valutazioni di carattere economico, indicando genericamente i costi che l’ abbonamento all’ agenzia comporta. Ma questo vuol dire che nel 2010 giornali del peso del Chicago Tribune o Los Angeles Times potrebbero essere realizzati senza l’ apporto di un’ agenzia considerata finora indispensabile, una vera e propria ossatura del sistema informativo Usa.

Direttori di piccoli giornali – commenta Quomedia – sono stati più espliciti: "Si sono dimenticati che lavorano per noi", ha detto al New York Times Benjamin Marrison, direttore del Columbus Dispatch. Per molti giornali l’Ap è la voce maggiore del budget: "Paghiamo un milione di dollari all’ anno, con quella somma potremmo impiegare 12-13 reporter", si è lamentata Nancy Barnes, direttore dello Star Tribune di Minneapolis, uno dei quotidiani protagonisti della rivolta.

Altri colleghi hanno indicato la molteplicità di fonti a cui oggi è possibile attingere per notizie: altre agenzie come Reuters e Bloomberg, Internet, catene di news che vendono direttamente ai giornali. Otto quotidiani dell’Ohio e altri in Pennsylvania quest’estate hanno formato una cooperativa per condividere articoli. Alcuni di loro potrebbero unirsi all’insurrezione.

"L’Ap ha smesso di darci quello per cui era forte: notizie di routine e breaking news", si sono lamentati i direttori con il Times.

Secondo l’Ap – aggiunge Quomedia – molte testate stanno usando la disdetta come arma di negoziato, per convincere l’ agenzia ad abbassare i costi al prossimo contratto. Ma il panorama editoriale generale non volge al bello: secondo le ‘cassandre’, il ‘wire service’ più famoso del mondo potrebbe fare la fine del suo reporter che mandò l’ ultimo dispaccio prima di morire con il generale Custer a Little Big Horn.

I giornali americani stanno attraversando il loro periodo più nero dai tempi della Grande Depressione con gli introiti della pubblicità che si sono ridotti del 25 per cento negli ultimi due anni.

I conti dell’Ap, nata 162 anni fa e che oggi impiega tremila reporter in cento paesi, sono al contrario in attivo: i suoi profitti sono aumentati dell’ 81 per cento, a 24 milioni di dollari su un fatturato di 710 milioni.

Di fronte a questa levata di scudi, l’ AP sta cercando di correre ai ripari. Giovedì ha deciso di sospendere l’ amento delle tariffe e di eliminare qualsiasi restrizione nell’ uso dei servizi informativi dell’ agenzia, aprendo l’ accesso senza alcun costo aggiuntivo, ha annunciato ieri  Media Bistro.

“Comprendiamo molto bene le difficoltà dei nostri soci e stiamo lavorando per affrontare queste preoccupazioni”, ha spiegato Tom Curley, presidente e Ceo dell’ Agenzia. “Per due anni – ha aggiunto – terremo i costi di abbonamento fermi, senza incrementi”. 

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* Tribune Co., possiede otto quotidiani oltre al L.A. Times, fra cui il Chicago Tribune, Baltimore Sun e l’ Orlando Sentinel. E possiede ugualmente diverse catene televisive e la squadra di baseball dei Clubs di Chicago.

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