WEB 2.0, IL TRIONFO DELLA MEZZADRIA?

| 7 febbraio 2007 |


Dalla rete cominciano ad affiorare riflessioni e preoccupazioni a proposito dei sistemi di pagamento dei collaboratori professionali dei siti del Web 2.0 e dell’ UGC (i cosiddetti ”contenuti generati dagli utenti”) – L’ esaltazione dei micropagamenti e una dura polemica, in Francia e Stati Uniti, sul pay-per-clic – La remunerazione della collaborazione è sconnessa dal suo valore reale in tempo di lavoro – La dissoluzione del salario e il baratto di capitale simbolico


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Il panorama delle figure sociali che si stanno costruendo all’ interno del web si arricchisce di una nuova figura, quella del mezzadro. Mentre il pagamento ‘’a rendimento’’ (pay-per-clic) sta diventando un sistema sempre più diffuso.
Comincia a prendere spessore una prima riflessione sull’ economia dei servizi partecipativi e il ruolo dei vari soggetti che vi partecipano.E vale la pena cominciare a seguire questo dibattito con attenzione, anche perché prima o poi bisognerà mettere a fuoco una critica dell’ economia politica del web.

(p. r.)

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La figura del mezzadro la suggerisce Nicholas Carr in un intervento sull’ economia dei servizi partecipativi, ripreso sia da MarioPireddu in post-human, che da Nicola Bruno su apogeonline.

Una delle caratteristiche fondamentali del web 2.0 – sostiene Carr – è la distribuzione della produzione nelle mani di tanti e la concentrazione dei ricavi economici nelle mani di pochi. È un sistema di mezzadria, ma i mezzadri sono generalmente felici perchè i loro interessi coincidono con il potersi esprimere e socializzare, non nel monetizzare, e poi il valore economico di ogni contributo individuale è irrisorio. Solo aggregando tutti questi contributi in una scala di massa il business può diventare vantaggioso. Per dirla con altre parole, i mezzadri operano felicimente in un’economia dell’attenzione mentre i supervisori operano felicemente in un’economia di cassa.

E Nicola Bruno commenta:

Più che nell’economia del dono o nel maoismo digitale” dei nuovi rivoluzionari, secondo Nicholas Carr il modello di riferimento di questa prima ondata di servizi partecipativi andrebbe trovato in un istituto economico di medievale memoria: la mezzadria (sharecropping).

Un istituto economico che sarebbe stato imboccato anche da YouTube con la recente decisione – annunciata al World Economic Forum di Davos – di condividere i ricavi pubblicitari con gli autori.

E così approdare, secondo Bruno, a un modello simmetrico, in cui gli interessi dell’utente/proletario e del fornitore/latifondista diventano equi sotto tutti i punti di vista.

Bruno fa riferimento, in particolare al modello dei micropagamenti ed elenca una serie di siti che lo praticano, da Revver a Metacafè, ecc., arrivando a compensare i cosiddetti top-contriubutors fino a 1.000 dollari al mese.

Arriva a sostenere che ‘’queste forme di micropagamenti producono l’effetto virtuoso di una competizione sulla creatività e sulla qualità dei contenuti, incentivando a superare i clichè dell’approccio amatoriale’’, e si lancia poi in una sorta di peana nei confronti dell’ ultima trovata di Jimmy Wales, OpenServing.

Che traccerebbe ‘’i contorni di uno scenario in cui la portata democratica della rete si estende anche ai suoi risvolti economici. Senza tabù o soluzioni intermedie che possano provocare negli utenti la sensazione di essere sfruttati o espropriati dei propri contenuti’’.

Ma c’è di più – prosegue Bruno -: nascendo da una costola di Wikia (servizio dichiaratamente for profit), l’idea di Wales profila l’emergere di un’utile distinzione tra community commerciali e non. Le prime cedono agli utenti almeno una parte del valore economico da loro generato. Le seconde, invece, possono contare su forme di partecipazione spontanea e disinteressata. È il caso di Wikipedia, ad esempio, e dei vari progetti rimasti sempre estranei alla tentazione di generare profitti. Ovviamente, questa differenziazione non esclude lo sviluppo di modalità spurie, come l’interessante – Socially Given, tentativo di piegare il social-bookmarking e il revenue-sharing a scopi di beneficenza.
«I siti commerciali dovranno ripagare le proprie community perchè l’Internet è piatta», scrive CityTracs, suonando la campanella di fine lezione per siti come Digg: «Il suo attuale modello di contenuti sottomessi pro bono è in pericolo. E non perchè non sia buono. Ma perchè il modello del futuro è quello di ricompensare gli utenti per i contributi di qualità’’.

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Ma le cose stanno davvero così ?

Non ne è del tutto sicuro Emmanuel Parody, ex caporedattore di ZDNet.com , che in un articolo sul suo blog, ecosphère , cerca di andare più a fondo, polemizza contro i modi con cui moltissimi collaboratori dei siti web vengono trattati sul piano economico e sociale e ricostruisce la forte polemica divampata in questi giorni su questo fronte fra la Francia e gli Stati Uniti.

Media 2.0: le gioie del giornalismo pay-per-view, questo il titolo del suo post.

La remunerazione della collaborazione – osserva fra l’ altro Parody – diventa

‘’sconnessa dal suo reale valore in tempo di lavoro perché è implicito che il guadagno di credibilità apportato dal marchio del media ‘’ospitante’’ viene conteggiata come una parte invisibile della remunerazione del blogger. Tocca poi al blogger riuscire a monetizzare altrove la sua visibilità acquisita. Dono e ricambio del dono: si assiste tutto d’ un tratto a una dissoluzione del sistema del salario a favore di un baratto di capitale simbolico tra le due parti, addolcito da una divisione dei ricavi’’.

Un modello, secondo Parody,

‘’molto rischioso anche per i giornalisti, sempre pronti a rivendicare i diritti d’ autore potrebbero benissino sentirsi presi per la loro piega: quella di trovarsi accerchiati dalla generalizzazione di un modello basato su una remunerazione a base di diritti d’ autore calcolati… a rendimento e indicizzati in maniera ultraesatta su una frazione dei ricavi pubblicitari. Il massimo !’’

(qui di seguito l’ articolo di Parody)

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MEDIA 2.O: LE GIOIE DEL GIORNALISNO PAY-PER-VIEW

di Emmanuel Parody (da ecosphère ).

Uno dei giornalisti di punta di ZDNet.com, Mary Jo Foley – che segue le attività di Microsoft da indipendente, cotinuando la sua collaborazione attraverso un blog , ha spiegato recentemente che viene pagata a prestazione, cioè a seconda del numero dei lettori dei suoi articoli. In praticaè pagata a clic, secondo una immagine rovesciata del sistema Adsense di Google.
Il dibattitto si è infiammato attorno a questo giornalismo pay-per-view .
Steve Rubel, guru dei PR presso Edelman ci vede il rischio che vengano incoraggiati articoli imbonitori e soprattutto che vengano privilegiati i marchi più conosciuti per poter beneficiare del loro naturale ritorno di popolarità. Ma questo piccolo trucco è già alla base di molti magazine. Qui il Web non ha inventato niente…

La risposta di Dan Farber ( redattore capo di ZDNet.com) al post di Rubel è interessante perché svela un aspetto importante della nuova relazione che si istaura nei media cllaborativi.
Dan parla infatti di ‘’reputazione’’ dei blogger che gioca il ruolo di scudo naturale di fronte ai possibili eccessi. Certo, ma non si sofferma sul corollario : la remunerazione della collaborazione è sconnessa dal suo valore reale in tempo di lavoro, perché è implicito che il uadagno di credibilità apportato dal marchio del blog ‘’ospitante’’ viene calcolato come una parte invisibile della remunerazione del blogger. Toccherà poi al bkogger monetizzare altrove la sua visibilità acquisita.
Dono e ricambio, si assiste tutto d’ un tratto a una dissoluzione del salario a favore di un baratto di capitale simbolico tra le due parti, addolcito da una divisione dei ricavi’’.

Conclusione: il modello economico del media in salsa 2.0 costruisce una parte della sua redditività economica sulla retribuzione parziale della forza lavoro. Ecco qui il marchingegno. E non lo dico per caso : questo calcolo non è estraneo ai creatori della nuova generazione di siti a base di giornalismo collaborativo , di cui ho parlato recentemente . Come ex direttore di ZDNet France conosco bene la linea di Dan Farber e so che è trasparente e onesta ma essa conduce logicamente a interrogarsi sull’ evoluzione del modello dei media.

Ho già aveuto l’occasione di scriverlo, sono convinto che le nuove forme di media tipo Engadget.com o i blog a tema verticali, con una produzione sfrenata di post brevi, di copia-incolla di comunicati o di citazioni da altri blog sono la conseguenza del modello economico basato sui ricavi a performance, stile Google Adsense e non il contrario. Il media si è adattato all’ ambiente, la pubblicità ha influito sulla forma del media e non il lettore.Sola alernativa economica per il media professionale che non vuole condannarsi a sfornare palate di brevi come cacatine di porcellini d’ India in gabbia, pagare i giornalisti… a performance, in relazione alla resa pubblicitaria.

Contrariamente a quello che pensano i miei colleghi di Expansion, non è stata CNET (che è l’ editore di ZDNet.com)ad avviare questa pratica. La Neteconomia aveva già inventato la remunerazione dei redattori a resa (pubblicitaria). Mi ricordo di un sito di ricette di cucina che pagava gli autori sulla base delle vendite online degli ingredienti citati nelle ricette. E soprattutto non si può dimenticare uno dei grandi successi del genere, rilevato per 41 milioni di dollari dal New York Times: About.com.

Qual è il modello di About.com? Redattori reclutati fra i lettori o giornalisti indipendenti con una paga ase di 500 dollari al mese, oltre a una percentuale sui ricavi delle parole-chiave sponsorizzate, disseminate in abbondanza sul sito. In pratica un pagamento basato sul rendimento… delle parole sponsorizzate… Un modello redditizio visto che la remunerazione è una frazione dei ricavi. Niente benefici, niente salario…
L’amministrazione della testata consiste allora nell’ organizzare la promozione del sito verso temi a forte potenzialità di entrate, cioè là dove le puntate sulle parole-chiave sono più alte. Strategia che d’ altronde viene seguita dai blog verticali, per quelli attratti da frenesie tipo “automobili”, “viaggi”, “high-tech” o “borsa”!

Mi sono spesso interrogato sull’ importazione di questo modello in Francia, in particolare in materia di legislazione. I giornalisti, sempre pronti a rivendicare i diritti d’ autore, potrebbero benissino sentirsi presi per la loro piega: quella di trovarsi accerchiati dalla generalizzazione di un modello basato su una remunerazione a base di diritti d’ autore calcolati… a rendimento e indicizzati in maniera ultraesatta su una frazione dei ricavi pubblicitari. Il massimo !’’

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