VERSO L’ ESTINZIONE DEI CORRISPONDENTI DALL’ ESTERO?

| 1 marzo 2007 |

Una ricerca per l’ Università di Harvard svela la forte diminuzione – meno 12% in sei anni – dei giornalisti Usa all’ estero – Diminuisce anche l’ attenzione dei giornali verso le questioni internazionali: nel 2004 gli articoli di politica internazionale pubblicati sulle prime pagine erano solo il 14%, contro il 21% del 2003 e il 27% del 1988

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di Matteo Bosco Bortolaso

New York – Dopo il giornale di carta, è la volta del corrispondente estero. Philip Meyer, professore della North Carolina, ha curato un libro intitolato The Vanishing Newspaper che prevede la fine del giornale in edizione cartacea, profezia ripresa e approfondita dal settimanale britannico The Economist. Qualche giorno fa, invece, il Washington Post ha pubblicato un articolo intitolato The Vanishing Foreign Correspondent, preconizzando la fine di un’epoca mitica per i giornalisti residenti all’estero. Il “nostro corrispondente”, una figura quasi magica, sospettata a volte di essere una spia, raccontata pure da Alfred Hitchcock, sta scomparendo, cancellata con un colpo di penna dai budget delle aziende editoriali statunitensi, che preferiscono spesso usare lanci di agenzia e concentrarsi sul locale, visto che quello che succede in Iraq “si trova su Internet”.

Il fenomeno è stato studiato da Jill Caroll, giornalista del Christian Science Monitor, rapita e liberata in Iraq come è accaduto all’italiana Giuliana Sgrena del manifesto. La Carroll ha condotto una ricerca per il Shorenstein Center dell’ Università di Harvard che evidenza che nel 2006 i corrispondenti esteri delle testate statunitensi erano scesi a 249, il 12% in meno rispetto ai 282 del 2000. Se si escludono i cinque giornali a maggiore diffusione, il rapporto diventa di 52 nel 2006 a 80 nel 2000. Le ragioni della chiusura degli uffici di corrispondenza sono molteplici: l’uso massiccio dei servizi delle agenzie di stampa, i canali satellitari e via cavo sempre più potenti e diffusi. E poi c’è Internet, che, attraverso blog e testate online, ha abbattuto distanze un tempo invalicabili.

Nell’editoriale sul Washington Post, però, Fred Hiatt ricorda gli anni in cui lui e la moglie erano corrispondenti a Tokyo. Il giornalista doveva ogni giorno affrontare la concorrenza dei  colleghi del Boston Globe e dalla National Public Radio (NPR). “I lettori beneficiavano dei differenti dispacci che spedivamo” scrive Hiatt, preoccupato per la decisione dei manager di chiudere gli uffici di corrispondenza estera.

L’editoriale del Post ricorda che dopo l’11 settembre si diceva che gli americani avrebbero dovuto approfondire di più la politica estera, per capire i complessi meccanismi della geopolitica internazionale. Ma il Project for Excellence in Journalism ha dichiarato che nel 2004 gli articoli di politica internazionale pubblicati sulle prime pagine dei giornali erano solo il 14%, contro il 21% del 2003 e il 27% e del 1987 e del 1988.

Perché gli uffici di corrispondenza vengono chiusi? E che dicono le redazioni?

Ecco quel che succede in alcune testate statunitensi.

BOSTON GLOBE
Il quotidiano di Boston, posseduto dalla stessa holding che controlla il New York Times, ha annunciato la chiusura di tre uffici oltreoceano. Abbassano la serranda i giornalisti residenti a Berlino e Bogotà, oltre che i due corrispondenti a Gerusalemme. Jack Welch, già capo della General Electric Co. interessato a comprare il Globe, ha detto al canale CNBC che non è sicuro che “i giornali locali debbano davvero occuparsi dell’Iraq e di altri eventi all’estero”.  Come spiega Al Larkin, vice presidente esecutivo del Globe, la chiusura dei tre uffici salverà un milione di dollari all’anno, tanto quanto gli stipendi una dozzina di giornalisti residenti non all’estero, ma nella capitale del Massachusetts. Il direttore del Globe, Martin Baron, nota che altri giornali, anche più grandi di quello di Boston, hanno preso decisioni simili in anni recenti. Insomma, secondo Martin bisogna concentrare le risorse per avere un’efficiente copertura locale, anche se il quotidiano continuerà a mandare fotografi e reporter oltreoceano per progetti speciali ed eventi di maggior rilievo.

LOS ANGELES TIMES
Sulla stessa linea “localista” si attesta Eli Broad, investitore immobiliare che assieme al re dei supermercati californiani Ron Burkle tenta di controllare Tribune Co., che pubblica, tra l’altro, il Los Angeles Times. Secondo Broad il giornale della città degli angeli deve offrire maggiore cronaca locale, specialmente nel raccontare il mondo delle arti, molto attivo a Los Angeles. La redazione  del quotidiano, però, non ci sta: i giornalisti losangelini hanno sempre creduto che un tratto fondamentale del quotidiano debba essere l’attenzione agli eventi nazionali e internazionali visti “dalla costa occidentale”. La redazione, anche per questo motivo, si è rifiutata di coordinare i propri sforzi con un’altra prestigiosa testata della stessa catena, il Chicago Tribune.

PHILADELPHIA INQUIRER
Il quotidiano del New Jersey è stato acquistato da Brian Tierney, che ritiene che il giornale di Philadelphia “non ha bisogno di un ufficio a Gerusalemme, quanto piuttosto di più persone nell’ufficio del Jersey meridionale”. Tierney inoltre non vede motivo per “spedire 25 persone per l’uragano Katrina o in Medio Oriente quando si possono recuperare informazioni di ciò che succede in Iraq attraverso Internet”.

GLI ALTRI GIORNALI
Hanno annunciato la chiusura di uffici di corrispondenza estera anche il Dallas Morning News, Newsday e il Baltimore Sun . Pure il settimanale Newsweek ha ridotto gli spazi dedicati agli esteri, focalizzandosi su salute, istruzione e notizie di pubblica utilità.

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