Per salvare la stampa Usa si comincia a pensare allo Zio Sam

| 8 dicembre 2007 |


Di fronte alla crisi del modello economico tradizionale e alle pretese di tagli su tagli da parte di Wall Street, sta nascendo negli Usa un dibattito sulla possibilità di un intervento statale per sostenere la stampa, anche se per ora i giornalisti lo rifiutano categoricamente – E’ radicata l’ idea che ogni forma di assistenza da parte del governo colpisca il giornalismo come una violazione dei diritti sanciti dal Primo Emendamento – Ma lo Stato già sovvenziona l’ emittenza radiotelevisiva e anche internet, senza i ripetuti interventi statali, non sarebbe com’ è diventato – Un articolo di Bree Nordenson sulla Columbia Journalism Revue spiega perché ‘’per sopravvivere, il giornalismo e i giornalisti devono liberarsi della loro avversione per lo Zio Sam e infrangere questo tabù’’.

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Una soluzione alla ‘’Zio Sam’’ per la stampa Americana? In che modo gli interventi del governo degli Stati Uniti potrebbero contribuire ad allentare la crisi che ha colpito i quotidiani degli Stati Uniti? E come convincere i giornalisti americani – in grandissima misura schierati radicalmente contro qualsiasi ipotesi di intervento del governo – che non c’è alcun contrasto pregiudiziale fra eventuali politiche statali di sostegno alla stampa scritta e il Primo emendamento?

La situazione è innegabilmente tetra, sostiene sulla Columbia Journalism Revue Bree Nordenson, un giornalista freelance di New York ed ex redattore alla CJR. : basta consultare Romenesko, l’ aggregatore di notizie sui media che fa capo a Poynter, per rendersi conto della caduta libera della diffusione, dei tagli editoriali senza fine e della chiusura di uffici di corrispondenza estera e di varie testate nazionali.

Comincia ad affiorare il dubbio che il modello tradizionale di public-company che punta al profitto possa fornire la qualità di giornalismo di cui c’ è bisogno in una società e, di pari passo, l’ ipotesi di interventi statali non sembra più un tabù. Dunque, dice Nordenson, è il momento di cominciare a discuterne a fondo.

Nordenson ne ha scritto ampiamente in questo articolo sulla Columbia Journalism Revue partendo da un forum che si tenne nella sede della rivista qualche mese fa e spiegando perché, ‘’per sopravvivere, il giornalismo e i giornalisti devono liberarsi della loro avversione per lo Zio Sam’’.

Lsdi lo ha tradotto e lo pubblica integralmente ritenendo che numerosi aspetti di questo dibattito ci tocchino molto da vicino. (p. r.)

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THE UNCLE SAM SOLUTION

di Bree Nordenson

In un forum della primavera scorsa nella sede della Columbia Journalism Review, direttori ed editori che stavano discutendo sul futuro dei giornali – Robert Kuttner, condirettore dell’American Prospect; Jim Brady, redattore del washingtonpost.com; Amanda Bennet, redattore d’impresa per Bloomberg News ed ex direttrice del Philadelphia Inquirer; Jill Abramson, caporedattore del New York Times; Steven Rattner, responsabile del Quadrangole Group LLC, un’impresa di investimenti nei media – si concentrarono sul bisogno di un nuovo modello economico, che potesse consentire di affrontare per bene la crescita di internet e il suo impatto negativo sui ricavi da vendite e pubblicità, in particolare i piccoli annunci. Ma nel mezzo della serata Nicholas Lemann, il decano della Columbia’s journalism school e moderatore del dibattito, pose a Rattner una domanda sorprendente: ‘’Quali interventi politici suggeriresti per fare in modo che istituzioni come il New York Times o il Washington Post possano sopravvivere se da soli sul mercato non ce la facessero?’’

Mentre varie ipotesi su interventi pubblici per i giornali sul mercato – private equity (il Minneapolis Star Tribune), patrocini miliardari (Santa Barbara News-Press), o anche proprietà nonprofit (si può ad esempio vedere l’ articolo di Louis Hau del dicembre scorso su Forbes sui problemi del St. Petersburg Times) – sono già state ampiamente ipotizzate, il ruolo del governo nel sostegno della stampa sta appena cominciando ad entrare nel dibattito.

Kuttner, il cui servizio di copertina del numero di marzo/aprile sulla CJR aveva ispirato il panel, è parso abbastanza ottimista sul futuro del business dei giornali. Mentre Rattner, un ex giornalista, è sembrato piuttosto scoraggiato quando ha risposto alla domanda di Lemann: “Quello che so dopo dieci anni di gente che si alza e chiede ‘Perché il modello economico dei giornali non funziona?’, è solo che non è per nulla ovvio che il modello tradizionale di public-company che punta al profitto possa fornire la qualità di giornalismo di cui c’ è bisogno in una società’’.
Mentre Rattner riconosceva che “ci sono naturalmente dei problemi nella sfera dell’ indipendenza del giornalismo rispetto al coinvolgimento del governo’’, sosteneva però senza equivoci il concetto che il governo potrebbe giocare un ruolo per assicurare il futuro del giornalismo: “Dal momento che il modello economico del profitto non riesce ad assicurare il livello di informazione che noi pensiamo che la società debba avere, ecco che potrebbe intervenire il governo, e io penso che sia la cosa giusta’’.

Il giornalismo è quella rara attività economica in cui il prodotto – le notizie – hanno una funzione di servizio pubblico, ma diversamente dagli altri servizi pubblici, come la scuola o la ricerca scientifica, essa non è protetta dalle forze del mercato dal sostegno del governo. Così, quando la praticabilità finanziaria dell’ editoria giornalistica viene minacciata, lo stesso accade per il ruolo della stampa come quarto potere. ‘’Non credo che sia un problema, legalmente o costituzionalmente o teoricamente, sostenere che il giornalismo è un bene pubblico necessario per il nostro sistema costituzionale’’, dice Robert McChesney, professore di Comunicazione all’ Università dell’ Illinois a Urbana-Champaign e fondatore e presidente della Free Press, una organizzazione che si batte per la riforma dei media. “Questo era il vero pensiero di Jefferson e Madison, di tutti i padri fondatori, dall’ inizio. Non era certo un qualcosa di opzionale.”

Come molti giornalisti e studenti rilevano, non è un caso che la stampa sia l’ unica attività economica esplicitamente protetta dalla Costituzione.

Investimenti remunerativi

Dal 1970 – grazie all’ esplosione della pubblicità sulla stampa seguita alla Seconda Guerra mondiale, così come allo sviluppo delle tecnologie e alla nascita dei monopoli nella distribuzione all’ interno delle aree urbane – i giornali sono cominciati a diventare enormemente redditizi.
“I giornali costituivano uno degli investimenti più remunerativi sul mercato, pertanto Wall Street si è mobilitata e ha iniziato ad acquistare testate giornalistiche”, afferma Robert Picard, consulente di media business e direttore del Media Management and Transformation Centre di Jönköping, in Svezia. “Negli anni settanta e ottanta c’erano davvero ottimi quotidiani, nonché grandi risorse, molto denaro investito nel settore dell’informazione”. Ma il mercato è cambiato. “Adesso il mercato non ci piace più”, sostiene Picard, “sebbene all’epoca ci piacesse”.

Picard, che è anche redattore del Journal of Media Business Studies, ha efficacemente inquadrato il problema in un articolo della rivista intitolato ‘Le sfide della funzione pubblica e dei media commerciali’:

Nutriamo grandi aspettative nei confronti dei media. Ci aspettiamo che ci informino circa le nostre comunità, la nazione e il mondo. Ci aspettiamo che siano al servizio dell’interesse pubblico creando mezzi che convoglino e diano incisività alle aspirazioni e le preoccupazioni dei cittadini. Ci aspettiamo che auto-finanzino le proprie operazioni attraverso attività commerciali. Ci aspettiamo che non agiscano nel proprio interesse. Ci aspettiamo che non ci deludano. Spesso lo fanno. Le radici di tale delusione affondano in una convinzione troppo spesso acritica secondo cui il sistema del mercato fornirà i prodotti e i servizi mediatici che la società richiede e di cui necessita. Questa convinzione deriva dalla soddisfazione generale riguardo ai mercati competitivi relativamente ad altri beni e servizi, nonché dalla convinzione sottostante secondo cui un eccessivo coinvolgimento del governo nella società – specialmente nei media – sia indesiderabile e dannoso…

Il conflitto tra funzione pubblica e media privati dà origine ad un paradosso poiché i media commerciali non possono perseguire i propri interessi economici senza compromettere il proprio ruolo di servizio pubblico. I media che si fondano sul mercato affrontano livelli di competizione senza precedenti e i mercati in cui sono attivi sono più instabili rispetto ad un secolo fa, e siccome operano in un sistema guidato dall’interesse e dalla notevole commercializzazione dei contenuti, il loro allontanamento dalla funzione pubblica è chiaramente evidente e sta alimentando il malcontento tra i cittadini e gli osservatori sociali.

Due acquirenti molto diversi

Oltre al ruolo di servizio pubblico, la stampa si distingue in un altro modo che non fa che aggravare la crisi attuale. Come sottolinea Edwin Baker nel suo libro Media, Markets and Democracy, “i prodotti mediatici sono insoliti in quanto il trasferimento dei contenuti verso il pubblico è pagato da due acquirenti molto differenti”. In altre parole, i media vendono un prodotto al pubblico e poi vendono il pubblico ai pubblicitari. Il modello gratuito della maggior parte delle fonti d’informazione on-line ha fatto sì che i consumatori fossero meno inclini che mai a pagare una quota di abbonamento, e ciò ha reso la stampa (sia cartacea che on-line) dipendente più che mai dalla pubblicità.

Il risultato è che i media sono spesso stati costretti a vendere il pubblico ai pubblicitari piuttosto che vendere del giornalismo ai consumatori. Questo è un aspetto sottovalutato. C’è chi sostiene che la crescita dell’infotainment, della cronaca e del giornalismo di costume rifletta semplicemente la volontà dei lettori. Più plausibilmente, invece, questa tendenza rappresenta il tentativo di tagliare i costi legati alla produzione del contenuto e di attirare quelle frange di popolazione che i pubblicitari reputano più appetibili.

Ma i termini di questo dibattito vanno oltre il punto della questione. I cittadini hanno bisogno dell’informazione anche se non sono disposti a pagare per questo, e la raccolta delle notizie è onerosa. “Chiaramente il ruolo del giornalismo quale fonte dell’informazione per i cittadini è cruciale in una democrazia”, afferma McChesney. “Oggi il nostro mandato è lo stesso che fu affidato a Jefferson e Madison in veste di primi due segretari di Stato. Essi istituirono una politica per appoggiare tre quotidiani in ogni stato del Paese sovvenzionandoli attraverso il Dipartimento di Stato, poiché sapevano che senza quelle sovvenzioni i giornali non avrebbero avuto modo d’essere. Se le forze di mercato sono oggi sfavorevoli alla stampa, la domanda da porsi è come sostenere questa essenziale istituzione della democrazia? E perché i giornalisti rifiutano categoricamente l’idea di un intervento del governo?

Quando Geneva Overholser, giornalista navigata e docente all’ Università del Missouri, sollevò la questione del ruolo governativo nel suo rapporto del 2006 – “On Behalf of Journalism: A Manifesto for Change”– incontrò sostanziali opposizioni. “Francamente non riesco a credere a quante persone pensano che non possa esser presa sul serio quando sostengo la necessità di valutare attentamente il ruolo del governo”, afferma Overholser.

Timothy Karr, direttore della campagna Free Press, attribuisce l’istintivo liberalismo dei giornalisti ad un’interpretazione assolutista del Primo Emendamento. “E’ radicata in noi l’idea … che ogni forma di intervento o assistenza da parte del governo ci colpisca come una violazione dei diritti sanciti dal Primo Emendamento”, afferma Karr, che ha lavorato sia con il New York Times che con il Time.

Ciò che sottolineano Overholser, Karr e qualche altro giornalista e cattedratico è che il governo ha sempre avuto un ruolo nel giornalismo americano. Le principali sovvenzioni del governo includono spese postali ridotte, tutela del copyright, esenzione dalle tasse statali sulla vendita, pubblicità governativa, e il Newspaper Preservation Act, che consente alle testate regionali con organici editoriali distinti di fondere le proprie attività finanziarie. Anche il Freedom of Information Act, i funzionari del governo che si occupano degli organi di stampa, l’educazione pubblica e le biblioteche (che promuovono l’ alfabetizzazione e diffondono contenuti) sono stati menzionati come esempi dell’appoggio governativo alla stampa. E poi, naturalmente, bisognerebbe considerare tutti i media di matrice no-profit come sovvenzionati dal governo, in quanto le organizzazioni madri sono esentasse.

Le sovvenzioni all’ emittenza radiotelevisiva…

Il governo gioca un ruolo ancor più significativo nella sovvenzione dei broadcast media, radio e televisioni, un ruolo che ha importanti implicazioni su come lo Zio Sam potrebbe aiutare la martoriata industria del giornalismo stampato. Inoltre, molti quotidiani e riviste sono controllati da società che possiedono anche stazioni radio e televisioni e, pertanto, beneficiano indirettamente di tali sovvenzioni.

In un saggio sul ruolo del governo nella stampa redatto per il Breaux Symposium del 2004, Lawrence Grossman, ex presidente di NBC News e di PBS, ricorda una discussione tra lui e Abe Rosenthal, l’allora direttore del New York Times, circa la prima del programma televisivo The MacNeil/Lehrer Report: “Abe si lanciò in un appassionato attacco all’idea stessa che la televisione pubblica, un’istituzione governativa, potesse fare informazione e giornalismo, insistendo su quanto ciò fosse impossibile senza prostrarsi al governo”. Grossman “rispose alquanto maliziosamente” che il governo concedeva gratuitamente le licenze per le emittenti radiofoniche e televisive del Times, una sovvenzione valutata milioni di dollari. “Abe riteneva che anche le emittenti del Times dovessero astenersi dal fare informazione?”, domanda Grossman. Come lo stesso Grossman e altri fanno notare, l’enorme profitto delle emittenti radiofoniche e televisive è in gran parte dovuto al loro libero accesso alle frequenze. (Il giornalismo stampato, invece, non riceve tali sovvenzioni per gli equivalenti costi di carta e di stampa).

Intanto, la Corporation for Public Broadcasting, un’organizzazione no-profit privata fondata nel 1967, riceve fondi dal Congresso ogni due anni per finanziare la programmazione delle radio e delle televisioni pubbliche. Sebbene questi finanziamenti non siano più in gran parte destinati alla PBS o alla National Public Radio, l’organizzazione ebbe un peso determinante nella costituzione e nella vitalità economica originaria di entrambe le emittenti. Come fece notare Stevan Rattner durante il congresso del CJR, l’informazione radio “rappresentava un classico caso di market failure. Vi era una domanda latente … Se non fosse stato per le sovvenzioni del governo, che provavano la presenza di un pubblico, la NPR non sarebbe esistita”. La crescita esplosiva della NPR – un incremento degli ascolti pari a circa il 100% nell’ultimo decennio – ha inoltre dimostrato che la domanda non garantisce sempre la redditività. Alcuni prodotti e servizi necessitano di maggior tempo prima di evolversi in qualcosa per cui i consumatori siano disposti a pagare. (Attualmente i contributi degli ascoltatori rappresentano un terzo delle entrate della NPR).

Certamente, la Corporation for Public Broadcasting ha avuto i suoi problemi. Il fatto che i membri del consiglio siano nominati dal presidente la rende vulnerabile alle influenze politiche. Sia l’amministrazione Nixon che quella attuale hanno tentato di censurarne o influenzarne la programmazione. Ma, sostiene Karr, “attualmente disponiamo di un sistema che genera tra i quattro e i cinquecento milioni di dollari per i media pubblici. Non possiamo distruggerlo. Dobbiamo costruirci sopra”.

… e a internet

Un altro media sovvenzionato dal governo, che è stato di gran lunga più deleterio che benefico per la carta stampata (sebbene, probabilmente, benefico per la democrazia), è Internet. Analogamente allo sviluppo del telegrafo, sovvenzionato dal governo, in principio Internet era un’iniziativa del Dipartimento della Difesa che in seguito ricevette ingenti fondi dalla National Science Foundation prima di essere convertita al settore commerciale. “Senza le sovvenzioni governative, Internet non ci sarebbe”, scrive Grossman. “Nessuna azienda o imprenditore avrebbe corso il rischio”.

Ostinati all’idea di svolgere un lavoro libero dal coinvolgimento del governo, i giornalisti stanno perpetuando un mito che potrebbe cancellare il futuro della loro professione. Come sostiene Overholser, “Il governo sta già giocando ogni sorta di ruolo, nel bene e nel male, e noi lo ignoriamo a nostro rischio. Non facciamo altro che ignorarlo”. Eppure, negli ultimi anni, dal momento che il tradizionale business model stava sgretolandosi, un certo numero di giornalisti e studiosi ha iniziato a dibattere sulle possibili soluzioni, incluso il tema un tempo considerato tabù del sostegno governativo. “La gente si sente davvero incerta”, sostiene Overholser. “La buona notizia è che ci troviamo in una tale crisi che non si potrà più sorvolarla”.

Ma che cosa vale la pena salvare?

Prima di dibattere su come il governo potrebbe fare di più per assicurare un futuro stabile al giornalismo, è importante rivolgere una domanda basilare che sta al centro del dibattito sulle soluzioni per i problemi della stampa: data la crescita di informazioni su Internet, cos’è, esattamente, che vale la pena salvare? La risposta è: l’informazione sul campo.

Daneil Hallin, presidente del Dipartimento di Comunicazione dell’Università della California, sede di San Diego, sottolinea ciò che definisce “una delle più grandi ironie” del vasto panorama mediatico attuale: “Nella cosiddetta epoca dell’informazione, di fatto vi sono meno reporter a raccogliere le notizie basilari sulle quali opera l’intera società dell’informazione”. Secondo Hallin, la proliferazione di programmazione e piattaforme mediatiche sta avvenendo principalmente in due settori: cronaca ed intrattenimento. “Di fatto”, afferma, “la raccolta seria di informazioni sta diminuendo. E in modo drammatico”. Pochi siti web indipendenti dai giornali si adoperano in tale pratica.

Eppure, con la transizione in corso del business model per l’informazione, i proprietari dei principali media stanno tagliando gli organici e riducendo i contenuti, in particolare quelli legati a specifici eventi, in modo da mantenere gli alti margini di profitto storicamente appannaggio dei giornali. “I costi editoriali di un giornale medio oscillano tra circa il nove e il dodici percento”, sostiene Robert Picard. “Ciò è nulla se paragonato al costo totale del giornale, eppure ne pagano sempre più il prezzo”. Certamente l’industria dell’informazione deve elaborare business model differenti (Tom Rosentiel, direttore del Project for Excellence in Journalism, ne propone uno in cui i consumatori pagano l’informazione come parte dell’abbonamento mensile ad Internet), ma sarebbe altrettanto saggio considerare i vari modi in cui il governo potrebbe semplicemente proteggere il giornalismo dalle pressioni del mercato. Mi piacerebbe esporne qualcuno, non che prediliga un’idea anziché un’altra, ma per accendere un dibattito necessario.

In Europa…

Cominciamo dall’Europa, dove la maggior parte dei Paesi ha sovvenzionato la stampa, sia direttamente che indirettamente, per decenni.

In Scandinavia e in qualche Paese dell’Europa centrale, alcuni giornali ricevono ingenti somme dai governi. La Svezia vanta un efficiente sistema di sovvenzione attuato nel 1971. Karl Erik Gustafsson, professore di media economy presso la Jönköping International Business School, ideò tale sistema, concepito in modo da preservare il pluralismo dei quotidiani assegnando somme di denaro a tutti i giornali eccetto quelli dominanti in una determinata regione o città. Da quando sono entrate in vigore le sovvenzioni è stata registrata una sostanziale riduzione del numero di testate chiuse, e la Svezia ha ovviato all’inevitabile effetto del libero mercato sui quotidiani, ovvero quello delle città con un solo giornale. Le sovvenzioni sono assegnate dal Press Subsidies Council, un organo amministrativo del governo, e si basano su dati relativi alla diffusione e agli introiti. Le regole sono automatiche”, spiega Gustafsson, “non sono affatto soggettive. Si tratta di un sistema aperto e ogni quotidiano sa esattamente a quanto ammonterà la sovvenzione per l’anno corrente e per il successivo. Credo che i quotidiani siano più critici con i partiti per via delle sovvenzioni statali. Precedentemente erano più legati ad una logica partitica e più dipendenti dai soldi dei partiti”. (Storicamente, i quotidiani europei ricevevano fondi notevoli dal governo, così come accadeva negli USA). “Ora possono affermare la propria indipendenza perché ricevono i soldi dallo stato”. Hallin, specializzato in sistemi mediatici comparativi, osservò che le sovvenzioni alla stampa furono introdotte “esattamente nel periodo in cui in Scandinavia si registrava un orientamento verso una stampa più antagonista. Di fatto, ciò è la prova che le sovvenzioni alla stampa non hanno reso timidi i giornalisti”.

I giornali della maggior parte dei Paesi europei, inoltre, beneficiano di una riduzione o di una esenzione dalla tassa sul valore aggiunto, che varia approssimativamente tra il 15 e il 25%. Altre sovvenzioni previste in Europa sono le esenzioni dalle tasse corporative, fondi per le imprese nascenti o per l’innovazione tecnologica, prestiti statali, fondi per la ricerca e la formazione giornalistica, nonché disposizioni che prevedono che la pubblicità governativa appaia su diverse pubblicazioni. (In Francia, i giornalisti free-lance godono di una sostanziale deduzione dalle tasse sul reddito).

Inoltre, tutti i Paesi europei hanno sistemi di emittenti pubbliche robusti e consolidati confronto ai quali quelli americani impallidiscono. Il Regno Unito investe circa sette miliardi di dollari all’anno nelle emittenti pubbliche (denaro che deriva da una tassa annuale sulla televisione), mentre il Congresso degli Stati Uniti ne destina circa 480 milioni. Naturalmente la BBC ha avuto i suoi problemi, specie all’epoca della Thatcher, ma il valore delle inchieste e dell’informazione della BBC di certo supera il danno causato dagli sporadici tentativi del governo di influenzarne i contenuti. “Politicamente, la BBC è indipendente almeno quanto i network commerciali degli Stati Uniti, se non di più”, afferma Hallin. “Si pensa che la sovvenzione del governo supponga anche il controllo, e che quindi i media saranno meno liberi. La verità è che l’esperienza europea suggerisce che le cose non stanno affatto così”.

…e negli Usa

Oltre ai validi modelli europei di sostegno alla stampa, alcuni studiosi e giornalisti statunitensi stanno elaborando delle proprie soluzioni. Free Press ha sviluppato un nuovo modello di finanziamento alle emittenti e al giornalismo del servizio pubblico che dovrebbe ridurre l’influenza politica eliminando le nomine politiche dei vertici. Il modello propone di stabilire un fondo indipendente, basato su una tassa decennale sulle entrate della pubblicità. Molti Paesi europei finanziano le sovvenzioni ai media attraverso una tassa sugli inserzionisti. (Negli Stati Uniti il governo non tassa né gli inserzionisti né le entrate pubblicitarie, ma consente alle aziende di dedurre tutte le spese pubblicitarie).

Un’altra idea interessante, e alquanto radicale, su come il governo potrebbe sostenere la stampa arriva da Dean Baker, co-direttore e co-fondatore del Centre for Economic and Policy Research, un comitato di esperti con sede a Washington. Baker propone un sistema di credito d’imposta in cui ad ogni cittadino sarebbe concessa una donazione di 100 dollari per ogni attività creativa, compreso il giornalismo. Le organizzazioni creative come i musei, le filarmoniche o i media, possono registrarsi e candidarsi a ricevere suddette donazioni a condizione che rinuncino al copyright. Un tale credito d’imposta garantirebbe un meccanismo di finanziamento per le imprese creative, particolarmente benefico per l’avviamento, le piccole organizzazioni e i singoli cittadini. E i contribuenti riceverebbero un’ovvia ricompensa: tutto quanto è finanziato dal sistema sarebbe disponibile a costo zero.

Il sistema di credito d’imposta proposto da Baker (così come ogni forma di sovvenzione diretta) difficilmente si rivelerebbe politicamente accoglibile o anche solo logisticamente realizzabile negli USA. Parte del problema è che il Primo Emendamento impedisce al Congresso di “limitare la libertà della stampa”. Pertanto, sovvenzioni dirette mirate a specifici organi di stampa potrebbero essere interpretate come una limitazione alla libertà di quegli organi che non ne usufruissero. Il modello di fondi della Free Press, inoltre, probabilmente incontrerebbe una ferma opposizione per via della proposta di tassare le entrate pubblicitarie. Secondo Picard, sarebbe quasi impossibile far approvare al Congresso una tassa sulla pubblicità. Ad ogni modo, vale la pena osservare che gli incentivi sulle imposte sono già usati da varie tipologie industriali, come quella agricola e manifatturiera, e potrebbero rappresentare il miglior modo per affrontare anche gli attuali problemi della stampa, giacché potrebbero essere rivolte a promuovere aspetti specifici come l’assunzione di più giornalisti e redattori o l’apertura di nuovi uffici.

Gli incentivi sulle tasse potrebbero rivelarsi utili anche per promuovere modelli di proprietà dei media meno commerciali. La tassa sul profitto ricavato dalla vendita di un organo d’informazione potrebbe essere eliminata o ridotta nel caso in cui la stessa fosse rivolta ad organizzazioni no-profit, fondazioni o piccole società che si occupano unicamente di media – tre modelli al riparo dalle pressioni del mercato perché dediti alla missione del giornalismo o perché non sottoposti agli azionisti. Una riduzione o un’esenzione dalle tasse patrimoniali per le testate a conduzione familiare potrebbe incoraggiare questo consolidato modello di proprietà generalmente fruttuoso. Durante il convegno del 2004 –“Notizie d’interesse pubblico: una stampa libera e sovvenzionata”- Frank Bethlen, editore del Seattle Times, giornale a conduzione familiare, suggerì un piano d’imposta per incoraggiare la conduzione familiare che, tra le altre cose, prevedeva l’eliminazione della tassa patrimoniale e l’istituzione di una penalità sui ricavi nel caso di vendita della testata.

Picard suggerisce anche sovvenzioni singole per la ricerca e lo sviluppo di tecnologie legate ai media. Con i precedenti storici del telegrafo e di Internet, i fondi pubblici per lo sviluppo di un foglio elettronico (ovvero quei display portatili e aggiornabili che si dice stiano per essere sviluppati) ridurrebbero drasticamente gli enormi costi di produzione dei quotidiani, costituirebbero una via politicamente percorribile e non sarebbero destinati ad agenzie governative già esistenti come la National Science Foundation.

“Più della metà dei costi di un quotidiano sono dovuti alla distribuzione e alla produzione”, afferma Picard. “E un altro 25% è dovuto all’amministrazione di queste funzioni”. Se il governo dovesse sovvenzionare lo sviluppo del foglio elettronico, commenta Picard, allora potrebbe concederne l’uso agli organi di stampa così come concede l’uso delle frequenze ai network televisivi. A loro volta, i quotidiani potrebbero distribuire i fogli elettronici ai consumatori come parte del loro abbonamento.

Liberarsi dall’ avversione per lo Zio Sam

Per sopravvivere, il giornalismo e i giornalisti devono liberarsi della loro avversione per lo Zio Sam. “I fondatori non hanno mai accettato l’idea che se un magnate non potesse far soldi con il giornalismo, allora non ci sarebbe stato alcun giornalismo”, afferma Robert McChesney. “La nostra nazione si fonda sul principio che bisogna mettere in atto una politica che garantisca il giornalismo a prescindere”. Per dirla con Overholser, “naturalmente il governo ricoprirà diversi ruoli, e sta a noi resistere affinché non ricopra ruoli sgraditi e pensare in modo creativo a posizioni costruttive”.

Ma la strada è ancora lunga. Quando chiamai Tom Rosentiel e gli dissi che stavo scrivendo su come il governo potesse sostenere la stampa, mi rispose bruscamente: “Non sono molto a favore del sostegno del governo”. Gli spiegai che volevo soltanto esporre le diverse possibilità. “Non sono affatto d’accordo”. Secondo Hallin “ci vorrà un altro decennio o due di tagli alle redazioni” prima che l’idea di un sostegno governativo alla stampa sia presa sul serio.

“Bisogna pensare a qualcosa di analogo ai movimenti ambientalisti”, sostiene Hallin. “Ad un certo punto la gente si è resa conto che le forze di mercato che finora hanno preso il sopravvento stavano causando molti danni e che bisognava intervenire in qualche modo. Penso che lo stesso avverrà con la cultura e l’informazione. Si arriverà ad un punto in cui la gente capirà che non è questa la strada da percorrere, che il danno è eccessivo”.

Ma altri due decenni di tagli agli organi di stampa potrebbero essere l’equivalente di un pianeta inaridito. Possiamo davvero permetterci aspettare tanto?

(traduzione di Andrea Fama)

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